“Senza l’acqua e un terreno concimato, nessun seme può diventare una pianta. O, almeno, una pianta capace di esprimere le proprie potenzialità.”
(Maurizio Arduino, Il bambino che parlava con la luce: Quattro storie di autismo – Einaudi.)
Ve lo ricordate Scrat e la sua ossessione per le ghiande? Nel primo capitolo del noto film di animazione “L’era glaciale”, il goffo scoiattolo primitivo insegue senza tregua, protegge tenacemente e custodisce con devozione la ghianda. Quanto gli costa la rincorsa verso il frutto, tra ostacoli, fatiche e incanti! Se avete seguito tutti i sequel del film e i successivi cortometraggi derivati, saprete che Scrat ci prova a tenere a bada la sua ossessione, innamorandosi e mettendo su famiglia, ma il suo antico amore non lo abbandona. Sì, perché dimenticare la ghianda è come tradire sé stessi.
La ghianda — minuscolo seme di una futura quercia — custodisce l’immagine di ciò che siamo destinati a diventare. È il simbolo di quel disegno segreto che ci abita sin dall’inizio, anche se spesso ne perdiamo memoria.

Nel suo celebre saggio “Il codice dell’anima”, James Hillman scrive: «Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, ci dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.»

Ma quanta strada dobbiamo fare, come Scrat ogni volta, per ricongiungerci alla nostra ghianda, per riprendere il cammino che ci porterà verso quello che è a noi destinato. «Sarò un pompiere», ripeteva il piccolo draghetto Grisù, un mantra innocente che conteneva tutta la sua ostinazione, il grido interiore della sua vocazione che cerca lo spazio per esprimersi liberamente. In continuo conflitto con il padre, Grisù si impegna a dimostrare che il suo sogno può avverarsi.

Sempre Hillman, nel suo citato capolavoro, spiega che:
«I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.»
Lavorare a contatto con i bambini può risultare talvolta faticoso proprio perché mette a dura prova il proprio approccio educativo. È una sfida continua che porta a interrogarsi continuamente. Perché i bambini sono piccole creature oracolari, un po’ come i folletti: dispensano doni o custodiscono segreti, risvegliano emozioni. Instillano dubbi e scuotono la coscienza.
Osservare un bambino, che gioca e impara a fare, è come destarsi da un lungo sonno. Si ri-scopre la meraviglia per il mondo e una antica voce torna a farsi sentire. Anche noi siamo stati bambini e avevamo sogni, desideri e momenti di caparbietà, eravamo proprio come una ghianda smarrita.
«Non parlavo ai bambini, ma con i bambini, non dicevo loro ciò che volevo che fossero, ma ciò che volevano e potevano essere.»

Sono, queste, parole di Janusz Korczak, pedagogista polacco che diede la vita per difendere i diritti dei bambini.
Sforzarsi di capire chi è veramente il bambino di cui ci prendiamo cura, quindi chi potrebbe un giorno diventare, guidandolo come modello di riferimento, è il difficile compito dell’adulto. I bambini sanno chi vogliono diventare, l’adulto li sostiene nel cammino alla ricerca del loro essere.
In questi ultimi mesi ho provato a rintracciare la mia ghianda perduta. Ho studiato, sperimentato, osato. Ho provato soddisfazione ma ho anche provato paura. Paura di non farcela. Paura di non essere la giusta guida. La responsabilità attanaglia, toglie il sonno. Dal latino respondere, la parola responsabilità implica l’impegno a rendere conto, a rispondere delle proprie azioni, assumendosene le conseguenze. Significa stare in prima linea e quindi davanti a sé stessi. Davanti a uno specchio, a interrogarsi e a farsi coraggio, perché niente dovrà incrinare il desiderio di diventare chi si è.
I folletti di questo mio percorso interiore e professionale sono stati, come sempre, i libri, in particolare “Il bambino che parlava con la luce” – Einaudi, dello psichiatra Maurizio Arduino e “Il bambino che disegnava parole” – Giunti, della giornalista Francesca Magni. Due storie, due linguaggi, due viaggi nel mistero dell’infanzia e della differenza. Il primo, un saggio limpido e toccante che racconta quattro vite autentiche con autismo e illuminate dalla luce interiore di chi ha saputo vederle, il secondo, un diario romanzato, intenso e delicato, sulla dislessia, visto con gli occhi e il cuore di una madre.
Entrambi i testi convergono nello stesso focus: siamo tutti diversi e unici nella nostra diversità.
Conosciamo il mondo a modo nostro e non è dato a tutti sapere come, ciò che conta è il percorso che facciamo e, soprattutto, le guide che abbiamo accanto mentre scopriamo come fare. Un percorso faticoso e angosciante, che richiede grande coraggio. Senza la comprensione e l’impegno delle famiglie, la presenza di professionisti esperti e l’umiltà intellettuale delle figure educative, i piccoli protagonisti di queste storie vere non sarebbero stati visti e sentiti nel loro essere più profondo, non avrebbero cominciato il loro percorso per cercare di afferrare la loro piccola ghianda.

«Perché oggi la domanda da porsi su ogni studente non è Quanto è intelligente?, ma In che modo è intelligente? In che modo accede alla conoscenza? Non più quanto rende nelle prove, quelle che la scuola propone da decenni sempre uguali, ma Come può esprimere al meglio ciò che sa. “Come” diventa la chiave di tutto.»
(Francesca Magni. Il bambino che disegnava parole)

«Le persone, per esempio, sono una variabile fondamentale. Il loro modo di pensare e di comportarsi, le loro reciproche relazioni e le emozioni che mettono in gioco costituiscono le materie prime da amalgamare per raggiungere lo scopo.»
(Maurizio Arduino. Il bambino che giocava con la luce)

















