









Autrice: Alice Basso
Genere: Narrativa
Casa editrice: Garzanti
Pagine: 336
Prezzo: Euro 18,00
ISBN: 9788811019268
Chi è Alice Basso:
Ho pensato a lungo se scrivere un pezzo di fine anno, come faccio sempre. Questo ultimo anno mi è scivolato addosso con una velocità impressionante. Ho fatto molto, forse meno dell’anno precedente, durante il quale avevo seminato tanto. In questo, dovrei dire di aver raccolto i primi frutti. Eppure mi ritrovo con una sensazione di raccolta grama, come se non riuscissi mai a cogliere il frutto giusto. Dico spesso che la perfezione non esiste, ma so di dirlo anche per consolarmi. Perché, in fondo, io la perfezione la cerco sempre. La cerco in ciò che faccio, in ciò che provo a dire, in ciò che vorrei realizzare. Non la raggiungo mai. E forse so bene che, se la raggiungessi, non ne sarei comunque soddisfatta. La vita, almeno per me, è questo inseguire senza ottenere davvero. Da lontano vedo la cima della montagna e mi dico che la raggiungerò. Così mi metto in cammino, indossando il peso della fatica. Passo dopo passo arrivo dove voglio arrivare. Dall’alto ciò che vedo mi piace. Ma subito dopo penso che devo ridiscendere. E nella discesa la fatica pesa di più. Tornare con i piedi per terra è sempre più duro che salire. Sognare l’obiettivo dà la carica. Ottenere ciò che si è sognato e stringerlo tra le mani diventa il vero enigma: come lo porto con me? Lo lascio rotolare giù e poi, come Sisifo, lo riporto ancora su, sperando di trovare il senso di questo mio destino. Un destino affidato o un destino da costruire? Ogni anima sceglie il proprio, ma poi se ne dimentica. Di tanto in tanto arriva una voce familiare: la riconosciamo, la seguiamo, e poi perdiamo la rotta, travolti dalle onde. Ecco, quest’anno mi sono sentita così travolta. Da affanni, insicurezze, dubbi. Eppure ero sulla vetta. Ma ciò che guardavo sbiadiva, diventava rarefatto. Continuavo a salire e scendere senza sosta, mentre un senso di incertezza mi attraversava. La domanda tornava insistente: chi sono io? Sono quella che corre o quella che ha paura di fermarsi? Cosa c’entra tutto questo con un blog che parla di libri? In questo anno ho letto più libri di quello precedente, ma ne ho parlato poco. E questo mi rammarica, perché mi fa sentire come un albero spoglio. La linfa scorre, fermenta a ogni lettura, ma si blocca quando cerco le parole per dirla. Le vorrei perfette, quelle parole. Ma non mi escono più come una volta. E so che a fermarle sono io. Perché alcune parole, quelle che certi libri ti tirano fuori, fanno male. Sono colpi che scuotono e tramortiscono. Le tengo dentro. Ogni tanto si fanno sentire, soprattutto quando la stanchezza abbassa le difese. Mi dico che le dirò domani. Ma non è mai la stessa cosa. Perché certe parole, quando arrivano, non chiedono subito di essere dette. Chiedono prima di restare. Di farsi silenzio. E io, quest’anno, ho ascoltato più quel silenzio che la voce che avrebbe potuto raccontarlo. Avrei voluto parlare di libri, come faccio sempre. Avrei voluto raccontare trame, attraversare pagine, dialogare con autori vivi e morti, lasciare qui qualche traccia di quelle letture che, normalmente, scandiscono il mio tempo interiore. Non ci sono riuscita. Non perché i libri siano mancati, ma perché sono stata travolta da dilemmi più profondi, da domande che non chiedevano parole pubbliche, ma silenzio privato. I libri, però, non sono passati invano. Anche quando non ne ho scritto, anche quando non li ho nominati, le loro frasi mi hanno scalfito. Sono rimaste lì, come restano certe musiche ascoltate distrattamente ma capaci, a distanza di tempo, di riaffiorare intatte. Alcune immagini, alcune idee, certe domande aperte hanno continuato a lavorarmi dentro, in silenzio, senza chiedere di essere subito trasformate in contenuto. Forse è stato questo il punto: non ero pronta a parlare di libri perché i libri stavano parlando a me. E quando succede, ogni parola rischia di essere prematura, difensiva, non necessaria. Ho capito che c’è un tempo per condividere e un tempo per tacere, e che entrambi sono parte dello stesso gesto di fedeltà verso ciò che si legge.“Le parole che non ho detto sono rimaste in me come sassi nel ventre.”
(“I pesci non chiudono gli occhi” – Erri De Luca)
Il proposito per il nuovo anno nasce da qui. Voglio riprendermi il silenzio. Non quello vuoto, ma quello abitato. Il silenzio che permette di ascoltare davvero, soprattutto dentro di sé. Voglio tornare a dialogare con i libri senza la fretta di doverli subito restituire in forma di giudizio, di recensione, di post. Voglio sentirmi libera di sostare, di non capire immediatamente, di lasciare che le parole sedimentino. So che quei libri torneranno. Torneranno sotto forma di riflessioni, di domande meglio formulate, forse di scritti più lenti e più veri. Il nuovo anno non sarà una ripresa forzata, ma una continuazione più consapevole. Non un parlare di più, ma un parlare meglio, quando sarà il momento. Questo è, in fondo, un augurio che faccio prima di tutto a me stessa: ritrovare lo spazio interiore in cui leggere e scrivere non siano obblighi, ma atti di libertà. E quando il dialogo con i libri riprenderà qui, sarà perché il silenzio avrà finalmente detto tutto ciò che doveva dire.“Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.”
(“Il piccolo principe” – Antoine de Saint-Exupéry)
Quando una donna decide di raccontare, di denunciare, denudandosi davanti al pubblico con le sue verità rimaste a lungo nascoste, ve n’è sempre un’altra che confessa: «È successo anche a me». La verità, una volta profanata, si apre e accoglie segreti che diventano testimonianza collettiva, perché ciò che appartiene a una donna appartiene, in fondo, a tutte. Nella storia di ogni donna arriva un momento di frattura, una crepa che lascia entrare la luce e costringe a cercare una risposta, anche se dolorosa. Per anni la domanda può restare sospesa, offuscata, quasi sognata. Avvolta dalla nebbia, riemerge nei ricordi, si riaffaccia alla luce di un fatto di cronaca o nelle confidenze tra amiche. Il corpo delle donne è un bozzolo: stretto in un’invisibilità non voluta che, quando viene squarciata, rivela tutta la sua fragilità. Fragile è il corpo, fragile è il pensiero che la donna ha di sé stessa: un pensiero ambiguo, di sentirsi invisibile anche davanti all’altro. Ma perché la donna vive nascosta a sé stessa, intrappolata in secoli di storia, anche quando ormai i libri narrano figure che hanno saputo cambiare la Storia? La risposta sta nella parola che, soprattutto se scritta, diventa — come affermava Marguerite Duras — «una traduzione dall’ignoto, un nuovo modo di comunicare, più che un linguaggio già formato». Quella che oggi viene definita scrittura femminile, spesso relegata alla “scrittura rosa” o all’autofiction, in realtà custodisce molto di più. Spaventa, forse. Perché è una voce che vuole uscire dopo essere stata soffocata per secoli. Eppure ci sono verità ancora violate. Quando una donna confessa e le viene imposto di tacere. Quando denuncia e non viene creduta. Quando prova a difendersi e viene ingiuriata, giudicata, accusata perfino in tribunale. La donna porta sempre addosso una colpa presunta: quella di aver tentato di muoversi libera nel mondo, come gli uomini fanno da sempre. Perché se un uomo è quasi sempre svincolato dalle accuse, una donna no. Una donna deve giustificare ogni sua scelta, fino al punto di diventare carnefice di sé stessa. Forse la sua colpa è averci creduto, aver osato sentirsi libera, essere stata sé stessa. Finendo per convincersi che essere sé stessa sia un errore. Perché lo decide un sistema fondato sulla forza, dove forte è chi ha avuto sempre libertà di voce, scelta e autenticità, «…come se, attraverso di lei, quella primitiva supremazia del maschio, quel potere antico e mai del tutto sconfitto, continuasse a esercitare la sua pressione, soffocando ogni parte del suo essere». È questa la denuncia di Sara Durantini nel suo ultimo libro, “Questo mio corpo”, pubblicato da Dalia Edizioni. Un testo che racconta, attraverso la memoria di una giovane donna cresciuta in una provincia rurale italiana, lo sbocciare di un corpo nei primi anni Duemila, in un Paese scosso dai grandi eventi mondiali.«Dalle parole al corpo, la conoscenza legava in modo quasi indissolubile questi due mondi: quello delle lettere e quello della carne».



Scheda del libro«Forse, la sfida più grande è proprio questa: imparare a esistere senza bisogno di conferme, imparare a riconoscersi senza dipendere dallo sguardo altrui. Essere per sé stessi.»
Autore: Sara Durantini
Genere: Narrativa
Casa editrice: Dalia Edizioni
Pagine: 136
Prezzo: Euro 14,00
ISBN: 978-8899207762
Chi è Sara Durantini:
Sara Durantini, nata a San Martino dall’Argine (MN) nel 1984, è laureata in Lettere moderne e da giovanissima inizia a dedicarsi alla scrittura. Infatti vince l’edizione 2005-2006 per la sezione inediti del Premio Tondelli con il racconto L’odore del fieno e nel 2007 pubblica Nel nome del padre (Fernandel Editore). Partecipa alle antologie collettive di varie case editrici. Nel 2021 pubblica L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux (13lab editore). Nel 2023 esce per Dalia Edizioni l’antologia da lei curata dal titolo “La terra inesplorata delle donne”. Segue, sempre per Dalia Edizioni, il racconto lungo “Pampaluna” . Nel 2025 ha partecipato all’antologia curata da Cinzia Proietti dal titolo “Anche se non sto gridando” edita da Dalia Edizioni. Da oltre dieci anni scrive articoli per riviste letterarie online e cartacee.
La recensione di Milibroinvolo di Pampaluna.
La recensione di Milibroinvolo di Annie Ernaux. Ritratto di una vita.
L’intervista a Sara Durantini di Milibroinvolo.
“L’amore è un fiume” di Carla Madeira, edito da Fazi nel 2024 con la traduzione di Daniele Petruccioli, non solo narra l’acqua, si comporta da acqua. È arrivato lontano perché ha viaggiato come viaggia un fiume: per contatto, per prossimità, da bocca a bocca. “L’amore è un fiume”, un romanzo che già dal titolo trascina. Trascina in un movimento di sentimenti, tra l’amore, l’odio e il dolore, che mi ha condotta per tutto il tempo a pensare a un altro libro. Questo libro è “Psicanalisi delle acque” di Gaston Bachelard, in cui l’acqua rappresenta materia dell’immaginazione che modella sogni, miti e letteratura. Secondo l’autore, ogni tipo d’acqua porta un tono affettivo: la sorgente promette nascita, il fiume è divenire, il lago immobilità. L’acqua, dunque, purifica, viaggia, ristagna, atterrisce, annienta, attrae, annulla nel suo flusso continuo di trasformazione. E cos’altro è l’amore se non un mulinello, spesso impazzito, che ondeggia tra avvicinamento e allontanamento, felicità e dolore, paura e coraggio.«L’amore, quando nasce forte, ha fretta di diventare eterno. Non considera di essere fatto di carne madida. Quei due presero a vivere il loro desiderio impreparati a qualunque limite, badavano sempre meno alle regole, agli altri, all’obbligo della compunzione. Gli interessava solo la vertigine. E si sa, ignorare il resto del mondo dà noia al mondo, così incapace di sopportare una dose troppo abbondante di felicità».

Venâncio naufraga e vacilla nelle sue ferite interiori.«Le lacrime non scendevano. Aveva sete delle proprie lacrime, voleva piangere tutto il suo sangue. Voleva diventare una pozzanghera. Ma era disseccata dal terrore.»
Lucy lotta tra potere e vulnerabilità, facendo del suo corpo un potente strumento di sottomissione virile.«Certe ferite si curano, si lavano, si disinfettano, al limite ci si mettono i punti. Poi la ferita fa la crosta, la crosta cade e con il tempo sparisce pure la cicatrice. Ma esistono ferite per cui non c’è proprio soluzione. Vuoi perché ti devastano tutto il corpo, vuoi perché feriscono l’anima in modo troppo irreversibile. Una ferita del genere non devasta soltanto chi le prende, ma anche chi le dà. Peggio, uccide l’amore. Non decidiamo noi di essere gelosi, è la gelosia a montarci dentro come un vapore che sale in superficie, ma non possiamo permetterle di comandarci, di darci ordini, di accecarci su cosa è giusto e cosa no.»
«Lucy la volevano tutti, si mettevano in fila, si prendevano a pugni, pagavano a peso d’oro, qualsiasi cosa pur di strusciarsi su di lei.»

Autore: Carla Madeira
Genere: Narrativa
Casa editrice: Fazi Editore
Pagine: 180
Prezzo: Euro 18,50
ISBN: 9791259675729
Chi è Carla Madeira:
Nata a Belo Horizonte nel 1964, ha abbandonato gli studi di Matematica e si è laureata in Giornalismo e pubblicità. È stata professoressa di Scrittura pubblicitaria presso l’Università Federale di Minas Gerais ed è socia e direttrice creativa dell’agenzia di comunicazione Lápis Raro. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, L’amore è un fiume: uscito inizialmente in una tiratura molto bassa, grazie a un passaparola davvero inarrestabile è diventato un caso editoriale da 450.000 copie, rendendola l’autrice più venduta del Brasile. Preludio, il suo nuovo romanzo, è a sua volta un grande successo: bestseller da 170.000 copie, verrà presto adattato da HBO Max in una serie tv. (Maurizio Arduino, Il bambino che parlava con la luce: Quattro storie di autismo – Einaudi.) Ve lo ricordate Scrat e la sua ossessione per le ghiande? Nel primo capitolo del noto film di animazione “L’era glaciale”, il goffo scoiattolo primitivo insegue senza tregua, protegge tenacemente e custodisce con devozione la ghianda. Quanto gli costa la rincorsa verso il frutto, tra ostacoli, fatiche e incanti! Se avete seguito tutti i sequel del film e i successivi cortometraggi derivati, saprete che Scrat ci prova a tenere a bada la sua ossessione, innamorandosi e mettendo su famiglia, ma il suo antico amore non lo abbandona. Sì, perché dimenticare la ghianda è come tradire sé stessi. La ghianda — minuscolo seme di una futura quercia — custodisce l’immagine di ciò che siamo destinati a diventare. È il simbolo di quel disegno segreto che ci abita sin dall’inizio, anche se spesso ne perdiamo memoria.“Senza l’acqua e un terreno concimato, nessun seme può diventare una pianta. O, almeno, una pianta capace di esprimere le proprie potenzialità.”
Nel suo celebre saggio “Il codice dell’anima”, James Hillman scrive: «Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, ci dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.»


«Non parlavo ai bambini, ma con i bambini, non dicevo loro ciò che volevo che fossero, ma ciò che volevano e potevano essere.»



Ci sono romanzi che non raccontano soltanto una storia, ma pongono domande profonde, difficili da eludere: cosa resta di un legame quando viene meno la cura, la presenza, la parola? In Nudo di padre, edito da Solferino e proposto al Premio Strega 2025, Rossano Astremo affronta uno dei temi più complessi e universali della letteratura: il rapporto padre-figlio. Lo fa scegliendo una prospettiva autobiografica, lucida, asciutta, senza indulgere in sentimentalismi.
La figura paterna, in questo romanzo, è definita più dall’assenza che dalla presenza. Non è guida, né rifugio: è un nodo irrisolto, una mancanza che plasma l’identità del protagonista fin dall’infanzia. Siamo nel sud Italia, in un contesto rurale segnato da un forte divario sociale, dove il riscatto personale passa attraverso la rottura con le proprie origini.
Il romanzo si apre con una fotografia, una Polaroid del 1986: “Io e mio padre, 79×79 millimetri. Un cielo terso, una siepe ben curata, due corpi non simmetrici. I nostri.” In questo fermo immagine il tempo sembra cristallizzarsi, e già si intuisce lo squilibrio di un rapporto segnato dalla distanza. La siepe, così precisa e ordinata, evoca – anche solo per suggestione – quella leopardiana de L’infinito, simbolo di un confine visivo che apre all’immaginazione. Allo stesso modo, Astremo ci suggerisce che, pur osservando con attenzione la realtà limitata di una foto o di una memoria familiare, si può accedere a una riflessione più ampia su tempo, identità e affetti.
La narrazione procede per piani temporali alternati, andando a ritroso rispetto alla nascita del protagonista, “una domenica di primavera del 1979”. La madre lo accoglie con una forma di rassegnazione, temendo di restare sola in vecchiaia. Il padre è in Germania, tornerà mesi dopo, e quando rientra definitivamente sarà un uomo segnato da insuccessi economici, destinato a un lavoro subalterno presso una vedova benestante. La famiglia si trasferisce in una casa colonica modesta, senza affitto, ma intrisa di tensione. L’infanzia del protagonista si consuma in un ambiente familiare freddo, dove il padre è fisicamente presente ma emotivamente distante:
“Non giocava con me, non mi preparava da mangiare, non mi accarezzava. Se ne stava lì, sulla poltrona, in attesa che la notte giungesse.”
È in queste immagini che si coglie la fragilità di un legame che non riesce a compiersi, e che finisce per condizionare ogni gesto futuro.
La memoria, in questo libro, non ha funzione riparativa. Non sana, ma espone. Permette di osservare da vicino le crepe dell’istituzione familiare, tanto più significative in un contesto – quello del sud – che tende a idealizzarla come nucleo indissolubile. Astremo mette in discussione questa idealizzazione, rivelando una verità spesso taciuta: non sempre la famiglia protegge, non sempre il padre educa.
La famiglia di cui parla Astremo non è, dunque, il quadretto pacifico o il ricordo nostalgico, al contrario è da sempre un nucleo disfunzionale. La relazione tra i suoi genitori comincia con un tradimento femminile, suo padre viene meno alla promessa di matrimonio perché si invaghisce di quella che poi diventerà sua moglie e, quando la porterà in Germania con lui, non sarà accorto negli investimenti economici. Agli occhi del figlio la figura paterna non è sacra e infallibile ma è già un susseguirsi di fallimenti quando viene presentato.
Astremo ci mostra lo sfaldamento del patriarcato, dove la virilità non è sinonimo di forza bensì di decadenza. C’è necessità di parlare della sua vita lontano dal padre, ma il padre resta sempre il suo metro di paragone, anche solo per dire a se stesso cosa non vuole essere, chi non vuole diventare.
Il lettore, allora, sobbalza al ritmo serrato della narrazione che riguarda il momento degli studi del protagonista a Lecce, e fa il tifo per lui, affinché, in corsa verso la realizzazione professionale, possa raggiungere il suo meritato traguardo. Si sente forte il rumore delle porte chiuse in faccia, perché è sempre presto per il sognatore letterato, di libri e di meriti non si vive, ma si impara a vivere lottando per il proprio equilibrio. E quando il figlio torna nella casa paterna, il tempo sembra ogni volta avvolgersi su sé stesso, rivelando l’inutilità di un riavvicinamento. É proprio in questo non detto, nell’assenza portata in scena, che l’autore affonda la sua penna e disturba il lettore. La precarietà del legame familiare, proprio in quel sud che celebra il valore della famiglia come nucleo coeso e indissolubile, si fa specchio di una società attraversata da profondi mutamenti storici, culturali e psicologici. Astremo distrugge la funzione “salvifica” della famiglia tanto idealizzata: la distanza che cresce a ogni incontro tra padre e figlio diventa condizione naturale del loro legame, ma anche tragica, perché nasce da un desiderio che non sarà mai colmato. É una condizione esistenziale che non porta a vie di uscita, alla ricerca di un senso. Di fronte a questa consapevolezza si fugge per non esserne soffocati, lasciando vuoto il campo di battaglia dove si decidono identità, destini e ferite imperituri.
Il conflitto padre-figlio è un topos letterario che diventa simbolo della condizione umana, la frattura tra norma e libertà, tra autorità e autenticità. Nella sua autobiografia “Le parole”, Sartre dichiara che: “Un buon padre non esiste, è la norma; non si accusino gli uomini bensì il legame di paternità che è marcio.” Il filosofo francese perse il padre ancora infante, una mancanza che per lui rappresentò la condizione di autonomia da padroni. In Nudo di padre la figura genitoriale è viva ed è qui che si innesca l’antinomia del rapporto padre-figlio.
Come per il concetto ebraico di Timshel, presente nel romanzo di Steinbeck La valle dell’Eden, che significa “tu puoi”, ovvero la possibilità del libero arbitrio, con la sua assenza, il padre del protagonista di cui ci racconta Astremo sembra paradossalmente regalargli la libertà di scelta di una vita diversa. Assetato di conoscenza, durante i suoi studi di studente diligente, il giovane protagonista cerca nuove figure paterne, negli autori amati e negli insegnanti che credono in lui. Quando la delusione si ripete anche con loro, il passo verso il precipizio è breve, ma dal profondo risale sempre il monito della scelta, quella di poter cambiare. Rivendicando il suo spazio di autonomia, nonostante le privazioni e le difficoltà, riuscirà a rivendicare il concetto stesso di famiglia, non solo come legame di sangue, ma come sincera scelta affettiva.
Il titolo di questo romanzo è estremamente evocativo e al contempo essenziale, come la scrittura di Astremo. Esautorato dalla sua presenza scenica, il padre è mostrato senza veli, nella sua cruda verità, ossia quella di un uomo. E di quest’uomo, osservando e rievocando, l’autore ci racconta, da uomo, le sconfitte e le miserie. E quel corpo, quasi sempre temuto in letteratura, diventa fragile, non attraverso un racconto che chiede redenzione, ma come uno scatto epifanico di vita. Senza lirica, con una prosa asciutta che prende le distanze dalla sofferenza intima, attraverso il racconto del legame padre-figlio, l’autore posa lo sguardo su di sè e su una intera generazione che fatica a definirsi.
Scheda del libro:
Autore: Rossano Astremo
Genere: Narrativa
Casa editrice: Solferino Libri
Pagine: 224
Prezzo: Euro 17,50
ISBN: 9788828216391
Chi è Rossano Astremo:
Rossano Astremo è originario di Grottaglie (TA) e vive a Roma, dove insegna italiano in un Liceo Internazionale. Tra i suoi titoli: 101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita (Newton Compton 2009), Diventare genitori in Italia (Castelvecchi 2011), scritto insieme a Maria Carrano, Con gli occhi al cielo aspetto la neve (Manni 2013) e Pier Paolo Pasolini. Il poeta corsaro (La Nuova Frontiera Junior 2018). Nudo di padre (Solferino Libri 2025) è stato proposto al Premio Strega 2025 da proposto da Francesco Caringella, il quale ha detto al proposito: «“Nudo di padre” è un autentico e profondo romanzo di formazione, un “Bildungsroman” che segue l’evoluzione del personaggio attraverso un percorso scandito da prove, errori, improvvisi capitomboli e miracolose resurrezioni.» La scrittura a firma femminile, quella che si esprime attraverso il genere autofiction, è una ferita aperta, un urlo che non si sente, che autrici come Annie Ernaux e Susan Sontag non hanno paura di far esplodere. Esse scelgono di raccontare la propria vita, per esporre, anche attraverso una brutalità spietata, la realtà del corpo femminile, il suo essere prigione e riscatto, dolore e liberazione. Non è una scrittura che teme il contatto con la carne, anzi, è la carne stessa a parlare. E c’è sempre un momento, nella storia in ogni donna, in cui una traccia fluida denuncia l’esistenza di una realtà altra, spesso mai detta, quella che le donne vivono dietro porte chiuse. Quello delle donne è, dunque, un corpo “politico”, intrinsecamente legato alla storia e alla lotta delle donne. Ogni goccia di sangue, a partire da quello mestruale, racconta una storia di sfida a un sistema che non riconosce la donna come pienamente umana. Scheda del libro:«Mentre crescevamo, il sesso era ovunque…»
Autrice: Arianna Farinelli
Genere: Narrativa
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 208
Prezzo: Euro 17,50
ISBN: 978-8806265663
«Mi ricordai allora quello che le avevo detto il pediatra l’ultima volta che ci aveva portati per una visita e lei si lamentava della stanchezza: signora, deve dormire quando il bambino dorme.
Quando il bambino dorme, dotto’, sono al lavoro oppure con quest’altra, gli aveva risposto lei indicando me. C’è qualcuno che l’aiuta?
Mia nonna, ma è molto anziana.
Si cerchi una ragazza più giovane che venga a darle una mano.
Mmmh, non ce la possiamo permettè, per ora.
Signora mia, lei è tornata a lavorare a tempo pieno una settimana dopo il cesareo. Non mi sorprende che ora si senta esausta e le venga da piangere di continuo. Ha bisogno di riposo.
Riposo? Ho cominciato a lavorà che non avevo dodici anni. Se Dio ce voleva riposate, non ce faceva donne. Me riposerò da morta. Anzi, me ricordi, nella prossima vita, di nascere maschio, disse ridendo.»
Leggere “Storia di una brava ragazza” di Arianna Farinelli è come ascoltare quest’urlo contro la violenza silenziosa che ci viene inflitta ogni giorno: violenza sui nostri corpi, sulle nostre parole, sui nostri sogni.
Il patriarcato rimbalza in ogni pagina come un nemico intimo, che prende forma nella madre, nella nonna, negli amici e nelle amiche. È un parassita che infetta le menti e le relazioni, modellando il destino della donna fin dal momento in cui mettiamo piede nel mondo, spogliandoci della nostra natura per diventare “brave ragazze” conformi. Le esperienze dell’autrice sono quelle di tutte le donne, un destino scritto nel corpo e nelle aspettative sociali. Farinelli non fa sconto a nessuno, né alle istituzioni, né alle figure familiari, né tanto meno alla società che accoglie ogni donna solo se sa essere una cosa ben precisa, “una brava ragazza”, appunto.
Farinelli, alla stregua delle autrici a lei più care e che ispirano la sua scrittura, non si limita a raccontare la sua vita, ma affronta con coraggio le contraddizioni che emergono nell’emancipazione femminile, quelle che ci insegnano che il potere non è per tutte e che la libertà, anche quella tanto agognata, è un lusso che ci viene precluso dalla nostra stessa educazione. Con le sue parole si riflette sul potere del corpo, sul suo essere un oggetto di desiderio e allo stesso tempo di vergogna, condannato a non appartenere mai interamente alla donna che lo porta.
Il libro è attraversato da una tensione viva, una rabbia che non si spegne, come una scintilla pronta a divampare. È una scrittura che spinge a guardarsi dentro, a comprendere quanto, spesso, siamo tutti complici in un sistema che ci foraggia a essere “brave ragazze”, ma impedisce di essere veramente sé stesse.
Un libro che, come il corpo delle donne che racconta, non sarà mai davvero “domato”.
La scrittura femminile nell’autofiction, tanto recriminata (ancora) ai giorni nostri, è dunque questa: un’affermazione radicale della verità corporea, una rivolta contro la repressione che trasforma il corpo in oggetto di conoscenza e di potere. Non è una scrittura che si adatta. È una scrittura che spezza le catene del silenzio, che ci costringe a confrontarci con ciò che siamo, con ciò che non siamo mai stati autorizzati a essere. Una scrittura che è tutto, tranne che “gentile”, e Arianna Farinelli ce ne dà coraggiosamente un amaro assaggio.
Chi è Arianna Farinelli:
Arianna Farinelli è nata a Roma nel 1975. Nel 2001 si trasferisce negli Stati Uniti, dove consegue il dottorato di ricerca in Scienze Politiche (2009). Nel 2010 inizia a insegnare al Baruch College della City University of New York. Il suo primo romanzo è Gotico Americano (Bompiani, 2020).
Con l’avvicinarsi del Natale, qualcosa si mette in moto, proprio come le renne di Babbo Natale. Cominciano a scalpitare per fare capolino sulle cime dei camini nella notte magica. Qualcosa di veramente speciale accade, fra luci, pacchettini colorati e dolciumi tipici. Si risveglia lo spirito del Natale, dicono alcuni, si sente la voglia di riunirsi, stare vicini e abbracciarsi, pensano altri. In questi giorni il tempo sembra correre più veloce, accelerato dalla frenesia delle festività imminenti e dalla smania della corsa ai regali. Cerchiamo il dono perfetto, per rendere felice chi lo riceve, o forse per ricevere il plauso di aver capito a fondo la persona alla quale lo porgiamo. Tutto deve essere perfetto per quel momento, un momento che arriva in fretta per chi ha passato il resto dell’anno a inseguire l’orologio, quell’orologio che forse proprio non ci appartiene, che ci ha abituati a misurare la nostra esistenza in attimi frammentati, a contare ore, minuti e secondi. E adesso le Feste ci impongono di fermarci per un po’. Ma siamo davvero in grado di fermarci? Sostare nell’attimo presente e pensare a cosa stiamo davvero facendo con il nostro tempo? Ma prima di tutto, domandiamoci se il tempo può davvero definirci in quanto esseri umani. Noi siamo il tempo che siamo, perché il tempo non è una realtà separata da noi perché, come ci ha insegnato Martin Heidegger, il Tempo è il tempo dell’esistenza, e l’uomo vi si proietta, appunto, con un suo progetto. Il filosofo definisce “Dasein”, letteralmente “essere-lì”, l’esserci nel mondo. Per l’esattezza, nel suo monumentale “Essere e tempo”, Heidegger ci spiega che:«Provavo un senso di stanchezza e di spavento a sentire che tutto quel tempo così lungo non solo era stato, senza una sola interruzione, vissuto, pensato, secreto da me, non solo era la mia vita, non solo era me stesso, ma anche che dovevo tenerlo ogni minuto attaccato a me…»
(Alla ricerca del tempo perduto – Marcel Proust)
Introiettando e traslando questo concetto di tempo, scusate il gioco di parole, nel nostro tempo, possiamo allora affermare che il tempo che siamo è, in fondo, quel fluire continuo che ci scivola addosso, fra rimpianti e speranze, e che ci definisce. Il tempo che siamo è come abbiamo vissuto, viviamo e vivremo il nostro tempo. Ed è, soprattutto, quello che possiamo scegliere di essere, nell’attimo che abbracciamo, nell’infinito presente che ci appartiene. Perché forse, dietro l’ammonimento più antico, “conosci te stesso”, un po’ si nasconde l’invito a conoscere il proprio tempo. Perché, forse, la vera magia, quest’anno, sarà quella di imparare a smettere di correre e di fare, ma imparare a stare. A essere. A vivere. A riprendere in mano la nostra esistenza, con la consapevolezza che il tempo che siamo è l’unico tempo che conta davvero. E che il nostro percorso non ha scadenze. Non c’è fretta: scoprire chi siamo e cosa vogliamo è il regalo perfetto.“Mentre nell’uomo l’essere, il sein del Dasein, l’essere dell’Essere esprime la possibilità da parte di questo ente di essere tale quale esso progetta di essere; l’Esserci è tale che, nel suo essere, questo stesso essere è in gioco. Quindi solo dell’uomo si può dire che ha l’«esistenza», che ex-siste, che, autoprogettandosi, è esposto alla possibilità di realizzarsi (nell’autenticità) o di perdersi (nell’inautenticità).”
Qual è il confine fra sogno e realtà? Cosa si nasconde oltre quella linea sottile che separa lo stato di veglia dalla condizione di torpore che ci allontana dal mondo reale? Han Kang non dice, ma narra, nella sua trama divisa in tre atti, di una scelta apparentemente drastica che sconvolge una intera famiglia. Scheda del libro:«Se solo i nostri occhi non fossero visibili agli altri (…) Se solo si potessero nascondere i propri occhi al mondo.»
Autore: Han Kang
Genere: Narrativa
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 177
Prezzo: Euro 18,00
ISBN: 9788845931215
Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra
Yeong-hye, moglie mediocre, prevedibile e sottomessa, così come la descrive la voce narrante del marito nella prima parte, conduce una vita ordinaria, muovendosi silenziosamente e discretamente nella relazione coniugale. Quando decide di smettere di mangiare carne, in seguito a sogni terrificanti, il legame con le persone che le stanno accanto comincia a incrinarsi, fino a segnare crepe irreparabili. Se i genitori della donna, dapprima assaliti da rabbia e contestazione, subiranno impotenti la sua decisione, la sorella maggiore Hin-hye suo marito ne resteranno invischiati. La prima si riscoprirà vittima di una vita non vissuta per un eccessivo senso di responsabilità e sopportazione, il secondo, artista taciturno che inserisce in ogni suo video un volo di uccelli, attratto da una macchia mongolica sul corpo di Yeong-hye, ritroverà la sua vena creativa e una spinta vitale che non ricordava più di avere, fino a compiere un passo che gli costerà la sicurezza familiare.
«La cinse per la vita e le accarezzò la macchia: avrebbe desiderato condividerla con lei, che gli venisse impressa sulla pelle come un marchio a fuoco. Voglio inghiottirti, voglio che tu ti sciolga dentro di me e scorra nelle mie vene.»
È questa la parte centrale dell’intera storia, scandita dal secondo racconto, in cui dagli incubi si passa a una dimensione sempre più eterea. Il corpo della protagonista diventa veicolo di trasfigurazione interiore per l’artista che lo dipinge. La carne si volatilizza, il corpo scopre il suo involucro, fino a scendere in profondità del nucleo personale e familiare. Il corpo diventa, dunque, un vero e proprio campo di battaglia per le convinzioni della protagonista e per le proiezioni di coloro che la circondano. Il rifiuto del cibo e del modo di vivere convenzionale di Yeong-hye si trasforma in una lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione, sfidando le norme sociali e le aspettative familiari.
Con una prosa lirica e visionaria, ricca di metafore visive che creano atmosfere sognanti, e una struttura narrativa teatrale, l’autrice coreana indaga, destabilizzando, la tematica esistenzialista dell’allontanamento degli esseri umani, che pur vivono uno accanto all’altra. Si è soli pur condividendo la stessa casa, a separare sono i vuoti interiori inespressi, che si dilatano al punto da creare distanze insondabili e, soprattutto, inconciliabili. Nella scelta della protagonista si cela il disgusto per la dimensione carnale, animale e umana, canale di violenza, una brutalità che scalfisce anche i nuclei più intimi, dissolvendoli in particelle che si allontanano fra loro. Il dualismo corpo-anima è al centro della narrazione. Il corpo di Yeong-hye diventa man mano invisibile e lei finisce per assomigliare a un vegetale, alle creature di cui si nutre, fino a quando, rinunciando completamente al cibo, non diventa anch’essa un vegetale.
«guarda, sorella, sto facendo la verticale; sul mio corpo crescono le foglie, e dalle mani mi spuntano le radici… affondo nella terra. Di più, sempre di più, all’infinito…»
Visionario e dissolvente, l’ultimo atto del romanzo può diventare la metafora dell’anima che si libera dell’involucro materiale in cui si ritrova nella sua esperienza umana, un processo di svuotamento dal carnale allo spirituale, dalla violenza alla riappacificazione con l’universo intero, vegetale e aereo, un volo al di sopra della condizione materiale in cui noi esseri umani siamo ingabbiati nell’epoca contemporanea.
“La vegetariana” di Han Kang è dunque una meditazione profonda su ciò che significa essere veramente liberi, un viaggio all’interno dell’anima che muta quando quello che trova fuori di sè non regala pace, un’esplorazione dolorosa e epica di ciò che resta quando tutto il resto è stato tolto.
Chi è Han Kang:
Nata a Gwangju il 27 novembre 1970, è figlia dello scrittore Han Seung-won. Nel 2016 esce il suo romanzo “La vegetariana”, grazie al quale si aggiudica il Man Booker International Prize. Il romanzo è pubblicato in Italia da Adelphi, come anche “Atti umani” e “L’ora di greco”. Il 10 ottobre 2024 le viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura per: «la prosa intensamente poetica che si confronta con i traumi storici e che rivela la fragilità della vita umana» e per la sua «consapevolezza unica delle connessioni tra corpo e anima, tra i vivi e i morti, e perché con il suo stile poetico e sperimentale è diventata un’innovatrice della prosa contemporanea».