Incroci di Francesco Landi

«Due tracce disegnate, una di fianco all’altra, a mano libera, senza limiti spaziali in divenire, possono essere perfettamente parallele oppure divergere, per sempre, lentamente, inesorabilmente; possono, anche, convergere repentinamente o più distanti nello spazio e, in questo caso, incrociarsi in un solo punto, per un solo magico istante. Des viveva solo per quel punto, per quell’istante, per quella magia. Le linee le tracciava istintivamente, senza pensare alle convergenze o alle divergenze. Il tempo e lo spazio avrebbero fatto il resto.» Quanto partecipa l’uomo, nel corso della sua vita, alle sue decisioni? L’uomo è davvero libero o è predestinato? E se non siamo noi a decidere della nostra vita, allora non ci resta altro che accettare passivamente quanto ci accade? Il fato si abbatte su di noi e allora crediamo di essere puniti, perciò finisce che ci convinciamo di dover restare al nostro posto, di obbedire a un ordine prestabilito. Ma c’è forse una posizione meno estrema di intendere il Destino ed è il concetto greco di dáimōn (solitamente tradotto con demone che deriva probabilmente dal verbo daio, ovvero distribuire). Nella visione di un daimon che guida la nostra vita si ridimensiona l’idea che l’uomo sia sottomesso a una forza più grande, perché il Destino-demone seleziona i suoi interventi, poi lascia che la vita faccia il suo corso. Ed è proprio da questa prospettiva che l’autore Francesco Landi elabora una vicenda sentimentale in cui i protagonisti sono affidati un po’ al caso un po’ alle loro spinte decisionali.

«Cercarti in mille sogni e desideri è il mio vissuto, trovarti nel mio mondo è il mio infinito.»

Trevor, di professione interior design, è un uomo dal cuore appesantito per i numerosi dispiaceri subiti, di natura introversa e riflessiva; Carol è una donna d’affari, che si occupa di catalogare codici e somiglianze dei simboli utilizzati dai brand aziendali, bella ed elegante, disillusa dall’amore, insoddisfatta della sua vita, che in cuor suo forse aspetta ancora che qualcosa possa cambiare. Per lei la svolta arriverà proprio nel momento in cui decide di rompere con il passato. I due protagonisti saranno coinvolti in un giro di incontri ravvicinati all’interno di una dimensione onirica. Solo chiudendo gli occhi i due possono avere visioni, sentire odori e affinare una certa sensibilità nel percepire quando la vita li avvicina. La scrittura di Landi è pulita e precisa, quasi l’autore tema di incorrere in sbavature, ma questa sensazione di controllo che arriva al lettore è abilmente bilanciata da una tematica che ha del magico, a conferma del noto assunto “Non si vede che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi” contenuto nel Il piccolo principe, romanzo che all’interno della storia ha una funzione rivelatrice e medianica.
Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry
Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry è il libro messaggero di cui parla Francesco Landi in Incroci
Ancorati alla realtà, siamo ciechi davanti ai segnali che ci giungono da una dimensione altra, sordi verso suoni impercettibili, insensibili a essenze che ci circondano. Quando Trevor ricorda il sogno ricorrente della sua vita, una donna che gli cammina accanto che a sua volta cammina accanto a un altro uomo, pensa al profumo della donna, una essenza che tenta di ritrovare quando, in occasione dell’allestimento di uno show room che propone «un percorso attraverso i cinque sensi» all’interno di uno spettacolo multimediale presso l’H5, «Un edificio multipiano di architettura moderna incastonato nella parte antica della città», elabora un software in grado di associare ai profumi più noti l’aroma che i visitatori si portano addosso. «Si rese conto che la vita era fatta di coincidenze, di momenti in cui può succedere di tutto e altri invece in cui non accade nulla.» L’autore ci ricorda che siamo circondati da segnali, ma insensibili a recepirli e, qualora lo facessimo, il loro vero significato lo capiremmo solo a disegno compiuto. Ed è proprio nel disegno (dal latino “signum”), che Trevor ricostruisce un certo piano al quale è, in un certo senso, predestinato. Des è un noto tatuatore, dotato di una sopraffina sensibilità: parla con gli occhi e i gesti delle mani, è in grado di cogliere cosa il suo cliente intende disegnarsi, segnarsi, sulla pelle. Gli schizzi che Trevor gli consegna (illustrati direttamente dall’autore) sono i segni che riceve dai suoi sogni. Chi è, allora, realmente Des? Un essere ambivalente e al contempo affascinante, misterioso e sfuggente. È un po’ come un vento che giunge improvviso e cambia spesso direzione e noi ci ritroviamo a essere parte di quel vento, fino a fonderci completamente in esso. Trevor e Carol saranno trascinati in una bufera di sorprendenti indizi. Sarà il vento a far arrivare alla donna un foglietto stropicciato, a condurla verso una libreria dove si ritroverà fra le mani una antica edizione del noto romanzo di Antoine De Saint-Exupéry.
Un disegno dall'ombra - Letteratura Alternativa Edizioni - 2020 è il secondo romanzo di Roberto Landi
Un disegno dall’ombra – Letteratura Alternativa Edizioni – 2020 è il secondo romanzo di Francesco Landi
Particolare attenzione, all’interno della vicenda, merita la città in cui essa è ambientata, Ersten. L’autore non si sofferma nelle descrizioni dei posti frequentati dai personaggi, ma li rende vividi creando atmosfere, quasi tattili. Le descrizioni sono percezioni per il lettore e Ersten diventa un non-luogo, un punto di incontro a-temporale in cui si fondono molteplici piani temporali ed esistenziali. A questa sovrapposizione si aggancia un sorprendente legame musica-scrittura. Nel romanzo “Incroci” le melodie diventano funzionali allo sbroglio delle vicende. Melodie jazz intervengono a disseminare indizi per ricomporre il mosaico dell’incontro d’amore predestinato, al punto che la sorte dei due protagonisti diventa un vero e proprio destino melodico «Sempre, aveva visto fondersi due caratteri ben precisi: il cuore e la ragione. Aveva potuto constatare, Des, che solitamente il cuore tende a cercare, mentre la ragione aiuta a trovare.» Incroci di Francesco Landi è un romanzo che coinvolge nel suo intricato e avvincente giro di vite e pone interrogativi su quelli che oggi consideriamo bisogni essenziali, quali il controllo sulle nostre azioni, la frenesia e la smania di successo, che proprio ne Il piccolo principe ritroviamo nei personaggi del re e del mercante, e forse, a pensarci bene, il Serpente potrebbe essere associato a Des, che con il suo intervento permette ai personaggi di cogliere l’importanza delle separazioni e dei dolori vissuti e trovare il coraggio di ricominciare. Perché, in fondo, siamo proprio noi che lasciamo aperta la porta al destino, invitandolo a entrare nella nostra vita. Scheda del libro   Incroci di Francesco Landi - Letteratura Alternativa, 2019Autore: Francesco Landi Genere: Narrativa Casa editrice: Letteratura Alternativa Edizioni Pagine: 196 Prezzo: Euro 14,90 ISBN: 978-88-94815-75-7   Chi è Francesco Landi Francesco Landi Classe 1970, veneziano doc, Francesco Landi è avvocato di professione. Studia musica sin da ragazzino e oggi è compositore e strumentista di chitarra e tromba. Appassionato al jazz di Miles Davis e Chet Baker, ha raccolto le sue più importanti composizioni nel CD “GPF”, inciso nel 2015 e presentato in vari tour nel territorio. Incroci è il suo esordio narrativo, pubblicato nel 2019 da Letteratura Alternativa Edizioni. Il romanzo è stato ammesso al Salone Internazionale del Libro di Francoforte 2019 con la seguente motivazione: “Per la realizzazione plausibile della rappresentazione del gioco del destino che ordisce intrecci e occasioni. L’autore ha dimostrato di saper utilizzare tutti quegli elementi narrativi che concorrono a erigere un ottimo esordio”. Nel 2020 pubblica, sempre per Letteratura Alternativa Edizioni, il suo secondo romanzo, Un disegno dall’ombra. Ascolta il podcast di “Incroci”

L’ombra è luce di Mariella Barbieri

  Prima di farsi luce, il mondo era ombra, oscurità. Prima di farsi coscienza, l’inconscio è ombra, inconsapevolezza. Prima di farsi luce, la gioia è ombra, tristezza. Ed è Carl Gustav Jung, psichiatra svizzero, psicoanalista e soprattutto filosofo, che ci spiega questa dialettica apparentemente ambivalente fra luce e ombra. Egli infatti ha scritto: “Non c’è luce senza ombre e non c’è pienezza psichica senza imperfezioni. La vita richiede per la sua realizzazione non la perfezione, ma la pienezza. Senza l’imperfezione non c’è né progresso né crescita.” Siamo soliti pensare che la luce, illuminando, sia cosa buona. In realtà, sostiene  la psicologia analitica, troppa luce, coscienza, annienta. Alla consapevolezza si arriva per gradi. L’eroe stesso prima impara a dar da mangiare al drago, e poi lo doma. Ma la consapevolezza non è mai luce assoluta, così come l’ombra non è mai il buio assoluto. Esiste un tipo particolare di luce che addolcisce, in un certo senso, questo contrasto luce-ombra, ed è il riflesso lunare. La luce lunare è  un passaggio, dal raggio dell’astro diurno alle ombre notturne. Se guardiamo nella notte, quanto viene illuminato riflette più luce. Il titolo della silloge poetica di Mariella Barbieri “L’ombra è luce” Ctl Editore Livorno ci riconduce proprio a questo viaggio, fuori e dentro di noi, nel passaggio, graduale, dal buio alla luce. Per conoscere dobbiamo prima distruggere quanto appreso, perché non sempre le certezze apprese ci mantengono perennemente in vita, e l’uomo, nel suo vagare in questo esistere, muore e rinasce, cade e si rialza diverse volte. “Se accettiamo il nostro sé più buio, più deserto, più doloroso” – scrive l’autrice in una nota iniziale del suo libro – “sapremo prenderci cura di noi come un bimbo piccolo che incomincia a camminare e poi cade e poi si rialza, ritenta e cade per sorriderci su e poi sceglie meglio l’appoggio e la via per proseguire.” Perché arrivano inaspettati i momenti bui, proprio come nell’attuale presente, colpito da una minaccia di piccola entità che ha diffuso, nella sua apparente invisibilità, perdite e panico. La prima parte della raccolta poetica di Mariella Barbieri si intitola “Passaggi in ombra” ed è dedicata alla fase del primo lockdown, nel 2020, che ha dato vita a un nuovo mondo sospeso, quello che emerge appunto dalle poesie, un mondo dominato da incertezza, solitudine per molti, timori e confusione interiori, dove le ore “scivolano digiune” nei giorni “che nessuno chiama” e dove “c’è uno strappo di luce”. La città descritta in questi primi componimenti appare deserta, silenziosa e piena di ombre. Lo sguardo si posa sulle strade solitarie, l’orecchio è teso a un silenzio ottundente. Il mondo fuori è scomparso, brulica tutto nei pensieri, nei “crampi di paura”, negli incessanti interrogativi. “La notte calma/interrompe la luce/l’oscura/ il suono di una sirena.” Restano gli osservatori di un’alba offuscata, che “porta il velo della notte” e in quell’attesa c’è “una cicatrice di vetro/ che è già storia” che colpisce “l’Italia tutta./ i nostri ceppi/stillano lacrime e sangue.” Ma in questa oscurità, se vogliamo, diventiamo anche più consapevoli, se dall’ombra sappiamo tirar fuori la luce: “Siamo vivi ancora./Siamo qui.”

“Ave/Vergine bella/genitrice di luce/divina madre/di celeste incanto”

Numerose le immagini e le metafore presenti nelle poesie di Mariella Barbieri che si ricongiungono al simbolismo lunare sopra accennato e che rimandano all’archetipo del femminile. La Luna, collegata al mondo femminile, a una forma di energia ricettiva, è sensibilità, serie di emozioni umide. Nella fase matriarcale in cui predominava la venerazione della Grande Madre, le società praticavano il culto della Luna. E quelle di Mariella Barbieri sono immagini che evocano il dualismo spesso racchiuso nel simbolo della Grande Madre: “La santa e la strega/il miracolo e l’incantesimo”; il carattere tellurico della dea: “l’ira nel mio sangue impazzito”; le linee cave e sinuose dei paesaggi: “sdraiata sulla schiena di una collina”,“anima curva”, “con tanto amore/avrei zappato/al di là di quella collina.”; la fertilità dei campi: “Come le spighe, mosse dal soffio caldo/di un vento insidioso” Il femminile si fonde dunque alla terra, alla natura: “le farfalle/Sono come me/e io assomiglio a loro”, si fonde al vento, ai sussurri di un mondo arcano, alle acque che nutrono la terra, ai fiori nati dalla terra: “Eccole le rose di Atacama/sono le rose del deserto”. Sulle ali di farfalla la Mariella donna riprende il volo verso nuove identità, rinnovandosi continuamente, e fra i chicchi di grano del suo “oro Oltrepò” sente crescere nuova vita dentro di sé.

“Come foglie cambio/le mie profonde paure”

Nelle poesie della raccolta “L’ombra è luce” Ctl Editore Livorno il femminile evocato si fa un tutt’uno con la terra madre, con i paesaggi cantati che sono un inno al territorio natìo, in un gioco, apparentemente spontaneo, di richiami ancestrali che emergono dal profondo quando l’anima si pone in ascolto, in sintonia con il cuore e l’intero creato, in una visione panteistica del reale.

“Coltivo l’abbagliante bellezza/naturalità di un insieme/di una continua interezza”

In ultimo, ma non in ordine di importanza, particolare attenzione merita la copertina, che ritrae une delle Vergini stolte della serie di incisioni dell’artista tedesco cinquecentesco Martin Schongauer. L’opera di copertina, una rivisitazione dell’antico, dal titolo “Una vergine folle”, realizzata dall’artista lombarda Miriam Prato, è pregna di simboli: la lampada rovesciata tenuta fra le mani della donna, l’acconciatura disfatta e lo sguardo perso, nei quali si ravvisa una sorta di invito a inoltrarsi nelle ombre per scoprire cosa nascondono certi fantasmi, della mente e dell’anima, per arrivare ad affermare, come fa Mariella Barbieri, che:
“Non c’è ombra senza luce.”
  Scheda del libro L'ombra è luce di Mariellal Barbieri - Ctl Editore Livorno Autore: Mariella Barbieri Genere: Poesie Casa editrice: Ctl Editore Livorno Pagine: 106 Prezzo: Euro 14,00 ISBN: 978833872650 Immagine di Miriam Prato   Chi è Mariella Barbieri Mariella Barbieri L'ombra è luce Ctl Editori Livorno - 2021Nasce e vive a Voghera, dove sin da bambina coltiva la sua passione per la poesia. Oggi è odontotecnico e la scrittura non l’ha mai abbandonata, per lei è un’abitudine che trae spesso ispirazione dal territorio natìo. Nel 2013 per Primula Editore, nell’Antologia Il Giallo e gli altri colori esce il suo primo racconto Il glicine. Sempre per Primula Editore  seguono nel 2014 e nel 2018 le favole Nel pianeta delle farine esitinte e Ali di vetro. Nell’antologia Favole e fiabe di Historica Edizioni – 2018 è presente il suo racconto Il sole quadrato. Nel 2019 si aggiudica la targa di merito con la poesia Quelle donne come me, poi inserita nell’antologia Buongiorno Alda (Accademia dei Bronzi),  mentre nell’edizione successiva arriva finalista con la poesia Cicatrici di vetro. L’ombra è luce è la sua prima silloge poetica pubblicata nel 2021 da Ctl Editori Livorno.  

Intervista a Daniele Gigli, autore di “T. S. Eliot – Nel fuoco del conoscere”

Innovativo, scrutatore dell’inquietudine dell’epoca moderna e attento critico letterario,  fra i più grandi poeti mondiali, T. S. Eliot oggi rivive, in tutta la sua umanità filosofica, nel saggio di Daniele Gigli, pubblicato da poche settimane per Edizioni Ares “T. S. Eliot. Nel fuoco del conoscere”. Mi libro in volo ha deciso di fare quattro chiacchiere con l’autore che, con metodo rigoroso, ha riletto e tradotto i versi eliotiani, interpretando e indagandone la poetica attraverso testi inediti. Ce lo spiega in questa intervista. Quando si scrive una biografia, in un certo senso l’autore e il personaggio raccontato si fondono in una sola entità. Ringraziandoti per aver accettato di condividere con le tue parole lo spazio del blog dedicato alle interviste agli autori, ti chiedo subito: come definiresti il binomio Daniele/ T. S. Eliot, e da dove nasce l’interesse per questo grande autore e critico letterario? «Penso anch’io, come dici, che indagando su un artista sia quasi inevitabile – ma anche auspicabile – arrivare a una sorta di fusione tra studioso e autore studiato. E con Eliot mi è successo esattamente così, da quando lo lessi seriamente la prima volta nell’estate del 2003. Nel libro, all’inizio, lo racconto: avevo venticinque anni, il mondo mi sembrava una fucina di sofferenza annoiata e, più del timore per il futuro, quello che mi strozzava il fiato era l’assenza di un presente, di un presente qualunque che spazzasse via quel tempo sospeso e d’inazione in cui mi sentivo stretto. Fu in questo stato d’animo che mi capitò tra le mani The Waste Land: a mostrarmi “la paura in un pugno di polvere”, certo, ma anche un cumulo macerie che volevano essere mattoni di una nuova costruzione.» 
T. S. Eliot Nel fuoco del conoscere di Daniele Gigli - Edizioni Ares, 2021
T. S. Eliot. Nel fuoco del conoscere di Daniele Gigli – Edizioni Ares, 2021
“Non smettere di esplorare”, recita uno dei versi di T.S. Eliot, parole che potremmo definire in un certo senso manifesto della sua intera poetica. Eliot fu non solo poeta, ma drammaturgo, saggista e critico letterario, che cercò sempre di evolvere la sua scrittura, o meglio la sua ricerca del senso, per lui impossibile da afferrare, in maniera assoluta. La saggezza per lui si perde nella conoscenza, non si ama per la cosa gusta, insomma una verità assoluta per lui sembra non esistere. È proprio così, secondo te? «In un certo senso possiamo dire di sì, a patto di intenderci sul significato di verità e di assoluto. Perché in realtà Eliot dell’esistenza di una verità assoluta – più vera e più buona di quella che l’istinto e la ragione umana ci permettono di abbrancare e dominare – è sempre stato intimamente convinto. E come dici giustamente tu, la sua ricerca filosofica, letteraria e – aggiungerei – religiosa è integralmente e incessantemente una ricerca di senso: la tesi interpretativa che sottende il libro è proprio questa, che ogni passo di Eliot sia un passo alla ricerca di una certezza in questo mondo. Volendo fare un paragone rozzo, possiamo dire che a lui più che luce per vedere interessa una roccia su cui poggiare con sicurezza il piede. Perciò, tornando alla domanda: una verità assoluta c’è, eccome, ed è anche in qualche modo attingibile dall’uomo, ma non è dall’uomo dominabile. Come disse Benedetto XVI in un bellissimo discorso anni fa, “è vero che noi non possediamo la verità, ma è la Verità che ci possiede”. Per Eliot vale qualcosa di analogo: non si cerca per il gusto di cercare, ma per il desiderio di trovare una verità che precede e che aspetta di essere riconosciuta.» Nel suo capolavoro, The Waste land, egli quasi minaccia il lettore dicendo “vi mostrerò la paura”, ovvero una ombra che si aggira dietro l’uomo sempre, perché “il genere umano non può sopportare troppe realtà”. Gli uomini sono definiti “vuoti” in una sua raccolta poetica. È tutto così ineluttabile nella sua poetica, o è possibile scorgere un barlume di speranza/redenzione per il genere umano? «Come ho già accennato prima, Eliot è uno dei più strenui difensori della libertà umana e la sua visione delle cose – tanto più dopo la conversione del ’27, ma è un percorso umano e intellettuale che data pressoché da sempre – è quanto di più distante possa esserci dal determinismo. Quando dice che “tutto il tempo è irredimibile”, come fa in Burnt Norton, o quando parla della storia contemporanea come di un “panorama di futilità e di anarchia”, quando mostra “gli uomini svuotati / gli uomini impagliati”, Eliot mostra delle condizioni storiche ed esistenziali terribili, che tolgono il respiro; ma c’è per lui un dato precedente, che è il libero arbitrio, la dignità inalienabile di ogni singolo uomo. Quel libero arbitrio che impone all’uomo, per quanto ferito dal peccato originale e perciò incapace di compiere un qualunque atto puro, di tendere comunque a purificare sempre, lo dirà nei Quartetti, “il motivo dell’azione”. La speranza c’è, lo mostra la naturale libertà dell’uomo: sarà il suo lavoro di una vita arrivare ad ammettere – e ad accettare – che questa libertà, in sé evidente, deriva da Dio e dalla creaturalità dell’essere umano.» T. S. Eliot è stato un appassionato cultore del nostro sommo poeta Dante, al punto che il suo capolavoro The Waste land può essere considerato, al pari della Commedia, un viaggio nella terra (desolata) umana, partendo dalla descrizione allegorica della città di Londra. Quali altri parallelismi si possono individuare fra le due grandi opere? «In Little Gidding, l’ultimo dei Quartetti, c’è una scena in cui la voce narrante incontra un suo vecchio maestro, il “fantasma composito”, e che ricalca anche strutturalmente il dialogo tra Dante e Brunetto Latini… Ma tu mi chiedi del Waste Land: beh, nel libro avanzo un’ipotesi di traduzione – Il paese guasto, anziché La terra desolata che tutti conosciamo – che prende le mosse proprio dal riferimento evidentissimo al XIV canto dell’Inferno, dove si racconta la nascita dei fiumi infernali: “In mezzo mar siede un paese guasto”… Quello verso Dante comunque non è un debito riscontrabile principalmente in questo o quel passo, ma in un atteggiamento morale, tecnico e intellettuale di fronte alla poesia e alla lingua. È il debito di un allievo verso un maestro, un debito che Eliot definirà “di tipo progressivamente cumulativo”.» T. S. Eliot poeta e T. S. Eliot critico, hai individuato un possibile punto di incontro fra le due dimensioni artistiche? «Sì, questo è assodato, non esisterebbero l’uno senza l’altro. Eliot si avvicina alla critica perché, dopo aver condotto parallelamente l’arte dei versi e un rigoroso studio della filosofia, trova la prima più corrispondente alle proprie esigenze gnoseologiche. D’altro canto, l’esercizio sempre più ampio e puntuale della critica, e dal 1925 l’attività di condirettore editoriale per la Faber & Faber, lo affina nella sua consapevolezza di artigiano dei versi.»
TS. Eiot Poesie a cura di Roberto Sanesi - Bompiani Edizioni
T.S. Eliot Poesie a cura di Roberto Sanesi – Bompiani Edizioni
Soffermandoci invece sul metodo di lavoro che hai utilizzato per il tuo rigoroso lavoro di ricerca, ti sei affidato ai testi originali in lingua, o hai prediletto delle particolari traduzioni dei testi di T. S. Eliot, che potresti consigliare ai lettori interessati ad approfondire la sua poetica? «Come sempre faccio, mi sono servito dell’edizione Bompiani (ex Sansoni) curata e aggiornata da Roberto Sanesi più volte tra il 1961 e il 2001, oltre che della splendida edizione di The Waste Land che Alessandro Serpieri fece nel 1982. Ma pur confrontandomi con queste edizioni, e con Angiolo Bandinelli che per primo, in Italia, tradusse The Waste Land con Il paese guasto, tutti i testi in prosa e in versi riportati nel libro sono stati nuovamente tradotti da me: parte ex-novo, parte riprendendo e limando traduzioni già uscite in passato per editori minori, come quelle de Gli uomini svuotati (The Hollow Men) e Mercoledì delle Ceneri.» Un biografo è un po’ anche uno storico nel suo lavoro di ricerca. Come sono avvenute le tue ricerche, e quali sono state le scoperte che più ti hanno affascinato nell’indagare la personalità di T. S. Eliot? «Sì, un biografo è un po’ uno storico e io sono uno storico anche di mestiere, visto che per lavoro valorizzo archivi storici, curandone riordini, inventariazioni, trasposizioni on-line, eccetera. Ma questo libro, l’abbiamo detto, è partito da un incontro di anime, perciò il lavoro è stato anzitutto l’occasione di sistematizzare le intuizioni e le scoperte fatte in anni di frequentazione. In questo senso, la scoperta più sorprendente è davvero quella di guardare una persona amata dopo diciassette anni e renderti conto che non hai ancora finito di scoprirla e che il tempo speso con lei non solo ne ha esaurito il mistero, ma lo ha come approfondito. Che poi, se avessimo più coscienza di noi, non sarebbe la cosa più desiderabile in ogni rapporto?» Con questo profondo interrogativo si conclude la chiacchierata con Daniele Gigli che Mi libro in volo ringrazia per averci fatto conoscere meglio T. S. Eliot.

CB Filomena di Carmela Bruscella

Nascosta, nel profondo sud dell’Italia, ai molti ancora sconosciuta, c’è una terra, la Lucania che, dietro gli impervi paesaggi di calanchi e arsa vegetazione, cela ettari di campi dorati e vecchie masserie dove giunge l’odore salmastro dello Jonio. Lì, con le spalle ricurve, i visi arsi dal sole e le mani ruvide per il duro lavoro, soggiornavano, nel periodo della mietitura, i mezzadri con le loro famiglie. Insieme, uomini e donne, ragazzi e ragazze, bambini e bambine, affrontavano le lunghe e faticose giornate di calura estiva. Fra loro la sedicenne Filomena Lucente, impavida e volenterosa, che trasportava sul suo cavallo i bidoni di gasolio per rifornire il trattore. È lei la protagonista della storia del libro nel libro raccontata da Carmela Bruscella. Filomena Lucente è un personaggio reale, tutt’oggi in vita, che con la sua testimonianza di emigrata al nord infonde coraggio nella comunità femminile contemporanea dell’Astigiano. Loredana, Simona e Francesca si ritrovano per festeggiare una di loro alla quale donano un libro, la storia di Filomena. Alla lettura delle sue vicende, si alterna la quotidianità delle amiche e Filomena finisce per entrare prepotentemente nelle loro vite, al punto da cambiare il destino di una di loro, invischiata in un enigmatico segreto di famiglia. Il libro, corredato dalle foto di Filomena Lucente e dei paesaggi lucani, diventa a tratti una sorta di reportage sulla vita dei nostri connazionali che dal sud sono emigrati al nord e la loro storia nasconde un messaggio di determinazione ed emancipazione. Il mestiere intrapreso dalla giovane sposa Filomena negli anni ’70, orgogliosa delle proprie origini e impeccabile donna di famiglia, è quello di camionista, e la cosa suscita non pochi pregiudizi nei suoi colleghi di lavoro. Ma Filomena non demorde e dimostra tutto il suo coraggio e la sua arguzia, meritando rispetto e considerazione dai falsi perbenisti. Così, ritroviamo Filomena nell’abitacolo del suo mezzo pesante, un Renault rosso fiammante. Alla guida “Il grande volante la faceva sentire padrona della strada che si snodava davanti ai suoi occhi per centinaia di chilometri, il sedile morbido le sembrava una comoda poltrona e il parabrezza era per lei come un televisore.” Ma Filomena non è sola ad affrontare le vicissitudini quotidiane, può contare sulla presenza amorevole di Canio, marito fedele e innamoratissimo da sempre.
“I suoi comportamenti, del tutto spontanei e naturali, furono molto rivoluzionari per quei tempi. Una svolta dell’emancipazione femminile, quando le donne rivendicavano il diritto di una reale uguaglianza con gli uomini, chiedendo di superare antichi pregiudizi e luoghi comuni che relegavano la donna a ruoli subalterni.”
Con uno stile scorrevole e un linguaggio semplice, l’autrice di CB Filomena tesse una trama dalla scrittura cinematografica, a tratti troppo frettolosa, che offre la testimonianza del riscatto femminile nel momento del boom economico in Italia, la cui eco risuona in un presente spesso dominato da timori e incertezze, per infondere un nuovo coraggio a generazioni paralizzate, che stentano a credere nelle proprie ambizioni. Scheda del libro CB di Carmela Bruscella - Letteratura Alternativa EdizioniAutore: Carmela Bruscella Genere: Narrativa Casa editrice: Letteratura Alternativa Edizioni Pagine: 84 Prezzo: Euro 15,90 ISBN: 978-88-31468-09-1   Chi è Carmela Bruscella Carmela Bruscella, autrice di Letteratura Alternativa EdizioniDi origini lucane, si diploma in ragioneria e ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione di ragioniere. Negli anni ’80 si trasferisce ad Asti dopo aver vinto un concorso pubblico come funzionaria amministrativa presso il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali – ICQRF Nord-Ovest.  È vicepresidente dell’Associazione Culturale Amici della Lucania di Asti. Con il romanzo “Centro Family Time” nel 2015 si aggiudica il il diploma di benemerenza nel 2016 dall’A.I.A.M. – Accademia Internazionale d’Arte Moderna di Roma. È articolista per il periodico trimestrale di informazione culturale “Pagine Lucane”. Per la casa editrice astigiana Letteratura Alternativa ha pubblicato, nel 2020, “CB Filomena” e, nel 2021, la “La donna senza rossetto” Ascolta il podcast di “CB Filomena”    

Vit[amor]te – Poesie per arcani maggiori di Valeria Bianchi Mian

Con una scrittura a metà strada fra l’automatismo surreale e il flusso di coscienza, la penna di Valeria Bianchi Mian sembra stimolata da una voce antica che chiede ascolto, reclama giustizia e si prende il suo spazio. La psicologa, psicoterapeuta, poetessa e scrittrice Valeria Bianchi Mian con la sua silloge poetica Vit[amor]te Poesie per arcani maggiori compie infatti una vera e propria alchimia del verbo, guidata da un genius loci interiore, dove le parole si mescolano alle immagini, intime e illustrate di suo pugno, tra versioni iconografiche femminili che mostrano una nuova versione del Sé, rovesciata e contemporanea.

“e so

che quando la perfezione si rivelerà

geneticamente dotata d’imprevedibile

io sarò tra quelli

che ridono per ultimi.”

  Autore: Valeria Bianchi Mian Genere: Poesia Casa editrice: Miraggi Edizioni Pagine: 128 Prezzo: Euro 20,00 E-book:6,49 ISBN: 9788833861067 – E-book: 9788833861081   Meditare sui tarocchi, dice l’analista junghiano Claudio Widmann nel suo “Gli arcani della vita. Una lettura psicologica dei tarocchi”, è una attività di ricerca interiore. Più precisamente, egli specifica: “Non si tratta di attribuire significati alle immagini né di esplicitare significati convenzionali attribuiti ad esse, ma di scoprire quali nessi di senso vadano articolando nelle profondità inesplorabili della psiche.” Attraverso un atto creativo, la poetessa Valeria Bianchi Mian amplifica il senso che le arriva dalle immagini archetipiche dei trionfi, interagendo con esse verso il processo di individuazione che appartiene a ciascun essere umano. Ne viene fuori, allora, una silloge arcana agli occhi di chi guarda ancora attraverso un velo, una silloge rivelatrice al cuore di chi ha imparato a cogliere l’essenziale. Un vaso di Pandora di miti, riferimenti poetici e alchemici che si apre e illumina il cammino di lettori-viandanti alla scoperta di un nuovo Sé. E in questo percorso la penna dell’autrice si muove libera e feroce, leggera e tagliente, come microcosmo che lavora, si agita e cammina all’interno di un cerchio più grande che è il macrocosmo di potenti simboli arcaici, di quello che fu, è e sarà, ancora e per sempre.

 “Non spezzarmi la parola che ora nasce

da un serpente senza un capo né una coda

da una vergine che al duro fallo approda.”

Il verbo si fa rivelazione nella poetica di Valeria Bianca Mian, scopre sé stesso mentre viene scritto, in un processo magico-alchemico, in una taranta di tele ordite e al contempo districate. Inizio del viaggio “Come un lupo di Chernobyl/ o la gazza che si spinge/ dal bosco alla periferia/ ladra del tempo futuro/ procedo per tentativi”. Propaganda, il componimento che apre l’intera raccolta, è dedicato all’Arcano 0, il Matto, che a sua volta apre la serie di tarocchi, immagine che contiene in sé il doppio giullare-folle e, come specifica sempre Widmann, “il genio e la follia dell’artista”. I primi versi di Vit[amor]te annunciano, appunto, l’approccio rivoluzionario di un modo di stare al mondo, di viandanti che esplorano mete nuove, di anime che tentano alternativi agganci per ricongiungersi all’archè, proprio come “Il folle perso nella folla/ è massa/ tumore della modernità.” Che poi, il folle chi è se non colui che si pone in ascolto della propria voce? Una voce che giunge da un posto così lontano e così vicino allo stesso tempo, il posto dell’Anima, casa, guscio, caverna.

“libertà per sola andata.”

Vit[amor]te Poesie per arcani maggiori di Valeria Bianchi Mian
Gli Amanti, disegno di Valeria Bianchi Mian
Con l’Arcano I, il Bagatto, comincia il viaggio dell’autrice verso il rifiuto, dell’allontanamento da un luogo presente che tanto ha da dire, ma poco da dare alla sua coscienza: “Aborro/ il marketing del nulla/ nel Nulla che avanza (…) ed io/ in maschera antigas di pizzo e latex/ induco me stessa al bisogno/ d’indurmi il più possibile al bisogno/ del non aver bisogni. (…) Non posso insegnare/ all’apprendista./ Ho soltanto il sentore del sentimento.” Da Papessa a Imperatrice Il viaggio dell’Anima in ricerca procede con l’allontanamento da gioghi e autorità, da ipocrite e incomprese spiritualità perché siamo soltanto all’inizio, fra quelle definite immagini regali. (La Papessa, Arcano II) “Maria Prophetissa/ non può sposare il rosso/ all’oro – nell’ora/ in cui le madri bussano/ alle porte – la morte/ conosce ogni ingresso/ ma non riconosce la propria figlia.” Il distacco è vitale, da terre matrigne e false certezze. Per partorire la figlia, la madre deve morire. “Hai fatto uscire un altro/ Dalla tua vagina/Ma ancora non ti capaciti/Del suo miracolo” E la figlia (L’Imperatrice, Arcano III) che nasce è ancora figlia di sé stessa, non ancora madre, il parto è solo l’inizio di un viaggio che per imparare ad amare ha bisogno di lontananze, carnali e viscerali. E il figlio (L’Imperatore, Arcano IV) che inizio ha? Diviso fra Eros e Thanatos, muove i passi fra le macerie, verso un destino da rifare, per giungere a quello del padre, il Sé (Il Papa, Arcano V), che qui è detto “nume tutelare”.

“Sarebbe davvero una festa

il volo di una testa

libera dal giogo dei pensieri.

Nume tutelare, non sei aria

ma spirito amato terracqueo.”

  Unione e contemplazione Tra bipolarismi alchemici, rosso/oro, terra/acqua, testa/cuore, piedi/ali, si giunge a una coniunctio amatoria nell’immagine di Teseo e Arianna (Gli Amanti, Arcano VI), fra chiusure e aperture, paura e audacia, sfida e fermata, verso un viaggio trainato (Il Carro, Arcano VII) così definito:

“Amore è carrozzone senza fissa

dimora è azione contraria

ormea, ramoe, eroma

è prendere la tessera

del partito NOI.

Peccato le rughe

ma, se le radici sono tante

io sono l’agave

non monocarpica”

La Forza, illustrazione di Valeria Bianchi Mian

E poi fermarsi, fra le tappe (La Giustizia, Arcano VIII e L’Eremita, Arcano IX), per scoprire la lentezza e il valore del raccoglimento, anche nostalgico, dall’azione alla contemplazione, in uno “Spazio illegale del Sé”, da cui nasce Identità (La Ruota, Arcano X), fra “barlumi di memoria” e “ipotesi” fino a scoprire che “la maturità non è un esame. /È senso della terra.” (La Forza, Arcano XI)

“Ma noi, prima della morte

possiamo leggere tutte le storie

per scrivere la sorte a colori.”

 

Nascere (scoprirsi) e morire

La poesia allora si fa senso, come negli echi di putrefatio dell’immagine che l’autrice definisce “senza nome”, (La Morte, Arcano XIII) la nera signora morte, e che diffonde quel necessario sentire la fine, quel morire che è anche rinascere, sempre, proprio come un Cristo, ritenuto il “tuo clone”. E in questo eterno rinascere si frappone l’attesa, lenta, saggia, perchè “La mescolanza sapiente/ di casualità è incrocio/ non causale, crea nessi/ a-causali, sincronicità.”
Vit[amor]te Poesie per arcani maggiori di Valeria Bianchi Mian
La Morte, illustrazione di Valeria Bianchi Mian
Ombre, maschere e figure oscure ci aspettano, tremori dinanzi a credenze cadute e negate, ambivalenze di vita e morte, giorno e notte, luce e oscurità. (Le Stelle, Arcano XVII, La Luna, Arcano XVIII, Il Sole, Arcano XIX) “Aspettando sulla Luna/ lui arriverà presto?/ Aspettando il Sole/ Valeria imbraccia il fucile/ per sparare al Signor Ombra/ nel bel mezzo del prato./ Valeria sulla Luna/ conta le stelle con un cucchiaio/ e semina i semi sulla Terra/ per riempire il tuo piccolo cuore.” Dagli abissi la Luna aspetta il suo Sole sorgere. “Oggi sono: è passata quella febbre del femminismo spontaneo F to M/F/ e, nuova Orlando, esco dalle pagine/ della Storia nel corpo che ha vagina/ per scrivere La Quercia su foglia/ tessendo idee” Con questa sua potente silloge “Vit[amor]te Poesie per arcani maggiori” edita da Miraggi Edizioni, Valeria Bianchi Mian ci insegna come la “lettura” dei tarocchi non è operazione divinatoria, bensì meditativa, esplorativa, ascolto di echi lontane, collettive e atemporali, in un fluire di immagini archetipiche che assumono, di volta in volta, di mano in mano, di cuore in cuore, infiniti significati, consegnandoci poesie cromatiche, di perduti e ritrovati sensi, odori e sapori, poesie che si fanno manifesto alchemico del viaggio che compie l’anima terrestre alla ricerca del suo doppio celeste.

“Il volo e l’albero uniti

per il mio ritorno a casa.”

  Chi è Valeria Bianchi Mian:
Valeria Bianchi Mian
Foto di Maura Banfo
Valeria Bianchi Mian è psicoterapeuta, psicodrammatista e tarotdrammatista – metodo che coniuga lo Psicodramma alle immagini archetipiche nell’arte, utilizzando soprattutto i Tarocchi come mediatori e strumenti espressivi – www.tarotdramma.com. Socia Apragip Psicodramma e Sipsiol Società Italiana di Psicologia Online. È redattrice per Psiconline.it e Oubliette Magazine; speaker per www.radiomorpheus.it. Cura i blog Favolesvelte e  Poesie Aeree (micro giornale di versi). Organizza la Rassegna Nazionale di Psicodramma e Sociodramma L’Io e l’Altro. Co-organizza eventi poetici e laboratori di Poetry Therapy per Medicamenta – lingua di donna e altre scritture. Tra i suoi libri: “Favolesvelte” (filastrocche illustrate, Golem Ed.), “Utero in anima” (saggio, Lithos Ed.), “Non è colpa mia” (romanzo noir, Golem Ed.). Con Miraggi Edizioni ha pubblicato “Vit(amor)te. Poesie per arcani maggiori” (22 carte e 44 poesie). Ha curato e illustrato: “Poesie Aeree” (Matisklo Ed.), “Una casa tutta per lei” (Golem Ed.), “Maternità marina” (Terra d’ulivi Ed.). Articoli, poesie e racconti compaiono in antologie cartacee e online. Ha partecipato a numerosi saggi corali di psicologia e filosofia (Alpes Italia).   La foto di copertina è dell’artista Maura Banfo

La felicità degli altri di Carmen Pellegrino

Un libro tra le mani di più lettori diventa un forziere che, aperto di volta in volta, rivela tesori sepolti dietro infiniti doppifondi. Quello che leggerete è l’esperimento di due book blogger che si sono confrontate su una storia che, prima di essere recensita, necessita di essere interrogata, perché animata da una voce tanto stra/ordinaria nel panorama letterario nostrano da indurre, dapprima, a una lettura più emozionale (la prima parte scritta da Domizia Moramarco) in modo da giungere a una riflessione critica solo in un secondo momento (la seconda parte scritta da Anna Quatraro).     La felicità degli altri di Carmen Pellegrino . La nave di Teseo - 2021Autore: Carmen Pellegrino Genere: Narrativa Casa editrice: La nave di Teseo Pagine: 239 Prezzo: Euro 18,00 ISBN: 978-88-346-0518-9     Recensione di Domizia Moramarco Nel suo nuovo romanzo “La felicità degli altri”, pubblicato per La nave di Teseo nel febbraio 2021, Carmen Pellegrino si fa cantastorie dei dolori mitico-ancestrali, storici e umanamente fragili, viaggiando di terra in terra, di memoria in memoria, di cuore in cuore. Fra presenze che sostano nelle zone d’ombra e figure che emergono dalla foschia di indefinite dimensioni temporali, l’autrice narra una storia-non storia che è, al contempo, la storia delle storie, delle anime smarrite fra nembi di dolori e sprazzi di luna, in attesa del riverbero solare. Perché quando l’Anima cerca sé stessa, le stelle si inchinano al suo passaggio. “Quando l’invisibile abbandona il mondo quotidiano (come fece con Giobbe, lasciandolo afflitto da ogni sorta di disgrazie fisiche e materiali), allora il mondo visibile non può più alimentare la vita, perché la vita non ha più il suo sostegno invisibile.” (James Hillman – Il codice dell’anima)  

“Nell’inverno del mio cuore ho desiderato a lungo di essere amata”

  Quanto dolore ci portiamo dentro. Un dolore duro come pietra, che si sedimenta tutto intorno al cuore. A quel dolore diamo una forma, un volto, un nome. E ci cammina accanto, come presenza rassicurante nello psicodramma della vita che insceniamo. Attori sul palcoscenico, con l’abito di gesso cucito addosso, nulla più ci infrange. E osserviamo la platea, in attesa di uno sguardo. In attesa di essere guardati. E intanto ripetiamo la nostra parte, insceniamo e immaginiamo. Le immagini sono i fotogrammi che arrivano, confusi, da un passato che crediamo reale. Su questo passato ordiamo il canovaccio del nostro spettacolo.   Dall’origine… Inizia sempre in un luogo, la nostra storia. In una casa che prima accoglie, poi scaccia via. Siamo gettati nel mondo come feto respinto, con violenza, verso un baratro perturbante. E allora impariamo a proteggerci, in un angolo di mondo uteroso, buio, che rifugge la luce, “una terra dove tanti di noi scolorano.” È il luogo che i più temono, perché impegnati a cercare la luce, come in una tela di Caravaggio: “La luce nei suoi dipinti, la luce su cui noi ci soffermiamo per indicarne il genio, è un bianco che si afferma per contrasto: se non ci fosse ombra, non lo vedremmo.” La natura è tutto uno scontro-incontro di opposti, e la coppia Luce-Ombra partecipa di questo conflitto. O ci oscuriamo o ci illuminiamo. Sempre e solo da una parte. Come fa Cloe, nella quale urge l’abisso, e che preferisce essere Anais, la quale si assume “il compito di togliere il genere umano dalle tenebre.” Di salvare i bambini feriti per sempre, con un varco aperto nel cuore nascosto nella dura pietra, da padri assenti e madri Medea. Sono le anime innocenti che dalla vecchia Europa giungono a Gerusalemme in una spedizione di coraggio e speranza e che, arrivati alla vetta del Monte, chiedono a Dio:

“cosa c’entriamo noi?”

Il genere umano, sembra gridarci la storia, o nasce sotto una stella calda e rassicurante, o cresce all’ombra di violenza e incuria. Come sopravvivere a questo dolore, come perdonare chi non ha saputo proteggerci dal buio? E soprattutto, si può amare se non si è stati amati? L’amore come rifugio, come antidoto alla solitudine, come fuga. “… l’oscurità, diceva il professor T., è ciò da cui la luce prende origine. Nessun giorno spunterebbe mai, se la notte non preparasse la vita.”
Cade la terra di Carmen Pellegrino. Giunti - 2015
Cade la terra di Carmen Pellegrino. Giunti – 2015
Giorno e notte, dunque, si inseguono, ma senza incontrarsi mai. Nel loro perenne sfuggirsi e scontrarsi, c’è infine anche un volersi incontrare. Quando il loro amarsi e odiarsi si dilegua per ricongiungersi, finalmente, l’uno nell’altra. Ma fino a quando non capiranno cosa manca all’uno, e cosa all’altro per ritrovarsi, non si troveranno ancora. La Luna può credere di essere il sole nella notte e il Sole la luna che illumina la notte. La luna vive di luce riflessa del sole, essa splende nella bassa oscurità, mentre il Sole si innalza, nella luce piena. Fra discese e risalite, la luce si alterna tra le braccia umide della luna e quelle forti del sole, fra abisso e coscienza. È l’altalena sulla quale sale e scende Cloe, a intermittenza, nella sua vita.   “Se solo avessimo il coraggio di fare la posta alle ombre, di coglierne il suono leggerissimo rivolto soltanto a noi.”   … al confine L’oscurità vuole dirci qualcosa, vuole che teniamo gli occhi ben aperti mentre ci immergiamo in essa, solo così il velo potrà calare e rivelare un bianco accecante. Scopriremmo, così, che è nel buio che si nasconde la luce. Ma se non ci riappacifichiamo con la notte, l’alba mai spunterà. Bagnandoci di oscurità, entriamo in una nuova fonte battesimale, risaliamo dopo aver toccato il fondo. “Chi attinge a quest’amara e salutare fonte, beve la conoscenza dell’Ombra.” (Carl Gustav Jung, Mysterium coniunctionis) Tenendo le redini della propria vita, Cloe si illude di poter guidare la biga trainata dalla coppia di cavalli di platonica memoria: “Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sì e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso.” (Platone, Fedro) Un’altra opposizione, fra cavallo (istinto) buono, e cavallo (desiderio) peccaminoso. Perché trainare a forza verso la contemplazione alta, l’animale che è dentro noi? Perché ammansirlo, esponendolo alla luce, anziché lasciarlo libero di vagare anche nell’oscurità? L’esperienza degli opposti può condurre l’auriga sulla strada giusta? Potrà Cloe accettare la traccia della sua vita, come una mappa di ferite e dolori? Potrà mai tornare nell’abbraccio delle acque amniotiche di chi l’ha scaraventata nel mondo, senza amore? “qualche volta il colpo ha un ritorno e becca proprio noi, così si aggiunge ferita a ferita, e finiamo per essere le nostre ferite…” Accettare il proprio destino è forse la sfida più grande che l’uomo debba affrontare. Un destino che non è fato gratuito, ma è conquista di quella parte di sé che già si è in nuce (o in noce-ghianda come direbbe James Hillman). E Cloe, che si fa Redentrice fra le selve di occhi che interrogano/incolpano, da madri senza utero in un ventre pieno di vita, e da altre che partoriscono senza amore, diventa fatale punto di incontro tra Bene e Male. Sul precipizio sceglie se, passando per rassegnazioni, sfiducia, rancori, proiezioni, immaginazione, fantasticherie, il suo viaggio nell’ombra potrà renderla l’adulta in grado di provvedere alla bambina che è stata. Il percorso catartico diventa allora catena umana, dove anime avvezze alle ferite del mondo tendono mani, spesso invisibili come quella del professor T, esperto dell’Estetica delle ombre. E allora in nuovi panni, quelli di Esoluna, Cloe si immerge nel suo dolore, per uscirne come anima purificata, diretta verso una consapevolezza interiore sconosciuta, tracciando un nuovo e possibile cammino. Un cammino che tende all’immaginabile spiegazione al male, perpetrato contro gli innocenti, e una umanità inconsapevole.  
“Il fatto è che siamo viandanti nell’oscurità, ogni vita è qualcosa che non si potrà mai afferrare del tutto.”
  Poesia ispirata a “La felicità degli altri” di Domizia Moramarco La mia Anima fragile Venne A mani nude Vuote Ferite. Sanguinava parole. Incedeva nel fango, i piedi scorticati, la scia purulenta dietro di lei. Non volse lo sguardo indietro. Sapeva che, se lo avesse fatto, non sarebbe più venuta da me. Io che l’accoglievo, ogni volta. Annusavo il sudore sui suoi capelli. Aspiravo il sale dalle sue guance. Così, derelitta e perduta, lei veniva da me. Io, la sua ancòra. Lei, lo strappo da ricucire.   Recensione di Anna Quatraro   L’opera di Carmen Pellegrino condensa nel tempo labirintico e frammentario della memoria una storia (im)personale che offusca i confini del reale e del possibile, trasportando il lettore nella dimensione dell’infranto, nel vuoto senza tempo e nella fragilità che continua a incespicare su di sé, in ragione di un’affezione per le cose spezzate. Il passato è per Clotilde un luogo senza confini precisi, disseminato di fantasmi selvaggi, dilaniato dal suo centro e sempre più sbilanciato. In un mondo decentrato, il tempo perde la sua consistenza, per diventare abisso e annegamento: la verità e l’amore si zittiscono per far riaffiorare l’imperduto che si rileva frammisto al senso del sacro e nascosto nella crudezza del reale – pur senza accompagnarsi a bieco cinismo e rassegnazione.
Se mi tornassi questa sera accanto di Carmen Pellegrino. Giunti - 2017
Se mi tornassi questa sera accanto di Carmen Pellegrino. Giunti – 2017
Si dispiega così il tempo della caduta, e del peccato originale che non risparmia i bambini, ma li sacrifica senza motivo, per una necessità ultraumana la cui logica balugina appena nell’arco della narrazione. La memoria è un meccanismo onnivoro che trafuga le apparizioni del vero e dell’immaginario, investiga nelle ombre che non hanno il coraggio di rivelarsi a tutto tondo, cerca la pace nel gioco straniante della sottrazione e della fuga. Cloe vive una voragine: appaiono invece la madre Beatrice, il fratello Emmanuel, il professor T., docente di Estetica dell’ombra a Venezia, il compagno Baldassare, il Generale e Madame, l’amico Jerus, l’infermiera Angela. Le immagini, come quella di una figurina alla quale da piccola Cloe si appassiona, e di una Venezia schiacciata dalla nebbia – una Venezia fantasmagorica – giocano così un ruolo centrale, fra luce e tenebre, nell’equilibrio che Cloe cerca di ricostruire: si tratta di un’anastilosi, ovvero di un graduale processo di ridefinizione dell’identità, per liberarsi dal timore dell’oscurità:

“Se solo avessimo il coraggio di fare la posta alle ombre, di coglierne il suono leggerissimo rivolto a noi. Se riuscissimo a entrare nella casa chiudendoci la porta alle spalle e poi, armati di grimaldello, aprire le stanze, una ad una….”

L’equilibrio abbozzato da Cloe è un mazzo di interrogativi che si sciolgono di fronte alla responsabilità verso il mondo, alla lacerante assenza di Dio, o al suo semplice disinteresse, i quali tuttavia non impediscono alla protagonista di confrontarsi con il suo mistero. C’è così tanta luce, negli occhi della donna, da annebbiarne la visione: solo il buio, il confronto con la terra, umida e materna, le restituiranno la capacità di vedere, oltre il visibile, nello spettro dell’immateriale, nella consistenza dell’acqua e dell’aria, infine nella distanza impercettibile fra il respiro e la sua assenza.  
L'autrice Carmen Pellegrino
L’autrice Carmen Pellegrino
Chi è Carmen Pellegrino Classe ’77, è una scrittrice e storica. Nel 2008 ha pubblicato il saggio storico sui movimenti collettivi di dissidenza  ’68 napoletano. Conflitti sociali e lotte studentesche tra conservatorismo e utopie, mentre è del 2015 il suo esordio narrativo con il romanzo “Cade la terra” Giunti, vincitore del premio Rapallo Carige opera prima e il premo Selezione Campiello. Nel 2017, con il secondo romanzo “Se mi tornassi questa sera accanto” Giunti, si è aggiudicata il premio Dessì. Dedita alla scienza dell’abbandono, indaga i borghi disabitati e le rovine di antichi insediamenti, cercando di far rivivere i luoghi e le loro anime. Scrive per l’inserto letterario La lettura de Il corriere della sera ed è saggista su numerose riviste letterarie. “La felicità degli altri” è il suo nuovo romanzo pubblicato da La nave di Teseo nel febbraio 2021.

Il fornicaio di Matteo Edoardo Paoloni

 

L’umorismo è il più eminente meccanismo di difesa.

(Sigmund Freud)

 

Irriverenti, sarcastici e inclementi, i racconti della raccolta Il fornicaio dell’autore di origini romane Matteo Edoardo Paoloni,  Letteratura Alternativi Edizioni – 2020, sono il ritratto fugace di una società contemporanea emotivamente alla deriva, incurante del malessere che affligge l’anima sempre più schiacciata da falsi miti, eteree chimere e inutili pretese. Tutto questo, dietro un sorriso che amaramente il lettore abbozza, di volta in volta, accumulando, come formiche impazzite, vorticose idee nella sua mente. Nidi d’amore vuoti che si riempiono di pensieri e di immagini morbose per provare il brivido di sensazioni ormai dimenticate, mancanze colmate con la ricerca di nuovi followers, una fame interiore saziata con acquisti compulsivi e tutorial inconcepibili, insolenza travestita da candida spiritualità, insensibile sfacciataggine dinanzi ai drammi umani. Tutto questo, dietro uno stile ironico, disambiguo, una punteggiatura spesso arbitraria e attraverso l’uso frequente di antifrasi, che tendono a invertire il disordine sotteso nella morale in un ordine che tiene in vita un teatrino umano dall’equilibrio instabile. L’autore diventa così la voce fuori campo, l’aedo che scandisce con la sua cetra il ritmo di vicende esistenziali spesso al limite dell’assurdo, mantenendo uno sguardo vigile sul pubblico, nella speranza di illuminare le loro menti. La goffa risata da clown si trasforma, allora, nel volto pallido e malinconico di un Pierrot infiacchito dal misero presente, dal quale fuggire, nel tentativo di un altrove misterioso che sappia riconsegnare il senso di una esistenza ormai dimenticata.
« … le persone con impulsi suicidi sanno ascoltare musica, così come sanno ascoltare le vibrazioni oscure della vita.»
A introdurre i racconti, citazioni di scrittori, sopra tutti quelle di Pier Paolo Pasolini nel richiamo nostalgico al mondo rurale contadino e la profezia all’esito burrascoso della società di massa sulla cultura, nonché versi di canzoni, dal punk al pop, spie di un desiderio di risveglio, un amo lanciato nel mare di pesci che, prima o poi, abboccheranno (forse) alla giusta lenza.  Scheda del libro Il fornicaio di Matteo Edoardo Paoloni - Letteratura Alternativa Edizioni - 2020 Autore: Matteo Edoardo Paoloni Genere: Narrativa Casa editrice: Letteratura Alternativa Edizioni Pagine: 110 Prezzo: Euro 14,90 ISBN: 978-88-31468-18-3   Chi è Matteo Edoardo Paoloni Matteo Edoardo Paoloni Classe 1986. Avido lettore di classici, l’incontro fulminante con la scrittura arriva, in giovane età, con Il giovane Holden di Salinger. Da dieci anni risiede a Madrid, dove si è occupato di traduzioni e insegnamento. È copywriter e promotore culturale. Ama i gatti.

Gridiamolo forte con una canzone

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Immaginiamo di entrare, in questi giorni, in un teatro. Vuoto, freddo, silenzio. Luci spente, sipario calato, sedie sgombre. Proviamo ad attraversare il corridoio, mentre spifferi di vento ci tagliano il viso. Dietro di noi, ombre di spettatori che inondano l’atmosfera con una pioggia di applausi. Sopra di noi riecheggiano voci di attori, mentre si diffondono le note dell’orchestra. Tutto si rianima, proprio come in un castello. E gli attori che calcano la scena sono gli eroi che vivono la loro e la nostra avventura. Quel che ci resta, in questi giorni, è l’immaginazione, la forza dei ricordi e la potenza della speranza che, molto presto, le emozioni che l’arte sa regalarci, nella condivisione di una passione, tornino a riempirci il cuore. E le parole. Restano le parole che si fermano in gola.
La cantante e attrice di teatro Tiziana Manfredi
La cantante e attrice di teatro Tiziana Manfredi
Tiziana Manfredi, cantante e attrice di teatro, pugliese, ha provato, assieme a suo fratello Vito, musicista e cantautore, a dare voce alle parole serrate di molti artisti come lei. Ne è venuto fuori, in una notte di dicembre, un testo presto messo in musica dal fratello, il quale ha diretto il videoclip che ne è seguito, girato presso il Cine Teatro “Gerardo Guerrieri” di Matera. Leggendo le parole del testo, si viene subito scagliati nella realtà, tangibile, di una categoria di professionisti che forse fino ad oggi non avevamo ancora apprezzato abbastanza. Artisti, professionisti, che ci hanno tante volte accompagnato con le loro musiche e parole nei momenti più importanti della nostra vita. Artisti che vivono della loro arte e che oggi sono fermi, contro la loro volontà.
Vito Manfredi, veterinario di professione, musicista e cantautore. Foto di Valentina D'eramo
Vito Manfredi, veterinario di professione, musicista e cantautore. Foto di Valentina D’eramo.
“Un palco vuoto, lo sai, è uno spettacolo indegno/ Oltre il sipario, là fuori, nel buio, c’è un catenaccio al cancello” recita il verso di una strofa del brano Parole senza una voce. Il sogno degli artisti è prigioniero, “in questo tempo feroce” di una mano invisibile, che stringe sempre più forte in una morsa di sdegno che rasenta l’umiliazione.

“Perché l’artista è quell’uomo sul palco, che non vuole morire.”

Forse non abbiamo ancora capito abbastanza quanto l’arte sappia renderci umani e quanto ci aggreghi. Parole senza una voce traduce questo pensiero in musica, e noi ascoltatori non possiamo fare altro, con la nostra di voce, che farle sentire, più forti, queste parole, affinché non restino “solo parole come neve sui ghiacciai.” Perché se è vero, come ha affermato Victor Hugo che nell’arte la libertà è l’ispirazione, allora in questo tempo che stiamo vivendo, arido di arte, siamo davvero tutti incatenati a un cancello. PAROLE SENZA UNA VOCE Il testo Mi guardo intorno e rifletto Nella penombra spettrale di questa fredda stanza Mi guardo intorno e rifletto Nella penombra spettrale di questa fredda stanza Un pianoforte muto, solo perché costretto Dall’incalzante follia di quest’uomo che non è mai… Non è mai folle abbastanza. Nella mia mente risuonano quei tasti bianchi e neri Tra l’euforia della gente nei teatri, nelle piazze e nei locali Tra gli applausi scroscianti e il tintinnio dei bicchieri Che ci si sente importanti, che ci si sente… ci si sente speciali.   Un palco vuoto, lo sai, è uno spettacolo indegno Oltre il sipario, là fuori, nel buio, c’è un catenaccio a un cancello Solo il rumore assordante di quelle tavole in legno In quel teatro ormai chiuso, che per noi… Per noi artisti è un castello   Gli spalti, le platee, le poltrone, il botteghino Da troppo tempo stan lì ad aspettare sotto quei riflettori Che si riapra il sipario, che si faccia un provino, Tra ballerini danzanti, tra musicisti ed attori. E mentre si sparge del sale sulle nostre ferite Paghiamo il prezzo di vivere in questo tempo, in in questo tempo feroce Che inaridisce la mente, consuma le nostre vite, E intanto passa veloce In questo fiume che scorre e che non torna indietro mai Che corre verso la foce Restano solo parole come neve sui ghiacciai Parole senza una voce.   E mentre regna il silenzio sopra le piazze deserte Le luminarie, le folle, i sorrisi son vecchie fotoingiallite Alle vetrine dei bar, dei negozi, gente a braccia conserte Incatenati a questa arida terra, come le piante… come le piante appassite.   È tempo di ripartire, ragazzi, oltre delirio e follia Perché l’arte è una parte di noi che non può e che non deve sparire Perché l’artista è una radio, un jukebox che ci fa compagnia Perché l’artista è quell’uomo sul palco, che non vuole morire.   E mentre si sparge del sale sulle nostre ferite Paghiamo il prezzo di vivere in questo tempo, in questo tempo feroce Che inaridisce la mente, consuma le nostre vite, E intanto passa veloce In questo fiume che scorre e che non torna indietro mai Che corre verso la foce Restano solo parole come neve sui ghiacciai Parole senza una voce. PAROLE SENZA UNA VOCE Il videoclip:
  TIZIANA MANFREDI. Una vita per la musica Tiziana Mnfredi. Cantante e attrice di teatroTiziana Manfredi è cantante professionista e attrice di teatro. A dieci anni esordisce sul palcoscenico. Pochi anni dopo, nel 1994 fa la sua comparsa in tv come solista su RaiUno in occasione del “50° anniversario C.S.I.”, presentata da Pippo Baudo e Simona Ventura. Seguono, la diretta su RaiDue “Ci vediamo… in Tv”, presentata da Paolo Limiti, la diretta su Tmc “Tappeto volante”, presentata da Luciano Rispoli, nel 2001 la diretta nella trasmissione televisiva “Brava gente”, presentata da Fabrizio Gatta e Cinzia Tani, mentre dal 2001 al 2003 è cantante solista al Capodanno di Rai International, presentata da P. Saluzzi e S. D’Amico e nel 2002 è cantante e attrice nello “Speciale Saranno Famosi”, presentato da M. De Filippi. Nel 1999 ottiene il 1° premio nella categoria “Cantanti” in occasione del concorso televisivo “Giovani al via”, in onda su TMC. Dal 2010 al 2012 è attrice-cantante nel musical “Noi..figli delle stelle”, con la regia del celebre ballerino Adolfo Marazita. Nel 2013 torna in TV, nella fiction televisiva “Il prezzo del potere” diretta da Daniele Filograna, con la partecipazione di Patrizia Rossetti, e a teatro con lo spettacolo autoprodotto“Nana’d”. Non ha mai smesso di studiare musica e frequenta corsi di vocologia e perfezionamento della tecnica vocale coi migliori esperti di logopedia e foniatria. Si è anche cimentata nella musica dance-house, incidendo i brani “Love beat” e “Lovely”, col nome d’arte Timanei.

137 di Lucio Salamone

 
«Lui, però, non si sentiva un divo come alcuni suoi colleghi, ma più una persona comune che di notte parlava alla gente.»
Esiste un popolo che si sveglia quando molti dormono. È il popolo della notte, di chi sussurra parole al microfono per tenere compagnia ai solitari, agli insonni, a chi di notte lavora. Sono voci, non volti, sono idee, menti e parole. Biagio Morelli è un dj, ex reporter, che decide di accettare un impiego per dirigere un programma radiofonico notturno su Radio Network e la sua vita presto prenderà una nuova piega, più avventurosa, con la ricomparsa di una persona a lui molto cara. La vita alla radio diventerà perciò il filtro di una narrazione dai numerosi risvolti. 137 di Lucio Salamone, edito da Letteratura Alternativa Edizioni, racconta infatti una storia dall’impianto narrativo poliedrico, che spazia dalla tensione del genere thriller al nostalgico romanticismo della giovinezza, fino alla vivacità poliziesca. E poi c’è la passione per la musica, la voglia di inseguire il proprio sogno di una band di giovani musicisti che cercano di farsi spazio in un mondo difficile, con il loro amore per il rock, simbolo di ribellione, quello che anima le generazioni ancora inesperte della vita. «La festa era riuscita bene e sentire l’affetto dei loro amici, per ora anche unici fans sfegatati, li aveva caricati come delle molle, pronte a rimbalzare tra i mille progetti che avevano in mente.» A fare da sfondo alle vicende, la città brumosa di Asti che si anima nel suo autunno piovoso, accentuando l’atmosfera, a tratti cupa, della trama. «Il vento era arrivato all’improvviso, energico, potente. Senza chiedere permesso sbatteva sulle imposte delle finestre, muoveva le tende nei negozi, scuoteva i rami degli alberi che resistevano alla sua forza, sfregando rumorosamente sulle foglie intrise dei colori della primavera.» Proprio come il vento, c’è un richiamo che ulula nell’anima insoddisfatta di Biagio, ed è quello del pericolo e della ricerca, che si fa sentire più forte quando Evelyn, photoreporter freelance, riappare d’improvviso nella sua vita. Evelyn così misteriosa e audace, il suo amore giovanile, degli anni spensierati e incoscienti, Evelyn lo riporta sulle tracce di passioni mai sopite, quella dell’indagine e di una persona che ha sempre contato per lui. «Si sentiva come un naufrago su una spiaggia, come se fosse stato troppo tempo ad aspettare una nave, ormai già su un’altra rotta: solo ora si accorgeva, alle sue spalle, del continente da esplorare.» Fra ricerche, pericoli e misteriosi intrecci, la narrazione scorre rapidamente, soprattutto grazie al ritmo serrato dei capitoli brevi e ai dialoghi incalzanti. Ciascun capitolo vive apparentemente di vita propria, per poi ricongiungersi in un unico fil rouge che guida tutta la vicenda, quello di un caso avvincente da risolvere che riguarda una sostanza misteriosa, il cesio 137. Un debutto ben riuscito quello di Lucio Salamone, giovane autore astigiano che si misura con la sua passione di autore in erba, amante del giallo e del mistero, ma non solo, la sua abilità narrativa rivela infatti una padronanza non da poco per gli autori esordienti contemporanei. Scheda del libro: 137 di Lucio Salamone - Letteratura Alternativa Edizioni, 2020 Autore: Lucio Salamone Genere: Narrativa Casa editrice: Letteratura Alternativa Edizioni Pagine: 184 Prezzo: Euro 14,90 ISBN: 978-88-31468-02-2 L’opera in copertina, dal titolo “Ancestrale”, è dell’artista Pablo Toussaint   Chi è Lucio Salamone: Lucio Salamone Classe 1977, Lucio Salamone vive a Monale con la moglie Sara e la figlia Emma. Svolge la sua attività di architetto nella città natale, Asti. Appassionato di musica, suona la chitarra in una cover band locale. Legge in continuazione e scrive per passione. Dedica i suoi racconti agli eroi del quotidiano, come i protagonisti del suo romanzo di esordio, 137 pubblicato nel 2020 da Letteratura Alternativa Edizioni.     Ascolta il podcast di Letteratura Alternativa Edizioni dedicato al libro recensito.

Intervista a Caterina Ambrosecchia, autrice di romanzi dalla scrittura immersiva nel sud dell’anima

I suoi due romanzi, La donna giusta e Sette secondi, sono entrambi pubblicati per Gelsorosso, casa editrice pugliese che prendendo il nome dalla nota favola ovidiana di Piramo e Tisbe intende promuovere il forte legame fra tradizione e innovazione culturale locale, presentano il topos della ricerca dell’identità, il primo scavando nelle proprie radici di un Sud Italia ostico e profondo, il secondo volgendo lo sguardo al passato per imparare ad affrontare le paure, fra tutte la perdita delle persone care, nell’incantevole atmosfera dei paesaggi della Grecia. Apriamo subito l’intervista chiedendo a Caterina Ambrosecchia, che ringraziamo per la sua presenza nello spazio virtuale di Mi libro in Volo, cosa rappresenta il Sud come metafora nei suoi romanzi. «Il Sud dei miei romanzi non è un paesaggio geografico, ma mappa dell’anima e ambiente umano. Nel mio primo romanzo La donna giusta lo scenario è quello di “un borgo medievale cinto da torri e mura con un imponente castello feudale”, un luogo con strade contorte, scalinate sconnesse, ma il paesaggio è la metafora di una cultura antica, chiusa alle novità, restia al cambiamento. Tutto ciò non ha a che vedere con il sud geografico, è più un sud socioculturale di un’epoca, di relazioni sociali, di stereotipi e pregiudizi di un mondo patriarcale (una parte del romanzo è ambientata negli anni ’50) a cui fanno da contraltare donne coraggiose e orgogliose che nell’ombra s’impongono come modelli di donne estremamente moderne che rifuggono dal ruolo di mogli e madri. Nel mio secondo romanzo Sette secondi il sud è rappresentato dalla Grecia, ma il topos più importante è il viaggio intrapreso da quattro donne nel 1994, un viaggio fisico, ma che ovviamente è anche un viaggio interiore perché le protagoniste s’incontrano, si confrontano, si scoprono e condividono i propri vissuti. Posso dire che il Sud rappresenta il “luogo” in cui si torna dopo essere stati altrove, profondamente cambiati.»
La donna giusta di Caterina Amrosecchia - Gelsorosso Edizioni, 2017
La donna giusta di Caterina Amrosecchia – Gelsorosso Edizioni, 2017
Nel tuo romanzo di esordio, La donna giusta, pubblicato per Gelsorosso Edizioni nel 2017, tratti il tema del ritorno al proprio nido per una nipote, a seguito della morte della nonna. Accade spesso che autori contemporanei introducano l’argomento della famiglia come luogo che, dapprima in ombra, poi si rivela fonte di nuova luce per scoprire se stessi. In fondo, gli stessi luoghi dove è ambientata la storia sembrano nascere dal ventre roccioso della terra, sono paesaggi che nascondono posti segreti, grotte dove filtra appena il sole. Ci racconti, a questo punto, la genesi del romanzo e che tipo di accoglienza ha ricevuto dal pubblico dei lettori? «La donna giusta è tratto da una storia vera su cui ho costruito intrecci, personaggi, storie familiari. È un romanzo con un duplice piano temporale, gli anni ’50 e i nostri giorni. Narra di tre donne che appartengono a tre generazioni diverse: nonna, figlia e nipote. Quando la nonna muore, sua nipote comincia a scavare nel passato della sua famiglia e scopre una verità diversa. La rivelazione dei segreti darà un nuovo senso a tutta la sua vita. La protagonista degli anni ’50 vive la sua giovinezza in un ambiente socio-culturale povero e arretrato, ma lei è una donna moderna e tenace che riesce a fare cose che in quegli anni erano impensabili per una donna. Il pubblico ha risposto con entusiasmo: dall’esordio nel 2017 presso il Salone Internazionale del Libro a Torino, sono stata in diverse città italiane per presentarlo. Il libro è stato accolto con successo, per un’esordiente e per una casa editrice indipendente effettuare tre ristampe in poco più di otto mesi, è stato un ottimo risultato.»
Sette secodi di Caterina Ambrosecchia - Gelsorosso Edizioni, 2019
Sette secodi di Caterina Ambrosecchia – Gelsorosso Edizioni, 2019
In Sette secondi, uscito sempre per Gelsorosso Edizioni, le protagoniste sono quattro donne che partono per un viaggio nella splendida isola di Mykonos. Quattro personalità differenti, dalle quali emergono le svariate sfaccettature del femminile alle prese con profondi dolori dell’anima. Dato che il libro è ambientato nella terra dei miti, immaginiamo di conoscere i tuoi personaggi femminili accostandoli alle divinità greche. Cosa ne verrebbe fuori, secondo te? «Le donne protagoniste del mio romanzo, come le dee greche, sono degli archetipi psicologici che ripropongono modelli comportamentali del mondo femminile. Le mie donne sono più influenzate dal contesto culturale ed educativo che dagli archetipi inconsci di cui le dee della mitologia sono, nella lettura psicoanalitica, la rappresentazione. Se devo fare un parallelismo comincio dalla più giovane delle mie protagoniste, Alessandra, che posso associare a Persefone, archetipo della fanciulla che non ha autonomia nelle scelte e ha un atteggiamento passivo, come se aspettasse che qualcuno o qualcosa giunga a trasformare la sua vita. Elena, per alcuni aspetti, è la più saggia e per questo l’associo ad Atena che è governata dalla testa e rappresenta la funzione del pensiero e della volontà. Artemide, regina della notte e dei luoghi selvaggi l’associo a Silvia, spirito indipendente che persegue il proprio obiettivo in modo appassionato. Annamaria potrebbe essere rappresentata da Hestia, la custode del focolare, perché si concentra sulla propria interiorità, è introversa e solitaria, non è ambiziosa e tende a rimanere sullo sfondo senza apparire, proprio come la mia protagonista.»   Restando in terra greca, mi sembra doveroso ribadire che sei laureata in Filosofia e insegni Psicologia nelle scuole superiori. Cosa rappresentano per te la Sapienza e la Ricerca, e come proponi la materia ai tuoi giovani studenti? «La Sapienza è ricerca, nel senso socratico del termine, è un concetto dalle varie sfaccettature che può essere declinato sia in ambito pratico, che teologico, che morale: la Sapienza chiarisce ogni cosa, dice Aristotele. Questa luce dovrebbe irradiare il lavoro dei docenti e a ricaduta sugli alunni. Impresa titanica soprattutto oggi che viviamo un momento storico particolare e problematico, sembra impossibile arrivare ai ragazzi, ma è proprio ora che hanno più bisogno di essere rischiarati. Che si denunci il decadimento culturale e morale di certi programmi televisivi, le responsabilità del web e la conseguente distorsione educativa ai danni dei ragazzi. Propongo la materia cercando di sedurre la mente dei miei alunni, dimostrando loro che si può essere “belli” perché culturalmente preparati e non per una immagine ostentata che riceve tanti like. Li aiuto a costruirsi un’identità a prescindere dall’approvazione di un anonimo pubblico, contando solo su ciò che sono. Li accompagno a scoprire chi vogliono essere, in questo la disciplina che insegno mi aiuta, vorrei che si liberassero dalle “catene” e “uscissero dalla caverna”.» Volendo cercare un significato filosofico nei tuoi due romanzi, quale potrebbe essere il filo che tiene assieme le due trame? «Non ho mai pensato che i miei romanzi avessero un significato filosofico a sottenderli. Sono storie, vicende, intrecci, scorci di vita e situazioni. Mi ha spinta la voglia di raccontare, non quella di esporre teorie filosofiche in modo meno ostico per farle comprendere più facilmente. D’altro canto, però, nei miei feedback, ho riscontrato un frequente processo di identificazione tra i lettori e i protagonisti delle storie. Mi sembrava di raccontare le storie di tutti, quando il pubblico mi riferiva di aver vissuto vicende simili e di essersi riconosciuto nei personaggi. Credo nel potere terapeutico della lettura e il pensiero di essere riuscita a smuovere conflitti rimossi nei lettori, mi rende orgogliosa. Con la lettura si può guarire o perlomeno si scopre di non essere soli a percepire la realtà in un certo modo, ci si sente compresi, accolti, rincuorati. I libri servono anche a questo.»
L'autrice Caterina Ambrosecchia, lucana, insegnante di Scienze umane e sociali e Psicologia
L’autrice Caterina Ambrosecchia, lucana, insegnante di Scienze umane e sociali e Psicologia
Caterina filosofa e Caterina scrittrice. Come si concilia in te il binomio ragione/sentimento quando sviluppi una storia nella tua mente e poi la riporti su carta? «Il dualismo Ragione/Sentimento da Cartesio in poi ci ha teso una trappola: il sentire è stato frustrato in quanto svilente dell’essere umano in cui era preferibile che prevalesse la razionalità. Oggi c’è una rivalutazione dell’aspetto emotivo dell’essere umano anche grazie alla scoperta dell’intelligenza emotiva, che conferisce al sentimento una valenza diversa che poco ha a che fare con l’accezione negativa dell’irrazionalità intesa come pulsione istintiva. In me ragione e sentimento coabitano, a volte amabilmente, altre in modo più burrascoso. L’attitudine a comunicare empaticamente con gli altri e a esprimere il mio mondo interiore, mi spinge a dialogare anche con i miei personaggi. Loro attraversano delle vicende e a volte faticano a scegliere tra ciò che vogliono e ciò che gli altri si aspettano da loro. È stato così per Tommaso, che nel mio primo romanzo era attratto da una ragazza che però non era quella che sua madre aveva scelto per lui. Oppure Silvia, una protagonista di Sette secondi, si trova di fronte a un dilemma gigantesco e se razionalmente sa di aver fatto la scelta giusta, la sua emotività ne rimarrà segnata per sempre. Spesso ci troviamo in conflitto tra queste due spinte antitetiche e scegliamo ciò che razionalmente è più facile per farci accettare o per non creare problemi, dentro di noi, però, c’è una lotta senza fine, facciamo di tutto per non ascoltarla e per non registrare il malessere che il nostro corpo ci comunica. Tutto ciò ci fa ammalare.» Ogni scrittore ha un proprio maestro dal quale ha avidamente imparato e dal quale è partito. Il tuo, Caterina, chi è? «Noi siamo tutto ciò che abbiamo studiato e letto. È praticamente impossibile scegliere un maestro in particolare. Detto questo, il mio pensiero e la mia vita hanno subito un profondo cambiamento dal momento in cui ho letto e studiato le opere di Friedrich Nietzsche, sia da un punto di vista filosofico che esistenziale; quando ho incontrato i libri di Massimo Recalcati e Umberto Galimberti ho avuto l’opportunità di modificare il mio punto di vista su varie questioni psicologiche e sociali. Da un punto di vista letterario a vent’anni m’innamorai di Thomas Mann leggendo “La montagna incantata”, da allora molti autori mi hanno entusiasmata, altri annoiata. Gli ultimi, da un punto di vista cronologico, che mi hanno lasciato qualcosa di diverso e che quindi posso citare sono: Kent Haruf, John Williams, Agata Kristoff, Patrick McGrath e Hanya Yanagihara.» Se un giorno fossi tu a diventare maestra ispiratrice, cosa ti piacerebbe che ricordassero i tuoi discepoli della tua scrittura? «Ho tanti discepoli tra i miei ex alunni e alunni attuali (insegno dal 1992!), mi conoscono come insegnante e, negli ultimi anni anche come scrittrice. Quello che in assoluto vorrei che i miei lettori ricordassero come caratteristica della mia scrittura è la delineazione psicologica dei miei personaggi. Mi piace scavare nel vissuto dei protagonisti, dar voce ai loro desideri profondi, alle paure inconsce, ai traumi del loro passato. Vorrei che ricordassero i miei protagonisti, che gli si “attaccassero” addosso, mi piacerebbe che gli “parlassero” come se fossero amici e continuassero a vivere con loro anche dopo la lettura del romanzo.» Saluteresti i lettori di Mi libro in volo svelando i progetti letterari futuri che hai nel cassetto? «Sto scrivendo il mio terzo romanzo ispirato, anche questo, a una storia vera. Si tratta di una donna che diventa madre e che vive questa condizione in modo molto problematico e contraddittorio. Lavoro a questo progetto da un po’ di tempo, il periodo della pandemia non mi ha aiutata, sono stata troppo coinvolta emotivamente dalla situazione per lasciare scorrere libera la storia sulla carta. Mi riprometto di terminare la prima stesura entro l’estate e di pensare alla revisione in autunno. Vorrei che il libro fosse pubblicato ad emergenza terminata, in modo da poter incontrare nuovamente i lettori dal vivo durante le presentazioni. Il contatto con il pubblico è l’aspetto che più mi manca in assoluto.» Grazie Caterina Ambrosecchia per questa profonda e intensa intervista, ti aspettiamo presto con la tua nuova storia.