“Le parole che non ho detto sono rimaste in me come sassi nel ventre.”
(“I pesci non chiudono gli occhi” – Erri De Luca)
Ho pensato a lungo se scrivere un pezzo di fine anno, come faccio sempre. Questo ultimo anno mi è scivolato addosso con una velocità impressionante.
Ho fatto molto, forse meno dell’anno precedente, durante il quale avevo seminato tanto. In questo, dovrei dire di aver raccolto i primi frutti. Eppure mi ritrovo con una sensazione di raccolta grama, come se non riuscissi mai a cogliere il frutto giusto.
Dico spesso che la perfezione non esiste, ma so di dirlo anche per consolarmi. Perché, in fondo, io la perfezione la cerco sempre. La cerco in ciò che faccio, in ciò che provo a dire, in ciò che vorrei realizzare. Non la raggiungo mai. E forse so bene che, se la raggiungessi, non ne sarei comunque soddisfatta.
La vita, almeno per me, è questo inseguire senza ottenere davvero.
Da lontano vedo la cima della montagna e mi dico che la raggiungerò. Così mi metto in cammino, indossando il peso della fatica. Passo dopo passo arrivo dove voglio arrivare. Dall’alto ciò che vedo mi piace. Ma subito dopo penso che devo ridiscendere. E nella discesa la fatica pesa di più. Tornare con i piedi per terra è sempre più duro che salire.
Sognare l’obiettivo dà la carica. Ottenere ciò che si è sognato e stringerlo tra le mani diventa il vero enigma: come lo porto con me? Lo lascio rotolare giù e poi, come Sisifo, lo riporto ancora su, sperando di trovare il senso di questo mio destino.
Un destino affidato o un destino da costruire? Ogni anima sceglie il proprio, ma poi se ne dimentica. Di tanto in tanto arriva una voce familiare: la riconosciamo, la seguiamo, e poi perdiamo la rotta, travolti dalle onde. Ecco, quest’anno mi sono sentita così travolta. Da affanni, insicurezze, dubbi. Eppure ero sulla vetta.
Ma ciò che guardavo sbiadiva, diventava rarefatto. Continuavo a salire e scendere senza sosta, mentre un senso di incertezza mi attraversava. La domanda tornava insistente: chi sono io? Sono quella che corre o quella che ha paura di fermarsi?
Cosa c’entra tutto questo con un blog che parla di libri?
In questo anno ho letto più libri di quello precedente, ma ne ho parlato poco. E questo mi rammarica, perché mi fa sentire come un albero spoglio. La linfa scorre, fermenta a ogni lettura, ma si blocca quando cerco le parole per dirla.
Le vorrei perfette, quelle parole. Ma non mi escono più come una volta. E so che a fermarle sono io. Perché alcune parole, quelle che certi libri ti tirano fuori, fanno male. Sono colpi che scuotono e tramortiscono. Le tengo dentro. Ogni tanto si fanno sentire, soprattutto quando la stanchezza abbassa le difese.
Mi dico che le dirò domani. Ma non è mai la stessa cosa. Perché certe parole, quando arrivano, non chiedono subito di essere dette. Chiedono prima di restare. Di farsi silenzio. E io, quest’anno, ho ascoltato più quel silenzio che la voce che avrebbe potuto raccontarlo.
Avrei voluto parlare di libri, come faccio sempre. Avrei voluto raccontare trame, attraversare pagine, dialogare con autori vivi e morti, lasciare qui qualche traccia di quelle letture che, normalmente, scandiscono il mio tempo interiore. Non ci sono riuscita. Non perché i libri siano mancati, ma perché sono stata travolta da dilemmi più profondi, da domande che non chiedevano parole pubbliche, ma silenzio privato. I libri, però, non sono passati invano.
Anche quando non ne ho scritto, anche quando non li ho nominati, le loro frasi mi hanno scalfito. Sono rimaste lì, come restano certe musiche ascoltate distrattamente ma capaci, a distanza di tempo, di riaffiorare intatte. Alcune immagini, alcune idee, certe domande aperte hanno continuato a lavorarmi dentro, in silenzio, senza chiedere di essere subito trasformate in contenuto.
Forse è stato questo il punto: non ero pronta a parlare di libri perché i libri stavano parlando a me. E quando succede, ogni parola rischia di essere prematura, difensiva, non necessaria. Ho capito che c’è un tempo per condividere e un tempo per tacere, e che entrambi sono parte dello stesso gesto di fedeltà verso ciò che si legge.
“Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.”
(“Il piccolo principe” – Antoine de Saint-Exupéry)
Il proposito per il nuovo anno nasce da qui.
Voglio riprendermi il silenzio. Non quello vuoto, ma quello abitato. Il silenzio che permette di ascoltare davvero, soprattutto dentro di sé. Voglio tornare a dialogare con i libri senza la fretta di doverli subito restituire in forma di giudizio, di recensione, di post. Voglio sentirmi libera di sostare, di non capire immediatamente, di lasciare che le parole sedimentino.
So che quei libri torneranno. Torneranno sotto forma di riflessioni, di domande meglio formulate, forse di scritti più lenti e più veri. Il nuovo anno non sarà una ripresa forzata, ma una continuazione più consapevole. Non un parlare di più, ma un parlare meglio, quando sarà il momento.
Questo è, in fondo, un augurio che faccio prima di tutto a me stessa: ritrovare lo spazio interiore in cui leggere e scrivere non siano obblighi, ma atti di libertà. E quando il dialogo con i libri riprenderà qui, sarà perché il silenzio avrà finalmente detto tutto ciò che doveva dire.