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Pasqua e rinascita: la metamorfosi femminile nella scrittura del Novecento

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Una brevissima esplorazione del legame simbolico tra la Pasqua come archetipo di morte e rinascita e la metamorfosi nella scrittura femminile del Novecento, attraversando tre voci che hanno trasformato l’esperienza del femminile in parola. Premessa: Che sia nel silenzio raccolto della scrittura diaristica o nella dimensione pubblica del saggio e della presa di parola, la donna si apre un varco: abita la propria voce, attraversa il sacrificio e lo reinventa, fino a conquistare il diritto di esistere come soggetto della propria narrazione. La Pasqua, nella sua dimensione simbolica, rappresenta uno dei più potenti archetipi della trasformazione: morte, discesa, attesa e ritorno alla vita. Questo schema, profondamente radicato nell’immaginario umano, trova una risonanza sorprendente nella scrittura femminile del Novecento, dove la rinascita non è mai semplice ritorno, ma sempre metamorfosi. Il Novecento è stato il secolo in cui la voce delle donne è emersa con forza nella letteratura, quando il tema della rinascita si è saldamente intrecciato con quello dell’identità: scrivere, per le autrici del secolo scorso, ha significato attraversare una soglia, lasciare una forma per trovarne un’altra.
Persefone - Gabriele Rossetti
Persefone – Gabriele Rossetti
Il simbolismo della Pasqua tra mito e psicologia L’archetipo pasquale affonda le sue radici ben oltre la tradizione cristiana. Il mito di Persefone racconta già questa dinamica: la discesa negli inferi e il ritorno alla superficie segnano un ciclo che è insieme cosmico e psichico. In chiave psicologica, come sottolinea Carl Gustav Jung, ogni trasformazione autentica implica una discesa nell’inconscio. Non esiste rinascita senza attraversamento del buio. La scrittura femminile del Novecento sembra incarnare proprio questo movimento: non una resurrezione luminosa e lineare, ma una trasformazione che passa attraverso la crisi, la perdita e la frammentazione.
Una stanza tutta per sè - Virginia Woolf, 1929
Una stanza tutta per sè – Virginia Woolf, 1929
Virginia Woolf e la nascita di una voce “Lei aveva imparato la prima grande lezione; scriveva come una donna, ma come una donna che abbia dimenticato di essere una donna, cosicché le sue pagine erano piene di questa strana qualità sessuale che si ottiene solo quando il sesso non è consapevole di sé.” Virginia Woolf segna una svolta fondamentale con il suo saggio Una stanza tutta per sé. Qui la rinascita della donna come soggetto narrante avviene attraverso la conquista di uno spazio, sia in senso materiale che simbolico. La “stanza tutta per sé” è il luogo della possibilità in cui la donna può finalmente emergere, non come oggetto della narrazione, ma come coscienza che racconta. Nei suoi romanzi, la rinascita si manifesta proprio come una trasformazione percettiva: il tempo si frantuma, la realtà si dissolve e ciò che emerge è una nuova forma di conoscere e di conoscersi.
Sylvia Plath - mi libro in volo
Sylvia Plath (1932-1963)
Scrittura e metamorfosi: Sylvia Plath “Leonessa di Dio, Come in una ci evolviamo, Perno di calcagni e ginocchi! (…) Bianca Godiva, mi spoglio – Morte mani, morte stringenza. E adesso io Spumeggio al grano, scintillìo di mari.” (da Ariel – Sylvia Plath) Istinto, potenza assoluta di impronta divina, dissoluzione dell’io, slancio, esposizione, è questa l’esplosione energetica contenuta nella parola vergata da un’anima che si libera del suo involucro. Una rinascita auspicata attraverso la scrittura. Sappiamo bene quanto Plath fosse risucchiata da una asfissiante quotidianità, una difficoltà profonda a trovare riconoscimento sul piano autoriale. È forse proprio in questo scarto, tra costrizione vissuta e libertà immaginata, che la sua parola si carica di una tale intensità: perché ciò che nella vita resta imprigionato, nella scrittura tenta, con violenza e lucidità, di liberarsi. In questa tensione, la scrittura diventa il luogo di una rinascita possibile: non un ritorno, ma un passaggio, una trasformazione che si compie nel gesto stesso del dire.
Una donna - Sibilla Aleramo, 1906
Una donna – Sibilla Aleramo, 1906
Dalla madre sacrificale alla donna che scrive: Sibilla Aleramo “Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare sé stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, anche di dignità umana!” Nel suo romanzo autobiografico Una donna (1906), la trasformazione passa attraverso una scelta radicale: abbandonare il ruolo di madre per poter esistere come soggetto. Il tema della rinascita si intreccia qui con uno dei nuclei più profondi dell’immaginario femminile: il mito della madre sacrificale. Aleramo lo spezza: la protagonista compie un gesto che, per l’epoca, è quasi impensabile, lascia il figlio. Non per mancanza d’amore, ma per necessità di esistere. È un atto che rompe l’identificazione tra femminilità e sacrificio. Nella tradizione culturale occidentale, la figura della madre è quasi sempre legata al sacrificio: nutrire, proteggere, rinunciare. È un archetipo potente, che trova risonanza sia nei miti antichi sia nella simbologia cristiana. Ma Aleramo introduce una frattura. La sua rinascita non passa attraverso il sacrificio, ma attraverso la separazione. È una Pasqua rovesciata: non si muore per l’altro, ma si lascia qualcosa per poter vivere. In questo senso, la sua scrittura inaugura una nuova possibilità: quella di una soggettività femminile che non si definisce solo in relazione all’altro, ma a partire da sé. In Una donna, la scrittura non è solo testimonianza, ma atto fondativo. È attraverso il racconto che la protagonista si ricostruisce. Tra sacrificio e libertà: una tensione irrisolta … Tra Sylvia Plath e Sibilla Aleramo si apre una tensione che attraversa tutta la scrittura femminile del Novecento: da un lato, il corpo e la psiche come luogo di una trasformazione spesso dolorosa, non integrata; dall’altro, la conquista di uno spazio di libertà che implica perdita, rottura, solitudine. Possiamo dire, allora, che la rinascita non è mai unitaria, ma una tensione tra ciò che si lascia e ciò che si diventa. … e nella scrittura c’è la rinascita In conclusione, la scrittura femminile può essere letta come un vero e proprio rito pasquale: un processo che implica crisi, trasformazione e nuova configurazione dell’identità, diventando altro. Ed è proprio qui che il simbolismo della Pasqua si rivela nella sua forma più profonda: non come promessa di salvezza, ma come possibilità di trasformazione.  

Le ottanta domande di Atena Ferraris di Alice Basso

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Alice Basso è tornata in libreria con Le ottanta domande di Atena Ferraris, Garzanti Editore, in cui racconta la neurodivergenza oltre gli stereotipi, tra ironia, indagine e ricerca di sé.   Nel secondo capitolo della nuova serie firmata dalla brillante e ironica penna di Alice Basso, Le ottanta domande di Atena Ferraris, edito da Garzanti, ritroviamo la protagonista alle prese con un dubbio tanto personale quanto universale: fare o non fare il test diagnostico per le neurodivergenze? Atena ama i quiz, i rebus, gli indovinelli; ama trovare connessioni e soluzioni. Ma questa volta il rompicapo riguarda sé stessa, il tentativo di comprendere il proprio modo di funzionare. Ed è proprio qui che il romanzo trova il suo nucleo più interessante: esiste davvero la possibilità di definire il funzionamento di un individuo? 
«Neurodivergente. Contiene la parola divergere, che di solito non è una bella cosa, perché indica che il mondo va da una parte e tu da un’altra. Ma la verità è che, dal momento in cui Gemma mi ha ventilato l’ipotesi che ci fosse un nome per tutte le mie complicazioni, mi è sembrato fantastico, travolgente, già solo che esistesse un nome. (…) Per essere più precisi – e poi la smetto, ché a nessuno fa piacere aspettarsi una storia e beccarsi un trattato, scusate, lo so – secondo Gemma io potrei essere una cosa che si chiama AuDHD, cioè autistica di livello uno con comorbidità di ADHD. In soldoni significa che sono per metà rigorosa e abitudinaria come un gatto siamese, per metà passionale e tendente alla distrazione come un golden retriever. Sembra assurdo che le due cose possano coesistere, vero? E invece. E infatti è difficile. La mia vita è un casino. Ma se scopro cosa sono e come si fa a essere me, lo sarà un po’ meno.»
Alice Basso, fin dalle prime pagine, mette il lettore davanti a una tentazione immediata: etichettare Atena, personalità brillante, geniale, fuori dal comune. Eppure il testo invita subito a compiere un passo indietro, a sospendere il giudizio e a restare nello spazio più complesso — e più umano — delle domande, più che delle risposte. Atena non vuole essere ridotta a un’etichetta, nemmeno a quella apparentemente positiva del “genio”. Dietro la sua memoria incredibile, dietro la capacità di trattenere informazioni con precisione quasi assoluta, c’è qualcosa di più complesso e più umano: un modo diverso di stare nel mondo, che nemmeno lei comprende fino in fondo. E qui nasce il primo nodo del libro: il problema non è ciò che Atena sa o ricorda, ma ciò che accade quando entra in relazione con gli altri. Quel desiderio irrefrenabile di parlare di ciò che ama, di condividere dettagli, connessioni, pensieri, può farla apparire saputella. Ma è davvero così? O siamo noi, spesso, a non avere gli strumenti per ascoltare senza giudicare?
Le ventisette sveglie di Atena Ferraris. Alice Basso. Garzanti, 2025
Le ventisette sveglie di Atena Ferraris. Alice Basso. Garzanti, 2025.
Attorno ad Atena si muove una famiglia atipica e bellissima. Una madre, ingegnera brillante, che rappresenta una voce rassicurante, quasi una bussola: colei che suggerisce come comportarsi, come non ferire, come non apparire maleducati. Un padre rimasto fedele allo spirito hippie, presenza affettuosa e laterale. E soprattutto Febo, il fratello gemello, vicino alla sorella come non mai: colui che deve fare da ponte tra Atena e il mondo esterno, proteggere, tradurre, mediare. Non lo fa sempre nel modo più attento, ma agisce sempre nel tentativo di colmare quello spazio vuoto tra Atena e gli altri. Ed è proprio questo spazio, questo “buco” invisibile, che il romanzo racconta con grande delicatezza. Non è un vuoto da riempire, ma un territorio da esplorare. Uno spazio impalpabile che possiamo percepire solo se rallentiamo, se osserviamo, se ascoltiamo davvero. Ed è ciò che fa Jacopo, il personaggio che prova a capire “come funziona Atena”. Non con la pretesa di aggiustarla, ma con attenzione e rispetto. Ed è forse questa la lezione più profonda del libro: l’unico strumento che ci permette di entrare in sintonia con l’altro è il desiderio di conoscere, non il giudizio.
«… Mamma aveva un modo di spiegarmi il mondo che perlomeno non mi faceva sentire come se stessi ricevendo un ariete in pieno sterno!»
Dopo la perdita della madre, figura a cui era legata in modo quasi simbiotico e da cui riceveva continue rassicurazioni nel rapporto con il mondo esterno, Atena si ritrova a fare i conti con la propria dimensione adulta. Deve imparare a orientarsi nelle relazioni, a decifrare segnali e aspettative sociali, e in questo passaggio si sente inevitabilmente disorientata. Accanto a lei c’è il fratello Febo, che prova a guidarla, ma con un approccio molto diverso: meno accogliente, meno protettivo, più orientato alla normalizzazione. Attraverso questo contrasto, il romanzo lascia emergere una consapevolezza più profonda: la madre, in fondo, non aveva fatto altro che proteggere la figlia nello stesso modo in cui aveva imparato a proteggere sé stessa dal mondo esterno, una strategia di adattamento, un camuffamento continuo. Nel nostro immaginario collettivo, infatti, dominano ancora stereotipi, tra cui il più difficile da estirpare: autismo uguale genialità, eccezionalità, sensazionalismo. Ma Alice Basso ci porta altrove. Ci mostra la quotidianità, le sfumature, le difficoltà concrete: i fastidi fisici nello stare tra la gente, la fatica delle relazioni, la necessità di routine che rassicurino. Atena adulta lavora da casa perché il mondo sociale è complesso da decifrare, e questo ci costringe a rivedere un altro luogo comune: l’idea che la neurodivergenza coincida con mancanza di empatia. Ma è proprio così? Attraverso le indagini che intraprende con i suoi amici, Atena entra progressivamente in relazione con gli altri, affrontando la vicinanza, l’imprevisto, l’attrito umano e anche a provare sentimenti nuovi e importanti. Perché in questo secondo capitolo la protagonista si ritrova nuovamente coinvolta in un’indagine strampalata insieme ai compagni d’avventura già incontrati nel capitolo precedente: una sorta di “fantastici quattro” fuori dagli schemi. Con lei ci sono il fratello Febo, scrittore di gialli in crisi creativa e costantemente alla ricerca di ispirazione; Gemma, neuropsicologa dallo sguardo attento e dalla mente razionale; e Jacopo, attore affascinante con un passato irrisolto che aggiunge profondità al gruppo. Una nota di attenzione merita sicuramente l’ambiente scelto da Alice Basso per far muovere l’indagine: il mondo del lavoro, una multinazionale in cui si intrecciano dinamiche di potere, ambizione e fragilità personali. Al centro della vicenda, la difesa di una dipendente che ha nascosto una propria condizione fisica per evitare discriminazioni e riuscire a ottenere una promozione tanto desiderata.
Le ottanta domande di Atena Ferraris. Alice Basso. Garzanti 2026
Le ottanta domande di Atena Ferraris. Alice Basso. Garzanti 2026.
Il romanzo porta così in primo piano il tema del masking, mostrando quanto questo meccanismo sia diffuso, soprattutto in contesti professionali competitivi. Emerge, in particolare, la pressione che molte donne sperimentano nel dover apparire sempre adeguate, forti e performanti, imparando fin da subito a celare le proprie vulnerabilità per proteggere la propria posizione.All’interno di questa piccola comunità eterogenea, Atena inizia lentamente a sentirsi più autentica. Le domande che si pone trovano eco in voci amiche capaci di sostenerla senza giudicarla. È attraverso queste relazioni, imperfette ma sincere, che la protagonista prova a comprendere meglio il mondo esterno e, allo stesso tempo, a ridefinire il proprio modo di starci dentro.
«… Sono stufa di ripeterti sempre le stesse cose! Non è una cosa da cui si deve guarire…»
«A maggior ragione! Se non è neanche roba che si può curare, a che serve?»
«Serve per imparare quello che ancora non so di me in modo da poter strategizzare, da poter vivere meglio…»
E arriviamo a uno dei temi più delicati che il romanzo sfiora con grande sensibilità: quello delle diagnosi. Per alcuni rappresentano una liberazione, una risposta attesa per anni, capace di dare finalmente un nome a esperienze rimaste a lungo senza spiegazione; per altri, invece, rischiano di trasformarsi in etichette, marchi che separano più che chiarire.
 «Ogni giorno sembra che ne spunti una nuova, con relativi test che pare sia indispensabile far fare ai nostri figli per poterli schedare, umiliare e ghettizzare meglio.»
 Pensiamo al contesto scolastico, a cui l’autrice accenna in maniera indiretta: quante volte, ottenuta una certificazione, ci si ritrova con una sorta di kit senza istruzioni? Linee guida, protocolli, indicazioni operative… e poi resta la domanda più difficile, quella umana: come stare accanto a quella persona? Quali parole scegliere? Come sostenere senza invadere? Sono interrogativi che il romanzo non pretende di risolvere, ma che ha il merito di lasciare aperti, invitando il lettore a sostare nello spazio complesso dell’ascolto e della relazione. E qui Atena ci insegna qualcosa di prezioso: lei ama le parole. Le parole vanno cercate, conosciute, scelte con cura. Le parole giuste rassicurano, esattamente come rassicurano le routine. In fondo, il romanzo ci ricorda che comprendere qualcuno non significa normalizzarlo.
«Però uno può essere stronzo senza farlo apposta.» (…) «Insomma, mi sono reso conto di averti sempre fatto pressioni perché fossi come volevo io, non come ti sentivi tu. Dev’essere stato un casino. Lo è stato, vero?» (…) «Volevo una sorella normale. Mi dispiace. Come mi hai detto tu una volta, tu eri, sei sempre stata, normale. Tu sei normale così. E avrebbe dovuto andarmi benissimo.»
Spesso tendiamo a voler rendere tutti simili, pensando che così si soffra meno. Ma forse la vera vicinanza nasce quando ci riconosciamo nella diversità. Riconoscersi, però, non è mai semplice, soprattutto quando il mondo intorno sembra chiedere con forza di rientrare in un’idea condivisa di normalità. Tra le pagine del nuovo romanzo di Alice Basso ci ritroviamo catapultati in alcuni momenti intensi, legati ai ricordi d’infanzia di Atena e Febo: due bambini che, ciascuno a modo proprio, cercano di imparare come stare nel mondo e come difendersi dalle proprie paure.Febo prova a farsi scudo, quasi cancellando le proprie fragilità per proteggere una sorella spesso derisa e fraintesa. Atena, invece, attraversa lo sguardo degli altri con una spontaneità che può sembrare indifferenza, ma che in realtà nasce da una genuinità profonda, disarmante proprio perché non costruita. E forse è proprio questa genuinità il cuore del romanzo. Atena non è un simbolo, non è un caso clinico, non è uno stereotipo. È una persona che ci invita a interrogarci su come guardiamo gli altri, su quanto spazio lasciamo alla differenza, su quanto siamo disposti a mettere in discussione le nostre abitudini relazionali. Dopo aver letto Le ottanta domande di Atena Ferraris, il lettore si porterà dentro un importante interrogativo: non tanto come funziona Atena, ma come funzioniamo noi quando incontriamo qualcuno che vede il mondo in modo diverso dal nostro. Perché, alla fine, la neurodivergenza, così come emerge nel romanzo, non è soltanto una condizione individuale, ma un vero e proprio specchio che ci invita a guardarci meglio, a chiederci sinceramente come accogliamo le differenze e quanto spazio sappiamo lasciare all’altro. E forse è proprio questo il messaggio che ci lascia il libro: ricordarci che comprendere qualcuno significa, prima di tutto, imparare a cambiare il nostro modo di stare insieme.   Scheda del libro: Le ottanta domande di Atena Ferraris. Alice Basso. Garzanti 2026 Autrice: Alice Basso Genere: Narrativa  Casa editrice: Garzanti Pagine: 336 Prezzo: Euro 18,00 ISBN: 9788811019268   Chi è Alice Basso: Alice Basso, Mi libro in volo
Nata nel 1979 a Milano, ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora per diverse case editrici come redattrice, traduttrice, valutatrice di proposte editoriali. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni, canta e scrive canzoni per un paio di rock band. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne. Con Garzanti ha pubblicato le avventure della ghostwriter Vani Sarca: L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome (2015), Scrivere è un mestiere pericoloso (2016), Non ditelo allo scrittore (2017), La scrittrice del mistero (2018) e Un caso speciale per la ghostwriter (2019), più i racconti La ghostwriter di Babbo Natale (2017) e Nascita di una ghostwriter (2018). Con Il morso della vipera (2020), Il grido della rosa (2021) e Una stella senza luce (2022) ha inaugurato una nuova serie ambientata nell’Italia degli anni Trenta. Sempre con Garzanti, ha pubblicato Un altro ballo ancora (2023), assieme agli Scrittori Pigri di Barbara Fiorio, il libro per ragazzi I fratelli difendieroi (2024) e nel 2025 inaugura la nuova serie di Atena Ferraris con Le ventisette sveglie di Atena Ferraris, al quale segue nel 2026 Le ottanta domande di Atena Ferraris.

Un anno di “quelle parole…”

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“Le parole che non ho detto sono rimaste in me come sassi nel ventre.”
(“I pesci non chiudono gli occhi” – Erri De Luca)
Ho pensato a lungo se scrivere un pezzo di fine anno, come faccio sempre. Questo ultimo anno mi è scivolato addosso con una velocità impressionante. Ho fatto molto, forse meno dell’anno precedente, durante il quale avevo seminato tanto. In questo, dovrei dire di aver raccolto i primi frutti. Eppure mi ritrovo con una sensazione di raccolta grama, come se non riuscissi mai a cogliere il frutto giusto. Dico spesso che la perfezione non esiste, ma so di dirlo anche per consolarmi. Perché, in fondo, io la perfezione la cerco sempre. La cerco in ciò che faccio, in ciò che provo a dire, in ciò che vorrei realizzare. Non la raggiungo mai. E forse so bene che, se la raggiungessi, non ne sarei comunque soddisfatta. La vita, almeno per me, è questo inseguire senza ottenere davvero. Da lontano vedo la cima della montagna e mi dico che la raggiungerò. Così mi metto in cammino, indossando il peso della fatica. Passo dopo passo arrivo dove voglio arrivare. Dall’alto ciò che vedo mi piace. Ma subito dopo penso che devo ridiscendere. E nella discesa la fatica pesa di più. Tornare con i piedi per terra è sempre più duro che salire. Sognare l’obiettivo dà la carica. Ottenere ciò che si è sognato e stringerlo tra le mani diventa il vero enigma: come lo porto con me? Lo lascio rotolare giù e poi, come Sisifo, lo riporto ancora su, sperando di trovare il senso di questo mio destino. Un destino affidato o un destino da costruire? Ogni anima sceglie il proprio, ma poi se ne dimentica. Di tanto in tanto arriva una voce familiare: la riconosciamo, la seguiamo, e poi perdiamo la rotta, travolti dalle onde. Ecco, quest’anno mi sono sentita così travolta. Da affanni, insicurezze, dubbi. Eppure ero sulla vetta. Ma ciò che guardavo sbiadiva, diventava rarefatto. Continuavo a salire e scendere senza sosta, mentre un senso di incertezza mi attraversava. La domanda tornava insistente: chi sono io? Sono quella che corre o quella che ha paura di fermarsi? Cosa c’entra tutto questo con un blog che parla di libri? In questo anno ho letto più libri di quello precedente, ma ne ho parlato poco. E questo mi rammarica, perché mi fa sentire come un albero spoglio. La linfa scorre, fermenta a ogni lettura, ma si blocca quando cerco le parole per dirla. Le vorrei perfette, quelle parole. Ma non mi escono più come una volta. E so che a fermarle sono io. Perché alcune parole, quelle che certi libri ti tirano fuori, fanno male. Sono colpi che scuotono e tramortiscono. Le tengo dentro. Ogni tanto si fanno sentire, soprattutto quando la stanchezza abbassa le difese. Mi dico che le dirò domani. Ma non è mai la stessa cosa. Perché certe parole, quando arrivano, non chiedono subito di essere dette. Chiedono prima di restare. Di farsi silenzio. E io, quest’anno, ho ascoltato più quel silenzio che la voce che avrebbe potuto raccontarlo. Avrei voluto parlare di libri, come faccio sempre. Avrei voluto raccontare trame, attraversare pagine, dialogare con autori vivi e morti, lasciare qui qualche traccia di quelle letture che, normalmente, scandiscono il mio tempo interiore. Non ci sono riuscita. Non perché i libri siano mancati, ma perché sono stata travolta da dilemmi più profondi, da domande che non chiedevano parole pubbliche, ma silenzio privato. I libri, però, non sono passati invano. Anche quando non ne ho scritto, anche quando non li ho nominati, le loro frasi mi hanno scalfito. Sono rimaste lì, come restano certe musiche ascoltate distrattamente ma capaci, a distanza di tempo, di riaffiorare intatte. Alcune immagini, alcune idee, certe domande aperte hanno continuato a lavorarmi dentro, in silenzio, senza chiedere di essere subito trasformate in contenuto. Forse è stato questo il punto: non ero pronta a parlare di libri perché i libri stavano parlando a me. E quando succede, ogni parola rischia di essere prematura, difensiva, non necessaria. Ho capito che c’è un tempo per condividere e un tempo per tacere, e che entrambi sono parte dello stesso gesto di fedeltà verso ciò che si legge.  
“Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.”
(“Il piccolo principe” – Antoine de Saint-Exupéry)
Il proposito per il nuovo anno nasce da qui. Voglio riprendermi il silenzio. Non quello vuoto, ma quello abitato. Il silenzio che permette di ascoltare davvero, soprattutto dentro di sé. Voglio tornare a dialogare con i libri senza la fretta di doverli subito restituire in forma di giudizio, di recensione, di post. Voglio sentirmi libera di sostare, di non capire immediatamente, di lasciare che le parole sedimentino. So che quei libri torneranno. Torneranno sotto forma di riflessioni, di domande meglio formulate, forse di scritti più lenti e più veri. Il nuovo anno non sarà una ripresa forzata, ma una continuazione più consapevole. Non un parlare di più, ma un parlare meglio, quando sarà il momento. Questo è, in fondo, un augurio che faccio prima di tutto a me stessa: ritrovare lo spazio interiore in cui leggere e scrivere non siano obblighi, ma atti di libertà. E quando il dialogo con i libri riprenderà qui, sarà perché il silenzio avrà finalmente detto tutto ciò che doveva dire.  

Questo mio corpo di Sara Durantini

«Dalle parole al corpo, la conoscenza legava in modo quasi indissolubile questi due mondi: quello delle lettere e quello della carne».

Quando una donna decide di raccontare, di denunciare, denudandosi davanti al pubblico con le sue verità rimaste a lungo nascoste, ve n’è sempre un’altra che confessa: «È successo anche a me». La verità, una volta profanata, si apre e accoglie segreti che diventano testimonianza collettiva, perché ciò che appartiene a una donna appartiene, in fondo, a tutte. Nella storia di ogni donna arriva un momento di frattura, una crepa che lascia entrare la luce e costringe a cercare una risposta, anche se dolorosa. Per anni la domanda può restare sospesa, offuscata, quasi sognata. Avvolta dalla nebbia, riemerge nei ricordi, si riaffaccia alla luce di un fatto di cronaca o nelle confidenze tra amiche. Il corpo delle donne è un bozzolo: stretto in un’invisibilità non voluta che, quando viene squarciata, rivela tutta la sua fragilità. Fragile è il corpo, fragile è il pensiero che la donna ha di sé stessa: un pensiero ambiguo, di sentirsi invisibile anche davanti all’altro. Ma perché la donna vive nascosta a sé stessa, intrappolata in secoli di storia, anche quando ormai i libri narrano figure che hanno saputo cambiare la Storia? La risposta sta nella parola che, soprattutto se scritta, diventa — come affermava Marguerite Duras — «una traduzione dall’ignoto, un nuovo modo di comunicare, più che un linguaggio già formato». Quella che oggi viene definita scrittura femminile, spesso relegata alla “scrittura rosa” o all’autofiction, in realtà custodisce molto di più. Spaventa, forse. Perché è una voce che vuole uscire dopo essere stata soffocata per secoli. Eppure ci sono verità ancora violate. Quando una donna confessa e le viene imposto di tacere. Quando denuncia e non viene creduta. Quando prova a difendersi e viene ingiuriata, giudicata, accusata perfino in tribunale. La donna porta sempre addosso una colpa presunta: quella di aver tentato di muoversi libera nel mondo, come gli uomini fanno da sempre. Perché se un uomo è quasi sempre svincolato dalle accuse, una donna no. Una donna deve giustificare ogni sua scelta, fino al punto di diventare carnefice di sé stessa. Forse la sua colpa è averci creduto, aver osato sentirsi libera, essere stata sé stessa. Finendo per convincersi che essere sé stessa sia un errore. Perché lo decide un sistema fondato sulla forza, dove forte è chi ha avuto sempre libertà di voce, scelta e autenticità, «…come se, attraverso di lei, quella primitiva supremazia del maschio, quel potere antico e mai del tutto sconfitto, continuasse a esercitare la sua pressione, soffocando ogni parte del suo essere». È questa la denuncia di Sara Durantini nel suo ultimo libro, “Questo mio corpo”, pubblicato da Dalia Edizioni. Un testo che racconta, attraverso la memoria di una giovane donna cresciuta in una provincia rurale italiana, lo sbocciare di un corpo nei primi anni Duemila, in un Paese scosso dai grandi eventi mondiali.
L'evento della scrittura. Sull'autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux
L’evento della scrittura di Sara Durantini, 2021- 13Lab (Milano) è un testo a metà strada tra saggistica e narrativa.
Autrice di origini mantovane, Durantini da anni esplora il percorso delle donne verso la consapevolezza di sé, trasformando piccole storie in voci portatrici di verità sociali. Il suo amore per la scrittura femminile del Novecento e non solo, diventa studio, ma anche denuncia narrativa: testimonianze minoritarie che si fanno prese di posizione universali. E lo fa con una delicatezza disarmante. Nei suoi libri, la voce nascosta diventa grido. Le parole chiuse nella gola di una bambina sensibile e spaventata trovano sulla carta un corpo, nelle cronache tra gli anni Ottanta e Duemila, in cui tutti possiamo riconoscerci. Può una bambina silenziosa fare tanto rumore con le parole? Sì, se ha saputo studiare, ascoltare, sentire il mondo vibrare insieme ai suoi pensieri e poi raccontarli in modo semplice ma potente. È questa la forza della cosiddetta “scrittura femminile”. «Le parole non arrivano subito, si fanno attendere, e solo quando siamo pronti davvero a riconoscerle, ad accoglierle, persino a sopportarne il peso, trovano la strada».
Pampaluna di Sara Durantini - Dalia Edizioni, 2024.
Pampaluna di Sara Durantini – Dalia Edizioni, 2024.
Sono proprio le parole scritte dalle donne nei decenni a salvare l’adolescente timida che si sente inadeguata. Parole che denunciano verità a lungo taciute: dipendenza affettiva, umiliazione, sofferenza. Di fronte a queste denunce, non sempre la donna che vede trasformare il proprio corpo ne comprende subito il valore. Ma la vita prima o poi la mette alla prova, e allora quelle parole risuonano forti, incidendosi come cicatrici. La scrittura femminile ha un peso: quello dei segreti. Diari, poesie, libri di ricette pubblicati anonimi ma scritti da donne. Appunti di rimedi medicinali, memorie, piccoli testi che rivelano un mondo interiore. Perché quando una donna scrive, racconta quel mondo taciuto che porta dentro, osservato da sempre con occhi attenti e discreti. A volte, poi, è il corpo stesso a raccontare: un corpo che impara a conoscere il mondo attraverso sé stesso. Marguerite Duras ce lo ha insegnato con L’amante, Milena Milani con lo scandaloso La ragazza di nome Giulio, Goliarda Sapienza con la spregiudicata Modesta de L’arte della gioia. Il corpo decide chi amare e come amare. Eppure quel corpo è stato troppe volte maltrattato, sottovalutato, frainteso: un sorriso timido o gentile scambiato per altro. «Essere vivi esclusivamente attraverso il corpo, lasciarsi andare al desiderio e alle volontà dell’altro, chiunque esso sia, perché ciò che conta davvero è quel segno, quel gesto che ci fa capire di essere usciti dall’invisibilità. Sentirsi desiderati, visti: solo questo ha importanza. Alla continua ricerca di quel preciso istante, quanto basta per alimentare l’illusione di poter colmare il vuoto che ci portiamo dentro». Il corpo della donna è fragile perché non si conosce subito. Prima deve attraversare il dolore di scoprirsi: parole che non escono, cibo che non entra o entra troppo, sguardi che pesano, invasioni non volute. Poi arrivano la vergogna, la rabbia, la colpa. Perché il corpo parla dopo, solo dopo essere stato attraversato. Tutto questo Sara Durantini lo racconta da una prospettiva insieme distante e vicina, attraverso la tecnica del distacco narrativo e sdoppiamento. «La terza persona permette di trasformare il dolore in qualcosa di osservabile, come se fosse solo una storia, una finzione. Mi illudo, così facendo, di potermi sottrarre alla morsa di quelle emozioni, di potermi barricare dietro un’identità altra e lasciarla sanguinare al mio posto».
Annie Ernaux. Ritratto di una vita di Sara Durantini - Dei Merangoli Editrice, 2022
“Annie Ernaux. Ritratto di una vita” di Sara Durantini, Dei Merangoli Editrice -2022.
Proprio come nei libri di Annie Ernaux, di cui Durantini è appassionata conoscitrice, alla quale ha dedicato, poche settimane dopo la proclamazione del Premio Nobel nel 2022, la prima biografia italiana dal titolo “Annie Ernaux. Ritratto di una vita” Dei Merangoli Editrice, quello che leggiamo non è mai un racconto privato in senso intimo, ma una scrittura “oggettivante”. La vergogna, sia in Ernaux che in Durantini, non è solo un sentimento personale, ma diventa la chiave per rielaborare ricordi, ambienti, sguardi, silenzi, un vero e proprio filtro con cui guardare l’adolescenza, la  famiglia e la società, infine anche quell’impulso sessuale e corporeo: il sentirsi sbagliata, inadeguata, osservata, giudicata. Sara Durantini ce lo racconta con uno stile personale. Pur adottando la tecnica del distacco, scrive con una voce che arriva dritta al cuore: le sue parole avvolgono il lettore come un’ondata di calore, creando un’immediata empatia che trascende la distanza stilistica. L’autrice di “Questo mio corpo” si discosta dai fatti quando il suo Io diventa “la ragazza con il trench color cammello”, ma resta presente a sé stessa, perché quella ragazza è parte di ciò che l’ha resa ciò che è oggi: «Sono io, ma è come se non lo fossi più. (…) Ho taciuto i suoi silenzi. Eppure, sono proprio i suoi silenzi che conosco perfettamente» e ancora: «Se voglio proseguire con questa storia, se voglio raccontare utilizzando le parole che ho appreso, devo frapporre una distanza tra la ragazza nella fotografia e la donna che sta scrivendo». Raccontare le parti che compongono una donna significa scendere negli Inferi: un viaggio comune a tutti gli esseri umani, ma che nella scrittura femminile diventa singolare, perché quasi sempre solitario. Non sempre c’è un Virgilio che guida. Chi scrive rivive sé stessa, passo dopo passo, silenzio dopo silenzio, coraggio dopo coraggio, seguendo l’eco delle donne che hanno viaggiato prima di lei. E fuori dal buio, grazie alla scrittura, la ragazza dal trench color cammello-Durantini, ha saputo ritrovare sempre sé stessa.

«Forse, la sfida più grande è proprio questa: imparare a esistere senza bisogno di conferme, imparare a riconoscersi senza dipendere dallo sguardo altrui. Essere per sé stessi.»

Scheda del libro Questo mio corpo di Sara Durantini, Dalia Edizioni - 2025. Autore: Sara Durantini Genere: Narrativa Casa editrice: Dalia Edizioni Pagine: 136 Prezzo: Euro 14,00 ISBN: 978-8899207762   Chi è Sara Durantini: Sara Durantini Sara Durantini, nata a San Martino dall’Argine (MN) nel 1984, è laureata in Lettere moderne e da giovanissima inizia a dedicarsi alla scrittura. Infatti vince l’edizione 2005-2006 per la sezione inediti del Premio Tondelli con il racconto L’odore del fieno e nel 2007 pubblica Nel nome del padre (Fernandel Editore). Partecipa alle antologie collettive di varie case editrici. Nel 2021 pubblica L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux (13lab editore). Nel 2023 esce per Dalia Edizioni l’antologia da lei curata dal titolo “La terra inesplorata delle donne”. Segue, sempre per Dalia Edizioni, il racconto lungo “Pampaluna” . Nel 2025 ha partecipato all’antologia curata da Cinzia Proietti dal titolo “Anche se non sto gridando” edita da Dalia Edizioni. Da oltre dieci anni scrive articoli per riviste letterarie online e cartacee.   La recensione di Milibroinvolo di Pampaluna. La recensione di Milibroinvolo di Annie Ernaux. Ritratto di una vita. L’intervista a Sara Durantini di Milibroinvolo.
 

L’amore è un fiume di Carla Madeira

«L’amore, quando nasce forte, ha fretta di diventare eterno. Non considera di essere fatto di carne madida. Quei due presero a vivere il loro desiderio impreparati a qualunque limite, badavano sempre meno alle regole, agli altri, all’obbligo della compunzione. Gli interessava solo la vertigine. E si sa, ignorare il resto del mondo dà noia al mondo, così incapace di sopportare una dose troppo abbondante di felicità».

 “L’amore è un fiume” di Carla Madeira, edito da Fazi nel 2024 con la traduzione di  Daniele Petruccioli, non solo narra l’acqua, si comporta da acqua. È arrivato lontano perché ha viaggiato come viaggia un fiume: per contatto, per prossimità, da bocca a bocca. “L’amore è un fiume”, un romanzo che già dal titolo trascina. Trascina in un movimento di sentimenti, tra l’amore, l’odio e il dolore, che mi ha condotta per tutto il tempo a pensare a un altro libro. Questo libro è “Psicanalisi delle acque” di Gaston Bachelard, in cui l’acqua rappresenta materia dell’immaginazione che modella sogni, miti e letteratura. Secondo l’autore, ogni tipo d’acqua porta un tono affettivo: la sorgente promette nascita, il fiume è divenire, il lago immobilità. L’acqua, dunque, purifica, viaggia, ristagna, atterrisce, annienta, attrae, annulla nel suo flusso continuo di trasformazione. E cos’altro è l’amore se non un mulinello, spesso impazzito, che ondeggia tra avvicinamento e allontanamento, felicità e dolore, paura e coraggio.
Psicanalisi delle acque è un libro del filosofo francesce Gaston Bachelard, pubblicato in Italia da Red Edizioni nel 2015.
“Psicanalisi delle acque” è un libro del filosofo francesce Gaston Bachelard, pubblicato in Italia da Red Edizioni nel 2015.
C’è un altro binomio che Bachelard analizza, quello tra puro e impuro, che egli chiama l’etica delle acque dolci. Per il filosofo, l’acqua dolce è l’eroina della dolcezza e della purificazione, ma può farsi torbida. Madeira lavora esattamente su questa ambivalenza: i liquidi che attraversano il libro (sudore, lacrime, sangue, saliva, sperma) sono il lessico materiale dell’amore – ciò che unisce e sporca, cura e ferisce. La trama interroga: cosa significa “purificarsi” dopo la colpa? Esiste un vero perdono? E se esiste, di cosa è fatto? Di una idea astratta o di gesti concreti? Carla Medeira mette in scena questo movimento con audacia e sapienza, elaborando un immaginario acquatico che racchiude poesia e prosa, corpo femminile e desiderio, patriarcato e libertà, mito individuale e mito sociale. Tra un alternarsi di passato e presente, il romanzo racconta la storia di Venâncio e Dalva, due giovani innamorati travolti da un amore totalizzante, segnati presto da una tragedia “annunciata” che incrinerà il loro legame, portando Venâncio, roso dal dolore, tra le spire magnetiche della provocatrice Lucy, prostituta per scelta, “puttana fatta e finita”. Tre sono i personaggi principali della storia che Madeira ci racconta, ciascuno potremmo paragonarlo a un modo diverso di stare nell’acqua: Dalva è la riva ferita che cerca un nuovo corso, di rinascita; Venâncio è l’uomo che ha oltrepassato la diga della gelosia, posto dinanzi alla presa di responsabilità dopo un atto irreparabile; poi c’è Lucy, il vortice: rifiutata, fa del desiderio un’ossessione e trascina tutti nella risacca. Dalva fluisce e ristagna nell’amore e nel dolore.
«Le lacrime non scendevano. Aveva sete delle proprie lacrime, voleva piangere tutto il suo sangue. Voleva diventare una pozzanghera. Ma era disseccata dal terrore.»
Venâncio naufraga e vacilla nelle sue ferite interiori.
«Certe ferite si curano, si lavano, si disinfettano, al limite ci si mettono i punti. Poi la ferita fa la crosta, la crosta cade e con il tempo sparisce pure la cicatrice. Ma esistono ferite per cui non c’è proprio soluzione. Vuoi perché ti devastano tutto il corpo, vuoi perché feriscono l’anima in modo troppo irreversibile. Una ferita del genere non devasta soltanto chi le prende, ma anche chi le dà. Peggio, uccide l’amore. Non decidiamo noi di essere gelosi, è la gelosia a montarci dentro come un vapore che sale in superficie, ma non possiamo permetterle di comandarci, di darci ordini, di accecarci su cosa è giusto e cosa no.»
Lucy lotta tra potere e vulnerabilità, facendo del suo corpo un potente strumento di sottomissione virile.
«Lucy la volevano tutti, si mettevano in fila, si prendevano a pugni, pagavano a peso d’oro, qualsiasi cosa pur di strusciarsi su di lei.»
Preludio di Carla Madeira, Fazi Editore - 2025
“Preludio” di Carla Madeira, Fazi Editore – 2025
Accanto ai tre protagonisti, ruotano le storie di altri personaggi che lasciano il segno: Aurora, la matriarca rispettabile “dal nome albeggiante”, che riconosce i segni delle crepe che rischiano di rompere l’equilibrio familiare, la quale sentenzia che l’amore “se non è felice, non è amore”; Francisca, capace di un amore oblativo senza riserve, che porta in salvo le anime alla deriva, Josè, padre incapace di amare da vicino, e Antonio, padre che ha fatto pace con la sua parte femminile-acquatica.       Il tempo in “L’amore è un fiume”: E proprio come un fiume, nel romanzo di Madeira anche il tempo scorre con una sua logica liquida: erode l’anima dei personaggi, fa sedimentare i sentimenti arginando la loro forza vitale, come in un alveo. Le scene scivolano l’una nell’altra: i capitoli non riportano date ma vengono delineati dai sentimenti assimilabili a stati dell’acqua – innamoramento (sorgente), ossessione (corrente impetuosa), colpa (acqua torbida), perdono (nuovo alveo). Un altro elemento originale è la mancanza di coordinate temporali: si individua solo un Brasile circoscritto da una comunità popolare. Le vicende vengono così universalizzate, diventando mito. Non c’è, dunque, tempo storico in questo romanzo, piuttosto diventa tempo morale, che si configura nei cambi di coscienza dei personaggi, in questo Bachelard ci aiuta: l’acqua non solo figura i sentimenti, dà forma al tempo interiore del racconto (flusso, stagnazione, riflusso). Il meraviglioso in “L’amore è un fiume”: Pur non presentando elementi soprannaturali, per certi versi il romanzo di Madeira può essere accostato al filone del realismo magico, perché al magico si sostituisce l’acquatico, come già indicato. É l’acqua a organizzare il tempo e a farsi linguaggio dei corpi (lacrime, sudore, sperma, sangue); è l’acqua, dunque, il simbolo che diventa così concreto da sembrare meraviglioso, niente prodigi ma molto meraviglioso emotivo, ed è proprio questa scelta che rende “L’amore è un fiume” un romanzo così potente. L’autrice sceglie di usare l’acqua per pensare l’amore e per chiedere ai suoi protagonisti, e a noi lettori, quale corso scegliere dopo la piena. Scheda del libro: L'amore è un fiume di Carla Medeira, Fazi Editore - 2024 Autore: Carla Madeira Genere: Narrativa  Casa editrice: Fazi Editore Pagine: 180 Prezzo: Euro 18,50 ISBN: 9791259675729   Chi è Carla Madeira: Carla MadeiraNata a Belo Horizonte nel 1964, ha abbandonato gli studi di Matematica e si è laureata in Giornalismo e pubblicità. È stata professoressa di Scrittura pubblicitaria presso l’Università Federale di Minas Gerais ed è socia e direttrice creativa dell’agenzia di comunicazione Lápis Raro. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, L’amore è un fiume: uscito inizialmente in una tiratura molto bassa, grazie a un passaparola davvero inarrestabile è diventato un caso editoriale da 450.000 copie, rendendola l’autrice più venduta del Brasile. Preludio, il suo nuovo romanzo, è a sua volta un grande successo: bestseller da 170.000 copie, verrà presto adattato da HBO Max in una serie tv.

Di daimon, libri e bambini – Alla ricerca della ghianda perduta

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“Senza l’acqua e un terreno concimato, nessun seme può diventare una pianta. O, almeno, una pianta capace di esprimere le proprie potenzialità.”

(Maurizio Arduino, Il bambino che parlava con la luce: Quattro storie di autismo – Einaudi.)   Ve lo ricordate Scrat e la sua ossessione per le ghiande? Nel primo capitolo del noto film di animazione “L’era glaciale”, il goffo scoiattolo primitivo insegue senza tregua, protegge tenacemente e custodisce con devozione la ghianda. Quanto gli costa la rincorsa verso il frutto, tra ostacoli, fatiche e incanti! Se avete seguito tutti i sequel del film e i successivi cortometraggi derivati, saprete che Scrat ci prova a tenere a bada la sua ossessione, innamorandosi e mettendo su famiglia, ma il suo antico amore non lo abbandona.  Sì, perché dimenticare la ghianda è come tradire sé stessi. La ghianda — minuscolo seme di una futura quercia — custodisce l’immagine di ciò che siamo destinati a diventare. È il simbolo di quel disegno segreto che ci abita sin dall’inizio, anche se spesso ne perdiamo memoria. Scrat. Mi libro in volo Nel suo celebre saggio “Il codice dell’anima”, James Hillman scrive: «Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, ci dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.»
Grisù draghetto Mi libro in volo
Grisù il draghetto, dei fratelli Nino e Toni Pagot, 1964.
Ma quanta strada dobbiamo fare, come Scrat ogni volta, per ricongiungerci alla nostra ghianda, per riprendere il cammino che ci porterà verso quello che è a noi destinato. «Sarò un pompiere», ripeteva il piccolo draghetto Grisù, un mantra innocente che conteneva tutta la sua ostinazione, il grido interiore della sua vocazione che cerca lo spazio per esprimersi liberamente. In continuo conflitto con il padre, Grisù si impegna a dimostrare che il suo sogno può avverarsi.
Il codice dell'anima. James Hillman - Adelphi 2009
Il codice dell’anima. James Hillman – Adelphi 2009
Sempre Hillman, nel suo citato capolavoro, spiega che: «I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.»   Lavorare a contatto con i bambini può risultare talvolta faticoso proprio perché mette a dura prova il proprio approccio educativo. È una sfida continua che porta a interrogarsi continuamente. Perché i bambini sono piccole creature oracolari, un po’ come i folletti: dispensano doni o custodiscono segreti, risvegliano emozioni. Instillano dubbi e scuotono la coscienza. Osservare un bambino, che gioca e impara a fare, è come destarsi da un lungo sonno. Si ri-scopre la meraviglia per il mondo e una antica voce torna a farsi sentire. Anche noi siamo stati bambini e avevamo sogni, desideri e momenti di caparbietà, eravamo proprio come una ghianda smarrita.
«Non parlavo ai bambini, ma con i bambini, non dicevo loro ciò che volevo che fossero, ma ciò che volevano e potevano essere.»
Janusz Korczak
Janusz Korczak.
Sono, queste, parole di Janusz Korczak, pedagogista polacco che diede la vita per difendere i diritti dei bambini. Sforzarsi di capire chi è veramente il bambino di cui ci prendiamo cura, quindi chi potrebbe un giorno diventare, guidandolo come modello di riferimento, è il difficile compito dell’adulto. I bambini sanno chi vogliono diventare, l’adulto li sostiene nel cammino alla ricerca del loro essere. In questi ultimi mesi ho provato a rintracciare la mia ghianda perduta. Ho studiato, sperimentato, osato. Ho provato soddisfazione ma ho anche provato paura. Paura di non farcela. Paura di non essere la giusta guida. La responsabilità attanaglia, toglie il sonno. Dal latino respondere, la parola responsabilità implica l’impegno a rendere conto, a rispondere delle proprie azioni, assumendosene le conseguenze. Significa stare in prima linea e quindi davanti a sé stessi. Davanti a uno specchio, a interrogarsi e a farsi coraggio, perché niente dovrà incrinare il desiderio di diventare chi si è. I folletti di questo mio percorso interiore e professionale sono stati, come sempre, i libri, in particolare “Il bambino che parlava con la luce” – Einaudi, dello psichiatra Maurizio Arduino e “Il bambino che disegnava parole” – Giunti, della giornalista Francesca Magni. Due storie, due linguaggi, due viaggi nel mistero dell’infanzia e della differenza. Il primo, un saggio limpido e toccante che racconta quattro vite autentiche con autismo e illuminate dalla luce interiore di chi ha saputo vederle, il secondo, un diario romanzato, intenso e delicato, sulla dislessia, visto con gli occhi e il cuore di una madre. Entrambi i testi convergono nello stesso focus: siamo tutti diversi e unici nella nostra diversità. Conosciamo il mondo a modo nostro e non è dato a tutti sapere come, ciò che conta è il percorso che facciamo e, soprattutto, le guide che abbiamo accanto mentre scopriamo come fare. Un percorso faticoso e angosciante, che richiede grande coraggio. Senza la comprensione e l’impegno delle famiglie, la presenza di professionisti esperti e l’umiltà intellettuale delle figure educative, i piccoli protagonisti di queste storie vere non sarebbero stati visti e sentiti nel loro essere più profondo, non avrebbero cominciato il loro percorso per cercare di afferrare la loro piccola ghianda.
Il bambino che disegnava parole. Francesca Magna - Giunti 2017
Il bambino che disegnava parole. Francesca Magni – Giunti 2017
«Perché oggi la domanda da porsi su ogni studente non è Quanto è intelligente?, ma In che modo è intelligente? In che modo accede alla conoscenza? Non più quanto rende nelle prove, quelle che la scuola propone da decenni sempre uguali, ma Come può esprimere al meglio ciò che sa. “Come” diventa la chiave di tutto.» (Francesca Magni. Il bambino che disegnava parole)      
Il bambino che parlava con la luce. Maurizio Arduino - Einaudi 2014
Il bambino che parlava con la luce. Maurizio Arduino – Einaudi
«Le persone, per esempio, sono una variabile fondamentale. Il loro modo di pensare e di comportarsi, le loro reciproche relazioni e le emozioni che mettono in gioco costituiscono le materie prime da amalgamare per raggiungere lo scopo.» (Maurizio Arduino. Il bambino che giocava con la luce)

Nudo di padre di Rossano Astremo

Ci sono romanzi che non raccontano soltanto una storia, ma pongono domande profonde, difficili da eludere: cosa resta di un legame quando viene meno la cura, la presenza, la parola? In Nudo di padre, edito da Solferino e proposto al Premio Strega 2025, Rossano Astremo affronta uno dei temi più complessi e universali della letteratura: il rapporto padre-figlio. Lo fa scegliendo una prospettiva autobiografica, lucida, asciutta, senza indulgere in sentimentalismi.

La figura paterna, in questo romanzo, è definita più dall’assenza che dalla presenza. Non è guida, né rifugio: è un nodo irrisolto, una mancanza che plasma l’identità del protagonista fin dall’infanzia. Siamo nel sud Italia, in un contesto rurale segnato da un forte divario sociale, dove il riscatto personale passa attraverso la rottura con le proprie origini.

Il romanzo si apre con una fotografia, una Polaroid del 1986: “Io e mio padre, 79×79 millimetri. Un cielo terso, una siepe ben curata, due corpi non simmetrici. I nostri.” In questo fermo immagine il tempo sembra cristallizzarsi, e già si intuisce lo squilibrio di un rapporto segnato dalla distanza. La siepe, così precisa e ordinata, evoca – anche solo per suggestione – quella leopardiana de L’infinito, simbolo di un confine visivo che apre all’immaginazione. Allo stesso modo, Astremo ci suggerisce che, pur osservando con attenzione la realtà limitata di una foto o di una memoria familiare, si può accedere a una riflessione più ampia su tempo, identità e affetti.

Pasolini. Il poeta corsaro di Rossano Astremo La Nuova Frontiera JuniorLa narrazione procede per piani temporali alternati, andando a ritroso rispetto alla nascita del protagonista, “una domenica di primavera del 1979”. La madre lo accoglie con una forma di rassegnazione, temendo di restare sola in vecchiaia. Il padre è in Germania, tornerà mesi dopo, e quando rientra definitivamente sarà un uomo segnato da insuccessi economici, destinato a un lavoro subalterno presso una vedova benestante. La famiglia si trasferisce in una casa colonica modesta, senza affitto, ma intrisa di tensione. L’infanzia del protagonista si consuma in un ambiente familiare freddo, dove il padre è fisicamente presente ma emotivamente distante:

Non giocava con me, non mi preparava da mangiare, non mi accarezzava. Se ne stava lì, sulla poltrona, in attesa che la notte giungesse.”

È in queste immagini che si coglie la fragilità di un legame che non riesce a compiersi, e che finisce per condizionare ogni gesto futuro.

La memoria, in questo libro, non ha funzione riparativa. Non sana, ma espone. Permette di osservare da vicino le crepe dell’istituzione familiare, tanto più significative in un contesto – quello del sud – che tende a idealizzarla come nucleo indissolubile. Astremo mette in discussione questa idealizzazione, rivelando una verità spesso taciuta: non sempre la famiglia protegge, non sempre il padre educa.

La famiglia di cui parla Astremo non è, dunque, il quadretto pacifico o il ricordo nostalgico, al contrario è da sempre un nucleo disfunzionale. La relazione tra i suoi genitori comincia con un tradimento femminile, suo padre viene meno alla promessa di matrimonio perché si invaghisce di quella che poi diventerà sua moglie e, quando la porterà in Germania con lui, non sarà accorto negli investimenti economici. Agli occhi del figlio la figura paterna non è sacra e infallibile ma è già un susseguirsi di fallimenti quando viene presentato.

Astremo ci mostra lo sfaldamento del patriarcato, dove la virilità non è sinonimo di forza bensì di decadenza. C’è necessità di parlare della sua vita lontano dal padre, ma il padre resta sempre il suo metro di paragone, anche solo per dire a se stesso cosa non vuole essere, chi non vuole diventare.

101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita di Rossano Astremo. Newton e Compton EditoriIl lettore, allora, sobbalza al ritmo serrato della narrazione che riguarda il momento degli studi del protagonista a Lecce, e fa il tifo per lui, affinché, in corsa verso la realizzazione professionale, possa raggiungere il suo meritato traguardo. Si sente forte il rumore delle porte chiuse in faccia, perché è sempre presto per il sognatore letterato, di libri e di meriti non si vive, ma si impara a vivere lottando per il proprio equilibrio. E quando il figlio torna nella casa paterna, il tempo sembra ogni volta avvolgersi su sé stesso, rivelando l’inutilità di un riavvicinamento. É proprio in questo non detto, nell’assenza portata in scena, che l’autore affonda la sua penna e disturba il lettore. La precarietà del legame familiare, proprio in quel sud che celebra il valore della famiglia come nucleo coeso e indissolubile, si fa specchio di una società attraversata da profondi mutamenti storici, culturali e psicologici. Astremo distrugge la funzione “salvifica” della famiglia tanto idealizzata: la distanza che cresce a ogni incontro tra padre e figlio diventa condizione naturale del loro legame, ma anche tragica, perché nasce da un desiderio che non sarà mai colmato. É una condizione esistenziale che non porta a vie di uscita, alla ricerca di un senso. Di fronte a questa consapevolezza si fugge per non esserne soffocati, lasciando vuoto il campo di battaglia dove si decidono identità, destini e ferite imperituri.

Con gli occhi al cielo aspetto la neve di Rossano Astremo, ManniIl conflitto padre-figlio è un topos letterario che diventa simbolo della condizione umana, la frattura tra norma e libertà, tra autorità e autenticità. Nella sua autobiografia “Le parole”, Sartre dichiara che: “Un buon padre non esiste, è la norma; non si accusino gli uomini bensì il legame di paternità che è marcio.” Il filosofo francese perse il padre ancora infante, una mancanza che per lui rappresentò la condizione di autonomia da padroni. In Nudo di padre la figura genitoriale è viva ed è qui che si innesca l’antinomia del rapporto padre-figlio.

Come per il concetto ebraico di Timshel, presente nel romanzo di Steinbeck La valle dell’Eden, che significa “tu puoi”, ovvero la possibilità del libero arbitrio, con la sua assenza, il padre del protagonista di cui ci racconta Astremo sembra paradossalmente regalargli la libertà di scelta di una vita diversa. Assetato di conoscenza, durante i suoi studi di studente diligente, il giovane protagonista cerca nuove figure paterne, negli autori amati e negli insegnanti che credono in lui. Quando la delusione si ripete anche con loro, il passo verso il precipizio è breve, ma dal profondo risale sempre il monito della scelta, quella di poter cambiare. Rivendicando il suo spazio di autonomia, nonostante le privazioni e le difficoltà, riuscirà a rivendicare il concetto stesso di famiglia, non solo come legame di sangue, ma come sincera scelta affettiva

Il titolo di questo romanzo è estremamente evocativo e al contempo essenziale, come la scrittura di Astremo. Esautorato dalla sua presenza scenica, il padre è mostrato senza veli, nella sua cruda verità, ossia quella di un uomo. E di quest’uomo, osservando e rievocando, l’autore ci racconta, da uomo, le sconfitte e le miserie. E quel corpo, quasi sempre temuto in letteratura, diventa fragile, non attraverso un racconto che chiede redenzione, ma come uno scatto epifanico di vita. Senza lirica, con una prosa asciutta che prende le distanze dalla sofferenza intima, attraverso il racconto del legame padre-figlio, l’autore posa lo sguardo su di sè e su una intera generazione che fatica a definirsi.

Scheda del libro: Nudo di padre Solferino Libri 2025. Rossano Astremo Autore: Rossano Astremo Genere: Narrativa  Casa editrice: Solferino Libri Pagine: 224 Prezzo: Euro 17,50 ISBN: 9788828216391   Chi è Rossano Astremo: Nudo di padre Solferino Libri 2025. Rossano Astremo Rossano Astremo è originario di Grottaglie (TA) e vive a Roma, dove insegna italiano in un Liceo Internazionale. Tra i suoi titoli: 101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita (Newton Compton 2009), Diventare genitori in Italia (Castelvecchi 2011), scritto insieme a Maria CarranoCon gli occhi al cielo aspetto la neve (Manni 2013) e Pier Paolo Pasolini. Il poeta corsaro (La Nuova Frontiera Junior 2018). Nudo di padre (Solferino Libri 2025) è stato proposto al Premio Strega 2025 da proposto da Francesco Caringella, il quale ha detto al proposito: «“Nudo di padre” è un autentico e profondo romanzo di formazione, un “Bildungsroman” che segue l’evoluzione del personaggio attraverso un percorso scandito da prove, errori, improvvisi capitomboli e miracolose resurrezioni.»

Storia di una brava ragazza di Arianna Farinelli

Nel suo romanzo “Storia di una brava ragazza” edito da Einaudi per la collana Stile Libero, Arianna Farinelli ci rivela cosa si nasconde dietro la facciata imposta di “brava ragazza”, ovvero la dolorosa lotta per l’autodeterminazione femminile.

«Mentre crescevamo, il sesso era ovunque…»

La scrittura a firma femminile, quella che si esprime attraverso il genere autofiction, è una ferita aperta, un urlo che non si sente, che autrici come Annie Ernaux e Susan Sontag non hanno paura di far esplodere. Esse scelgono di raccontare la propria vita, per esporre, anche attraverso una brutalità spietata, la realtà del corpo femminile, il suo essere prigione e riscatto, dolore e liberazione. Non è una scrittura che teme il contatto con la carne, anzi, è la carne stessa a parlare. E c’è sempre un momento, nella storia in ogni donna, in cui una traccia fluida denuncia l’esistenza di una realtà altra, spesso mai detta, quella che le donne vivono dietro porte chiuse. Quello delle donne è, dunque, un corpo “politico”, intrinsecamente legato alla storia e alla lotta delle donne. Ogni goccia di sangue, a partire da quello mestruale, racconta una storia di sfida a un sistema che non riconosce la donna come pienamente umana. Scheda del libro: Storia di una brava ragazza di Arianna Farinelli - Feltrinelli 2025 Autrice: Arianna Farinelli Genere: Narrativa  Casa editrice: Einaudi Pagine: 208 Prezzo: Euro 17,50 ISBN: 978-8806265663   «Mi ricordai allora quello che le avevo detto il pediatra l’ultima volta che ci aveva portati per una visita e lei si lamentava della stanchezza: signora, deve dormire quando il bambino dorme. Quando il bambino dorme, dotto’, sono al lavoro oppure con quest’altra, gli aveva risposto lei indicando me. C’è qualcuno che l’aiuta? Mia nonna, ma è molto anziana. Si cerchi una ragazza più giovane che venga a darle una mano. Mmmh, non ce la possiamo permettè, per ora. Signora mia, lei è tornata a lavorare a tempo pieno una settimana dopo il cesareo. Non mi sorprende che ora si senta esausta e le venga da piangere di continuo. Ha bisogno di riposo. Riposo? Ho cominciato a lavorà che non avevo dodici anni. Se Dio ce voleva riposate, non ce faceva donne. Me riposerò da morta. Anzi, me ricordi, nella prossima vita, di nascere maschio, disse ridendo.» Leggere Storia di una brava ragazza” di Arianna Farinelli è come ascoltare quest’urlo contro la violenza silenziosa che ci viene inflitta ogni giorno: violenza sui nostri corpi, sulle nostre parole, sui nostri sogni. Il patriarcato rimbalza in ogni pagina come un nemico intimo, che prende forma nella madre, nella nonna, negli amici e nelle amiche. È un parassita che infetta le menti e le relazioni, modellando il destino della donna fin dal momento in cui mettiamo piede nel mondo, spogliandoci della nostra natura per diventare “brave ragazze” conformi. Le esperienze dell’autrice sono quelle di tutte le donne, un destino scritto nel corpo e nelle aspettative sociali. Farinelli non fa sconto a nessuno, né alle istituzioni, né alle figure familiari, né tanto meno alla società che accoglie ogni donna solo se sa essere una cosa ben precisa, “una brava ragazza”, appunto. Farinelli, alla stregua delle autrici a lei più care e che ispirano la sua scrittura, non si limita a raccontare la sua vita, ma affronta con coraggio le contraddizioni che emergono nell’emancipazione femminile, quelle che ci insegnano che il potere non è per tutte e che la libertà, anche quella tanto agognata, è un lusso che ci viene precluso dalla nostra stessa educazione. Con le sue parole si riflette sul potere del corpo, sul suo essere un oggetto di desiderio e allo stesso tempo di vergogna, condannato a non appartenere mai interamente alla donna che lo porta. Il libro è attraversato da una tensione viva, una rabbia che non si spegne, come una scintilla pronta a divampare. È una scrittura che spinge a guardarsi dentro, a comprendere quanto, spesso, siamo tutti complici in un sistema che ci foraggia a essere “brave ragazze”, ma impedisce di essere veramente sé stesse. Un libro che, come il corpo delle donne che racconta, non sarà mai davvero “domato”. La scrittura femminile nell’autofiction, tanto recriminata (ancora) ai giorni nostri, è dunque questa: un’affermazione radicale della verità corporea, una rivolta contro la repressione che trasforma il corpo in oggetto di conoscenza e di potere. Non è una scrittura che si adatta. È una scrittura che spezza le catene del silenzio, che ci costringe a confrontarci con ciò che siamo, con ciò che non siamo mai stati autorizzati a essere. Una scrittura che è tutto, tranne che “gentile”, e Arianna Farinelli ce ne dà coraggiosamente un amaro assaggio.   Chi è Arianna Farinelli: Storia di una brava ragazza di Arianna Farinelli - Edizioni Einaudi 2025 Arianna Farinelli è nata a Roma nel 1975. Nel 2001 si trasferisce negli Stati Uniti, dove consegue il dottorato di ricerca in Scienze Politiche (2009). Nel 2010 inizia a insegnare al Baruch College della City University of New York. Il suo primo romanzo è Gotico Americano (Bompiani, 2020).    

Riprendersi (il) tempo

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«Provavo un senso di stanchezza e di spavento a sentire che tutto quel tempo così lungo non solo era stato, senza una sola interruzione, vissuto, pensato, secreto da me, non solo era la mia vita, non solo era me stesso, ma anche che dovevo tenerlo ogni minuto attaccato a me…»

(Alla ricerca del tempo perduto – Marcel Proust)

Con l’avvicinarsi del Natale, qualcosa si mette in moto, proprio come le renne di Babbo Natale. Cominciano a scalpitare per fare capolino sulle cime dei camini nella notte magica. Qualcosa di veramente speciale accade, fra luci, pacchettini colorati e dolciumi tipici. Si risveglia lo spirito del Natale, dicono alcuni, si sente la voglia di riunirsi, stare vicini e abbracciarsi, pensano altri. In questi giorni il tempo sembra correre più veloce, accelerato dalla frenesia delle festività imminenti e dalla smania della corsa ai regali. Cerchiamo il dono perfetto, per rendere felice chi lo riceve, o forse per ricevere il plauso di aver capito a fondo la persona alla quale lo porgiamo. Tutto deve essere perfetto per quel momento, un momento che arriva in fretta per chi ha passato il resto dell’anno a inseguire l’orologio, quell’orologio che forse proprio non ci appartiene, che ci ha abituati a misurare la nostra esistenza in attimi frammentati, a contare ore, minuti e secondi. E adesso le Feste ci impongono di fermarci per un po’. Ma siamo davvero in grado di fermarci? Sostare nell’attimo presente e pensare a cosa stiamo davvero facendo con il nostro tempo? Ma prima di tutto, domandiamoci se il tempo può davvero definirci in quanto esseri umani. Noi siamo il tempo che siamo, perché il tempo non è una realtà separata da noi perché, come ci ha insegnato Martin Heidegger, il Tempo è il tempo dell’esistenza, e l’uomo vi si proietta, appunto, con un suo progetto. Il filosofo definisce “Dasein”, letteralmente “essere-lì”, l’esserci nel mondo. Per l’esattezza, nel suo monumentale “Essere e tempo”, Heidegger ci spiega che:
“Mentre nell’uomo l’essere, il sein del Dasein, l’essere dell’Essere esprime la possibilità da parte di questo ente di essere tale quale esso progetta di essere; l’Esserci è tale che, nel suo essere, questo stesso essere è in gioco. Quindi solo dell’uomo si può dire che ha l’«esistenza», che ex-siste, che, autoprogettandosi, è esposto alla possibilità di realizzarsi (nellautenticità) o di perdersi (nellinautenticità).”
Introiettando e traslando questo concetto di tempo, scusate il gioco di parole, nel nostro tempo, possiamo allora affermare che il tempo che siamo è, in fondo, quel fluire continuo che ci scivola addosso, fra rimpianti e speranze, e che ci definisce. Il tempo che siamo è come abbiamo vissuto, viviamo e vivremo il nostro tempo. Ed è, soprattutto, quello che possiamo scegliere di essere, nell’attimo che abbracciamo, nell’infinito presente che ci appartiene. Perché forse, dietro l’ammonimento più antico, “conosci te stesso”, un po’ si nasconde l’invito a conoscere il proprio tempo. Perché, forse, la vera magia, quest’anno, sarà quella di imparare a smettere di correre e di fare, ma imparare a stare. A essere. A vivere. A riprendere in mano la nostra esistenza, con la consapevolezza che il tempo che siamo è l’unico tempo che conta davvero. E che il nostro percorso non ha scadenze. Non c’è fretta: scoprire chi siamo e cosa vogliamo è il regalo perfetto.  

La vegetariana di Han Kang

«Se solo i nostri occhi non fossero visibili agli altri (…) Se solo si potessero nascondere i propri occhi al mondo.»

Qual è il confine fra sogno e realtà? Cosa si nasconde oltre quella linea sottile che separa lo stato di veglia dalla condizione di torpore che ci allontana dal mondo reale? Han Kang non dice, ma narra, nella sua trama divisa in tre atti, di una scelta apparentemente drastica che sconvolge una intera famiglia. Scheda del libro: Han Kang - La vegetariana - Premio Nobel 2024Autore: Han Kang Genere: Narrativa  Casa editrice: Adelphi Pagine: 177 Prezzo: Euro 18,00 ISBN: 9788845931215 Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra Yeong-hye, moglie mediocre, prevedibile e sottomessa, così come la descrive la voce narrante del marito nella prima parte, conduce una vita ordinaria, muovendosi silenziosamente e discretamente nella relazione coniugale. Quando decide di smettere di mangiare carne, in seguito a sogni terrificanti, il legame con le persone che le stanno accanto comincia a incrinarsi, fino a segnare crepe irreparabili. Se i genitori della donna, dapprima assaliti da rabbia e contestazione, subiranno impotenti la sua decisione, la sorella maggiore Hin-hye suo marito ne resteranno invischiati. La prima si riscoprirà vittima di una vita non vissuta per un eccessivo senso di responsabilità e sopportazione, il secondo, artista taciturno che inserisce in ogni suo video un volo di uccelli, attratto da una macchia mongolica sul corpo di Yeong-hye, ritroverà la sua vena creativa e una spinta vitale che non ricordava più di avere, fino a compiere un passo che gli costerà la sicurezza familiare. «La cinse per la vita e le accarezzò la macchia: avrebbe desiderato condividerla con lei, che gli venisse impressa sulla pelle come un marchio a fuoco. Voglio inghiottirti, voglio che tu ti sciolga dentro di me e scorra nelle mie vene.» È questa la parte centrale dell’intera storia, scandita dal secondo racconto, in cui dagli incubi si passa a una dimensione sempre più eterea. Il corpo della protagonista diventa veicolo di trasfigurazione interiore per l’artista che lo dipinge. La carne si volatilizza, il corpo scopre il suo involucro, fino a scendere in profondità del nucleo personale e familiare. Il corpo diventa, dunque, un vero e proprio campo di battaglia per le  convinzioni della protagonista e per le proiezioni di coloro che la circondano. Il rifiuto del cibo e del modo di vivere convenzionale di Yeong-hye si trasforma in una lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione, sfidando le norme sociali e le aspettative familiari. Con una prosa lirica e visionaria, ricca di metafore visive che creano atmosfere sognanti, e una struttura narrativa teatrale, l’autrice coreana indaga, destabilizzando, la tematica esistenzialista dell’allontanamento degli esseri umani, che pur vivono uno accanto all’altra. Si è soli pur condividendo la stessa casa, a separare sono i vuoti interiori inespressi, che si dilatano al punto da creare distanze insondabili e, soprattutto, inconciliabili. Nella scelta della protagonista si cela il disgusto per la dimensione carnale, animale e umana, canale di violenza, una brutalità che scalfisce anche i nuclei più intimi, dissolvendoli in particelle che si allontanano fra loro. Il dualismo corpo-anima è al centro della narrazione. Il corpo di Yeong-hye diventa man mano invisibile e lei finisce per assomigliare a un vegetale, alle creature di cui si nutre, fino a quando, rinunciando completamente al cibo, non diventa anch’essa un vegetale. «guarda, sorella, sto facendo la verticale; sul mio corpo crescono le foglie, e dalle mani mi spuntano le radici… affondo nella terra. Di più, sempre di più, all’infinito…» Visionario e dissolvente, l’ultimo atto del romanzo può diventare la metafora dell’anima che si libera dell’involucro materiale in cui si ritrova nella sua esperienza umana, un processo di svuotamento dal carnale allo spirituale, dalla violenza alla riappacificazione con l’universo intero, vegetale e aereo, un volo al di sopra della condizione materiale in cui noi esseri umani siamo ingabbiati nell’epoca contemporanea. “La vegetariana” di Han Kang è dunque una meditazione profonda su ciò che significa essere veramente liberi, un viaggio all’interno dell’anima che muta quando quello che trova fuori di sè non regala pace, un’esplorazione dolorosa e epica di ciò che resta quando tutto il resto è stato tolto.   Chi è Han Kang: Han Kang - La vegetariana - Premio Nobel 2024 Nata a Gwangju il 27 novembre 1970, è figlia dello scrittore Han Seung-won. Nel 2016 esce il suo romanzo “La vegetariana”, grazie al quale si aggiudica il Man Booker International Prize. Il romanzo è pubblicato in Italia da Adelphi, come anche “Atti umani” e “L’ora di greco”. Il 10 ottobre 2024 le viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura per: «la prosa intensamente poetica che si confronta con i traumi storici e che rivela la fragilità della vita umana» e per la sua «consapevolezza unica delle connessioni tra corpo e anima, tra i vivi e i morti, e perché con il suo stile poetico e sperimentale è diventata un’innovatrice della prosa contemporanea».