Come si insegna a una donna a bastare a se stessa? A non sentirsi sempre e solo alle dipendenze di altro da sé, che sia un marito o una ossessiva infatuazione? Forse nessuno ci ha mai pensato seriamente. È stato facile, nei secoli, puntare il dito contro le donne considerate ribelli. Forse non c’era nessuno capace di guidarle per una via meno impervia e solitaria, quale è stato l’annientamento verso se stesse percorrendo la strada dell’adulterio. Private della libertà di scelta, hanno frainteso il senso dell’emancipazione, riducendola a mera fuga da una realtà insoddisfacente. Il pezzo che segue vuole essere una riflessione su come l’argomento è stato affrontato nella letteratura, partendo da una lettura animata del romanzo “Follia” di Patrick Mc Grath.

 

La trama del libro:

«Le storie d’amore contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni». Inghilterra, 1959. Dall’interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra comincia a esporre, con apparente distacco, il caso clinico più perturbante che abbia incontrato nella sua carriera – la passione letale fra Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra dell’ospedale, e Edgar Stark, un artista detenuto per un uxoricidio particolarmente efferato. È una vicenda cupa e tormentosa, che fin dalle prime righe esercita su di noi una malìa talmente forte da risultare quasi incomprensibile – finché lentamente non ne emergono le ragioni nascoste. Il fatto è che in questo straordinario romanzo neogotico McGrath ci scalza dalla posizione abituale, e confortevole, di lettori, chiedendoci di adottare il punto di vista molto più scabroso di chi conduce una forma singolarmente perversa di indagine: il lavoro analitico. Eppure qualcosa, forse una tensione che a poco a poco diventa insopportabile, ci avverte che i conti non tornano, e che l’inevitabile, scandalosa e beffarda verità sarà molto diversa da quella che eravamo stati costretti a immaginare.

 

FOLLIA

Patrick McGrath

Romanzo

Adelphi

Euro 12,00

ISBN 9788845913600 – Anno 1998

“Le donne romantiche, riflettei. Non pensano mai al male che fanno in quella loro forsennata ricerca di esperienze forti. In quella loro infatuazione per la libertà.”

Nel suo scandaloso romanzo, “L’amante di Lady Chatterley”, D. H. Lawrence ha scritto: “Forse l’animo umano ha bisogno di escursioni, e non si deve negargliele. Ma la caratteristica dell’escursione è che si ritorna sempre a casa.”

Ma io casa mia non ho mai saputo dove fosse. Coltivavo un giardino, sporcandomi le mani di terra e scorticandomi la pelle per sentire la natura pulsare attraverso le mie ferite. Lasciavo che tutti mi conducessero a casa, la loro, ma la strada per la mia, forse, non l’ho mai saputa cercare veramente…

Mi chiamo Stella Raphel, che voi conoscete come adultera folle, nata dall’ambigua voce che ha narrato la mia storia, che con questa lettera desidero assolvere agli occhi di voi lettori, i quali mi avete di sicuro condannata, come è accaduto ad altre eroine vittime della superbia maschilista e moralista del IXX secolo, ne sono certa. Vi racconterò di loro e di me, che a un certo punto ho smesso di fare quello che si aspettavano tutti che facessi. Moglie accondiscendente e compagna solidale, madre premurosa, borghese servizievole, a un certo punto Stella ha sentito implodere con violenza il latrato della bestia dentro sé, stanca di essere domata e ammaestrata, in un impeto incontrollabile. Stella, per la prima volta, ha messo se stessa al primo posto, scegliendo, forse, il posto sbagliato. Il soprammobile impolverato, di fragile porcellana, si è infranto al suolo della realtà e tra i frammenti la luce ha rimandato un torbido riflesso che ha oscurato la verità.

Dove sta la verità, in fondo, nella vita di una donna che non ha voce nella storia, se non quella narrata da autori che si sono vantati di essere quelle donne, cercando di entrare nel loro mondo e dandone risposte soddisfacenti? Emma, Nora, Anna, Connie, Kitty, Elena, Ester, Francesca da Rimini, Ginevra, Margherita … tutte condannate! Anime possedute, degne di meritarsi la condanna di un Inferno che nessuno sa, in realtà, cos’è. Scendere negli abissi di un cuore fiacco, che batte solo perché deve, è impresa di pochi coraggiosi. Quale uomo sa veramente cosa si agita nell’animo di una naufraga smarrita che vorrebbe tornare a riva, nella consapevolezza che solo lasciandosi andare alla corrente più impetuosa può salvarsi? Forse cerca una ancora di salvezza, che tenta disperatamente di afferrare ma che non sa se sia veramente l’arma giusta da impugnare. Affidarsi alle braccia di un uomo per il salvataggio è l’ennesima punizione che si affligge. Non bastare mai a se stessa, è questa la perversa condanna che si impone, nei secoli dei secoli, romanzo dopo romanzo.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.” Il celebre incipit di “Anna Karenina” pubblicato per la prima volta nel 1877

 “Se ci pensi, quand’è che cominciamo a fare delle distinzioni tra quel che è giusto e quel che è sbagliato? Quando qualcosa ci ferisce o minaccia di farlo”

Quando ho visto Edgar per la prima volta, qualcosa ha ripreso a muoversi dentro me, è stata la miracolosa risurrezione di un animo spento. Edgar dallo sguardo perso, ambiguo fino alla ferocia, che si posa sulla mia scollatura, ma che sento non vuole fermarsi a quello, bensì penetrare il mio petto e scorgere quello che c’è scritto nel mio cuore. Amare, volevo amare, sinceramente e con tutta me stessa, con i sensi padroni delle azioni, quella che tutti intorno a me hanno voluto far credere una ossessione, la follia! Ma cosa è amare, se non volersi perdere?

“Era come se lo sentisse al suo fianco, sempre. Aveva imparato a fidarsi di lui. Senza una ragione al mondo, ovviamente, o forse proprio per questo, sì, perché si stava convincendo che la fiducia, e la speranza e l’amore sono tali in quanto nascono e crescono a dispetto della ragione.”

Mentre le mani di Edgar scoprivano il mio corpo, entrando in tutte le porte della mia anima, io mi lasciavo denudare. I vestiti al suolo e le difese finalmente libere di andare, come i prigionieri di quella clinica crudele in cui le pareti dei corridoi echeggiano di urla disumane. Dove sta la follia, nello smarrimento o nel voler tenere strette le catene delle pulsioni primordiali? Mani serrate che non possono più modellare la propria vita, bocche cucite che si dissanguano nelle grida strozzate, piedi malfermi che lasciano umide impronte che nessuno mai rintraccerà.

Si può impazzire anche in un castello, fra abiti sontuosi e cerimonie sfarzose. Senza sogni le principesse muoiono, senza una mano tesa che asciuga la lacrima nascosta al mondo, le principesse violentano la propria anima.

Io ho fatto questo. Ho ucciso me stessa, incapace di identificarmi in una luce che il mio nome ironicamente voleva mostrare a tutti. La luce, oscurata da un’ombra che si è estesa sulle esistenze delle persone a me più care, non è mai riuscita a riflettere la vera me.

“Madame Bovary c’est moi” è la celebre frase attribuita a Gustave Flaubert, che sta a indicare il divario interiore fra vita reale e vita desiderata.

Emma Bovary, la giovane moglie di provincia insoddisfatta, il cui futuro, dice l’autore che racconta di lei “ era un corridoio oscuro e la porta in fondo era sbarrata.”, e con lei le regine Elena e Ginevra, avevano solo le loro armi seduttive per evadere, ma la donna che induce alla tentazione è una peccatrice sommersa dalle pietre scagliate dai conformisti farisei. Connie ha fatto del piacere la sua meta di vita, trattenendo fra le sue gambe l’amante selvaggio. Ester cercava una anima che la purificasse, che la liberasse da una vita claustrofobica, Francesca la simbiosi assoluta, voleva essere un corpo solo con il suo amato, Margherita si è lanciata dai tetti della sua ebbrezza, cercando nel Maestro la liberazione; Anna, smarrita nella sua lucida libido, Nora coraggiosa bambola che abbandona la sua gabbia dorata e io …. io che non sono bastata a me stessa, ho cercato di salvare una altra anima smarrita, un artista, perché solo un uomo tormentato avrebbe potuto soddisfare la mia smania di vivere.

“In apparenza Edgar era un uomo sicuro di sè, della sua forza, della sua virilità, eppure sospettavo che in lui ci fosse un profondo e infantile desiderio di sublimare, e idealizzare, l’oggetto d’amore. Succede abbastanza spesso, agli artisti, e credo dipenda dalla natura stessa del loro lavoro.” 

La pelle morbida delle mie mani di borghese sulla vernice scrostata del sottoscala lugubre che mi conduceva di soppiatto dal mio folle amante, il gin scadente che scorreva nella mia gola incendiandola, il mio corpo abbandonato sul lurido materasso di un quartiere nascosto e malfamato di Londra, mi facevano sentire viva per la prima volta! Libera da ogni limite, regola e copione da seguire. Ma in fondo non ho fatto altro che fuggire da una gabbia a un’altra… E per me, nel racconto della mia storia, hanno parlato le azioni, solo azioni da condannare. Non un cenno al colore dei miei capelli o dei miei occhi. Si è detto delle mie forme sinuose, ma non del colore dei miei occhi, del resto è davvero capace un uomo di scorgere cosa si nasconde dietro gli occhi di una donna? Quegli occhi apparentemente aperti, bendati già da tempo.

In fondo, la stessa Anna Karenina “Socchiudeva gli occhi, proprio quando si trattava delle questioni intime della sua vita. Proprio come se li socchiudesse dinanzi alla sua vita, per non vedere tutto”.

Nella sua cronaca si dice: “Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.”

E allora perché sulle nostre storie sono state gettate solo ombre? Dov’è la luce che brillava nelle nostre azioni? Vi hanno fatto credere che non vi fosse un barlume di speranza, non uno spiraglio di salvezza nelle nostre impetuose e sconsiderate scelte. La passione ci ha bruciate e ridotte in cenere. La voglia di scoprire cosa veramente la vita volesse da noi ci ha tradite. La nostra audacia si è rivelata la nostra più grande condanna. Siamo state tutte portate al rogo che abbiamo affrontato dignitosamente, nella speranza di rinascere, un giorno, nelle nuove donne come fenici, fiere e libere di volare. Purtroppo le cronache raccontano ancora fatti desolanti e noi restiamo ancora intrappolate in un limbo solitario, dove giungono disdicevoli giudizi sul genere femminile.

Ispirato all’episodio personale della vita di D. H. Lawrence tradito dalla moglie, Frieda von Richthofen, il romanzo affronta la potenza della pulsione sessuale nella donna.

Mi tornano ancora in mente le parole del già citato David Herbert Lawrence, tratte sempre dal suo capolavoro tanto discusso “Quando l’anima emotiva riceve un colpo violento, che non uccide il corpo, l’anima sembra guarire insieme al corpo. Ma è solo apparenza. Si tratta solo del meccanismo dell’abitudine, che riprende a funzionare. Lentamente, lentamente la ferita dell’anima comincia a farsi sentire, come un’abrasione che solo con lentezza spande il suo dolore lancinante, finché non riempie tutta la psiche. E quando cominciamo a credere di essere guariti e avere dimenticato, proprio allora si va incontro alle terribili ripercussioni.”

Il genere umano sembra volersi crogiolare nei suoi sintomi nevrotici, nelle rimozioni che la Storia rimanda loro, proprio come in un labirinto di specchi da cui non si riesce mai ad uscire. Ci si accontenta di una apparente realtà, vivendo come bestie impazzite in un recinto chiuso a chiave.

Freud e molti successivi esploratori della psiche dopo di lui non hanno avuto parole meno buone degli autori citati verso i nostri comportamenti. Ci hanno considerate esseri multiformi e incomprensibili, un oscuro buco nero, sottomesse a sintomi di degenerazione. E così, i protagonisti maschili che ruotano intorno alla mia storia si sono illusi anch’essi di indagarmi, frugarmi dentro, portando alla luce una immagine di donna malata, vittima delle sue passioni. Eccoci, noi donne alla ricerca di noi stesse ridotte a bestie in balia delle pulsioni più primordiali. In realtà siamo state vittime di una energia inesplosa che, a differenza degli uomini, non sempre siamo riuscite a mettere a servizio della società, e così è stato più facile rinchiuderci. Non è buffo che mio marito fosse uno psichiatra? La paziente più meritevole di cure e attenzioni era proprio sua moglie, sotto i suoi occhi, nella sua casa, quotidianamente. E invece lui si limitava a chiederle di obbedirle come un cucciolo di cane da ammonire se scodinzolava troppo, una creatura mite da addomesticare, considerando quella docilità, proprio come Flaubert, vile, “che per molte donne è come il castigo e insieme il riscatto dell’adulterio.” Anche Dostoevskij ha definito “La mite” la protagonista di un suo brevissimo e fantasioso racconto, come lo ha considerato egli stesso. Nella storia, i due protagonisti, marito e moglie, si ingabbiano in un perverso gioco di silenzi, poi, dinanzi al corpo esanime della donna suicida sul lungo tavolo della sua abitazione, l’uomo fa ammenda ai suoi lettori, oscillando tra colpa e vittimismo. Lui, uomo maturo che salva dal fango la sedicenne orfanella mortificata dalla vita, cerca il risarcimento sociale, la gratificazione narcisistica attraverso il potere sulla giovane moglie, perché “E la donna che ama, oh, la donna che ama giustificherà persino i vizi, perfino i delitti dell’essere amato.” Ecco che il silenzio diventa l’arma per sottrarsi alla consorte, sottomettendola. Lo ha fatto anche mio marito Max, vittima anche lui, alla fine, di un gioco di specchi perverso e deformante, che a un certo punto della storia si è chiesto se non fosse colpa sua, ma questo pensiero lo ha solo sfiorato ed è scivolato lungo le sue spalle ricurve di padre disperato, che ha vomitato la sua ira nelle feroci parole a cui mi ha condannato:

“L’unica cosa che proverai sarà una tristezza mortale, e quella tristezza non ti abbandonerà più per il resto dei tuoi giorni.”

Pubblicato nel 1879, il testo teatrale di Ibsen è la rappresentazione della ribellione della moglie Nora al marito Helmer, un atto di coraggio che anticipa la causa dell’emancipazione femminile.

Nel mio viaggio verso l’annientamento finale, prigioniera dell’insalubre alcova della clinica, il viso contro il muro freddo e scrostato di quella prigione di anime, le ho incontrate le mie compagne. Emma che “Era convinta che l’amore dovesse arrivare di colpo, accompagnato da luci e fragori, simile a un uragano celeste che piomba sulla vita, la sconvolge, travolgendo la  volontà come foglie secche, e trascina ogni sentimento nell’abisso. Non sapeva che la pioggia a goccia a goccia crea laghetti sulle terrazze delle case, quando le grondaie sono otturate, e avrebbe continuato a credersi al sicuro se d’improvviso non avesse scoperto una falla nelle sue difese”, Ester che ricordando i suoi momenti più folli “Ridiventava giovane e bella, donna soprattutto, quale era stata in un passato che si crede irrevocabile, come per miracolo.” Se la donna è tutta tenerezza, muore. Se sopravvive, la tenerezza o le viene scostata di dosso oppure – e l’effetto all’esterno è lo stesso – le si incrosta così profondamente dentro il cuore che non si lascerà mai più vedere.” Elena che incolpa Afrodite della sua più grande maledizione: essere bella, smarrita nella ricerca di una bellezza che non sa vedere in lei.

Nora che dialoga con Helmer, pungolandolo durante il loro scontro verbale:

“Quali sarebbero, secondo te, i miei più sacri doveri?”

“C’è bisogno di dirlo? O non son forse quelli che hai verso tuo marito e i tuoi figli?”

“Io ho altri doveri non meno sacri.”

“Niente affatto! E quali sarebbero, sentiamo?”

“I doveri verso me stessa.”

Ma Edgar era la mia ossessione, tornavo da lui, con il pensiero, con i miei sensi, anche nei momenti in cui la vita mi stava scivolando di mano, giorno dopo giorno, davanti a occhi incapaci ormai di distinguere le luci dalle ombre più oscure e minacciose.

 “Era come se lo sentisse al suo fianco, sempre. Aveva imparato a fidarsi di lui. Senza una ragione al mondo, ovviamente, o forse proprio per questo, sì, perché si stava convincendo che la fiducia, e la speranza e l’amore sono tali in quanto nascono e crescono a dispetto della ragione.”

Lontana da lui ero una fragile vela, in balia dell’alta marea, così come ero in balia degli uomini intorno a me che sceglievano la mia sorte.

“Si sentiva come una partita di femminilità danneggiata, ma tutto sommato riutilizzabile, che passava dal vecchio proprietario al nuovo dopo essere stata messa per qualche tempo in magazzino.”

E allora non ce l’ho fatta più e alla fine non ho accettato che un altro uomo mi facesse sua prigioniera. Ma dove sarei mai andata, dopo aver diseredato i miei affetti, aver ucciso il sangue del mio sangue? La libertà nella mia dipartita dal mondo, in un sonno profondo che si prende beffa degli accusatori mendaci che osservano con sollievo il mio involucro di larva di donna, spenta per sempre.

Peter, il traghettatore di anime perse che mi ha preso in cura manipolando pensieri e parole, si era illuso di capire, dietro il suo perfido tranello, cosa cela in realtà il troppo amore, ma solo chi non ama può trovare le risposte. Purtroppo non le ho sapute cercare neanche io le vere risposte alla mia fuga dal mondo, ma consegno la vera storia di Stella, la donna che si è spenta perché non ha saputo salvare se stessa, ai lettori compassionevoli, che tralasciano giudizi, ma cercano fra le righe una fragile Verità. Aiutatemi, nella vostra memoria, a farmi bastare a me stessa.

Vostra Stella, luce delle vostre coscienze.

 

 

 

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