Mi abita di fronte una parola zoppa
che mi rappresenta/
un vociare dentro
di sogno a trama larga.

I suoi versi cantano in un apparente silenzio del cuore, dove “il mare recita preghiere al vento”, “il sole versato in un bicchiere/distrattamente muore”, “dormono le cose/dormono/o forse muoiono in silenzio…” e le “libellule d’ombra/sussurrano silenzi”. Lei è Annamaria Scopa, autrice della silloge poetica “Dove nevicano le viole”, Letteratura Alternativa Edizioni, che oggi conosciamo meglio.

Ciao Annamaria, benvenuta in questo spazio dedicato alle interviste. Sei la prima poetessa che lo riempie ed è un vero piacere per me, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima la tua delicata raccolta di poesie “Dove nevicano le viole”, pubblicata l’anno scorso dalla casa editrice letteratura Alternativa, che mi ha gentilmente chiesto di scrivere la postfazione. Mi piacerebbe cominciare con una domanda classica, che in realtà prevede ogni volta una risposta inedita. Chi è, nella realtà quotidiana, Annamaria donna e chi la poetessa che scrive versi senza sosta?

Ciao Domizia, mi imbarazza sempre molto parlare di me. Annamaria donna è una bambina dentro un corpo di donna, cresciuta troppo in fretta e che combatte ogni giorno contro la sua sensibilità per ridurla quel tanto che basta perché non possa farle male, perché si sa in questo mondo la sensibilità spesso è vista come debolezza, ti rende sottile, tutto passa e, a volte, è difficile proteggersi. Non mi piace definirmi poetessa, diciamo che scrivere per me è un bisogno, faccio vivere e curo quella bambina che ho dentro, che anche se è cresciuta, vuole rimanere se stessa. La poesia mi rende libera e felice, spesso è una vera e propria catarsi.

La tua raccolta è permeata da metafore e sinestesie floreali: “i gelsomini piangono”, “i fiori fanno rumore tra le dita”, “le viole nevicano”, per citarne alcune. Cosa rappresentano i fiori per te?

Oh i fiori…rappresentano la gentilezza, la mia affettività, i miei sentimenti, la mia spiritualità. Sono la mia anima, che è in continua evoluzione, sboccia, per poi appassire e poi rinascere ancora.

“Si dirà bisogno/questo cercare una ragione/questa rivoluzione”. Partendo da questa chiusa che sembra stridere con l’apparente bucolicismo delle immagini campestri che caratterizzano l’intera raccolta, mi piacerebbe sapere cosa cerchi nella poesia: una ragione o una evasione dal caos delle emozioni?

“Si dirà bisogno” è proprio la risposta! Non so cosa lei voglia da me, un bisogno si, che cerca spazio nelle parole. In essa cerco l’emozione che non so contenere, la cura, spesso il sogno, la fantasia.

Nelle tue liriche prevale l’elemento primordiale per eccellenza, quello acquatico, come nella similitudine del cielo definito “liquida parete”, nei versi “le lacrime le devi sotterrare/nell’uragano”, “tu dici fiume le parole che/m’annegano dentro”, “umidi nidi/i tuoi occhi” e ancora ne “le mie piogge/di grano” oppure nell’immagine dell’acqua che piove dalla luna, fino a raggiungere l’acme nella lirica intitolata Hanno chiuso il mare che si conclude con un passaggio fortemente icastico: “così in un secchio verso la luna/travaso di cielo/senza stelle”. Così, in un ritmo fluido in cui le emozioni si rincorrono attraverso un flusso di coscienza marcatamente visionario, all’improvviso spiazzi il lettore con immagini claustrofobiche, fino al boato del tuono. Cosa urla, in realtà, dentro te, che non riesce a venir fuori?

Urla: “Il delirio del mare sopra ogni silenzio, il tormento dei narcisi appeso al canto di mille calabroni, i miei passi incrinati nel vento, il suono di mille grilli nel petto”, la mia emotività.

Possiamo definire la poesia la musica dello spirito, del resto già i primi aedi dell’antica Grecia coniugavano note e versi e lo stesso Aristotele ha asserito che la poesia è l’arte dell’uomo di imitare ritmo e armonia, operazione inconscia, forse, di ricongiungere dimensione terrena e dimensione celeste. La poesia eleva, secondo te, e dove riesce a condurti?

La poesia conduce nella propria interiorità e rende visibile ciò che spesso non lo è, ma sola a chi sa guardare.

La raccolta di liriche di Anna Maria Scopa è un omaggio ai fiori, ai sentimenti che animano la fantasia dell’autrice.

La poesia è un genere considerato di nicchia eppure, fortunatamente, ci sono case editrici che insistono nel voler pubblicare raccolte di versi. Perché, secondo te, il pubblico dovrebbe amare la poesia e leggere le tue liriche?

Ti rispondo con un verso di una delle mie poetesse preferite, Wislawa Szymborska: “ io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano”. Leggere poesia dona benessere, è come ascoltare la musica di Mozart, la poesia favorisce l’empatia, l’introspezione e tutti ne avremmo bisogno. Perché leggere le mie liriche? Perché sono un’empatica, perché “hanno lucciole negli occhi e il temporale sull’orlo del vento”, le mie poesie sono come me.

Ringraziandoti per la disponibilità a questa piacevole chiacchierata, vorrei chiederti in conclusione di lasciare un saluto floreale ai lettori di Mi libro in volo.

“ Ha chinato corolla il ciclamino ferito. Fiore irto d’incanto nell’infiorescenza del grano a guardare lontano.”

Dalla postfazione di “Dove nevicano le viole” edito da Letteratura Alternativa Edizioni, di Domizia Moramarco

“Le parole/a volte sembrano fiori”

Da sempre l’uomo è prigioniero del linguaggio. Segni, suoni e parole, scritte o tramandate, lo ingabbiano in un codice che finisce per diventare dimora rassicurante. Ma arriva il tempo in cui sconosciuti smottamenti mettono in pericolo le fondamenta e, tra una scossa e l’altra, prima o poi nuove formule ricompongono i confini.

I versi della raccolta “Dove nevicano le viole” sono un oscillare fra cuore e ragione, in un fruscio di parole che sfiora questa vita, che l’Io parlante prima odia, poi ama. La tristezza in fondo al cuore per la solitudine nella vetrina del mondo, dove sono in vendita amarezza e delusioni: “Ditelo voi /che una donna è caduta/ nella fossa dei papaveri/gli occhi di liquirizia/ ha perso la strada/ nel gioco alla tristezza/le è caduto un sogno/fuori nella pioggia” lascia posto a un percepire diverso che si fa sentiero da seguire. Si apre allora un portale che conduce a una dimensione altra: zagare, ranuncoli, giacinti, lavanda, thalie, limpide acque rischiarano i sensi, i colori riaccendono nuove pulsioni. É la natura che parla e la donna che adesso vi si immerge la vuole ascoltare. “Io torno in superficie. /Con le allodole”.

Un profondersi di emozioni, un protendersi all’ascolto, un volersi lasciare risucchiare dal vortice di un nuovo pensare, più consapevole, dell’esserci al mondo. Le parole sgorgano dalla fonte del cuore, scivolano giù dalla montagna di pietra, “sono la neve candida/che cerca l’estate” trasportando torrenti e detriti, accolti nel grembo della valle lussureggiante che è la nuova dimora di un Io rinnovato. Un Io che ascolta, che vede, che tocca e che annusa quanto di diverso scopre dentro e fuori di sé. Uno specchiarsi al confine di un nuovo orizzonte, laddove sguardi umani non arrivano: “Guardami/sul filo dell’acqua”. E ancora “mentre sulle labbra il tremore./ Esiste?/Esiste./Ti prego vallo a cercare./Non farmi cadere le stelle,/quelle più belle”.

Un voler sentire totale, con tutti i sensi, un volerlo vivere quel tremore che porta l’amore perché “Tornare indietro, poi non si può più”.

E allora i segni non bastano, allora bisogna reinventarsi il linguaggio: “Sono il Requiem /delle mie domande,/gorgheggio in un /commiato di stelle”. Un nuovo flusso di melodia, al ritmo cadenzato dai nuovi bisogni del cuore, da sospiri che strabordano; non più confini fisici, né limiti ai silenzi, solo un risucchio di forti emozioni, un sentire diverso che ha urgenza di dire, in suoni e parole emessi di getto, con una scrittura automatica che non si vuole fermare.

Sono fatta di virgole e sole”.

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