«La sua vita era stata confusa e disordinata… Ma se poteva ritornare a un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto da capo, sarebbe riuscito a scoprire qual era la cosa che cercava.» (Il grande Gatsby – F.S.Fitzgerald)

Il suo unico interesse, quando la vide per la prima volta, fu di portarla via da quel posto aberrante. La vide e ne fu subito attratto. Occhi a mandorla, di un colore cangiante fra il giallo e il verde smeraldo, sembrava un cerbiatto scalpitante alla ricerca di una via di fuga. Lo colse subito il tremito nel suo sguardo. Sorrideva a chi la osservava, ma poi subito ti faceva sentire un estraneo; la sua era un’attenzione dettata dall’educazione più che dalla voglia di dare confidenza. Alta non più di un metro e sessanta, indossava un tailleur stile anni ‘50 panna e al collo portava una sottile collana di perle. La gonna a tubino fasciava un paio di gambe asciutte e le scarpe, anch’esse di tonalità chiara e dal tacco altissimo, slanciavano i polpacci ben torniti. Vestita così, sembrava una moderna Vestale pronta a immolarsi all’altare degli spietati affaristi che occupavano quel giorno la sala congressi dello storico Grand Hotel Excelsior Vittoria, situato nel cuore di Sorrento. Era l’inizio di maggio e le temperature si prospettavano più elevate del solito. Il ristorante dell’albergo era posto su un terrazzo a picco sul mare, da cui si godeva dell’ampia vista che toglieva il fiato sul Golfo di Napoli e sul Vesuvio.  Appoggiato alla ringhiera, gustando il suo Montecristo a lente boccate, accompagnando la fumata con un bicchiere di porto d’annata, James Green osservava gli astanti, quella mattina di primavera, più calda del solito. Lanciava sguardi sprezzanti sui commensali, scrutando acutamente ogni vezzo, cogliendo manie, smascherando piccole verità sconosciute agli stessi fautori.

“Non illuderti, in questo lavoro non esistono amici” gli era stato detto quando aveva deciso di diventare mediatore immobiliare. Dotato di un grande intuito, abile dialettica e audacia, James Green si era subito distinto nel cinico mondo della finanza, scalando in breve tempo la vetta del successo, affermandosi tra i broker più richiesti della facoltosa agenzia immobiliare Tillow and Company che copriva il mercato di New York e dell’Italia. Quel giorno erano lì riuniti i più scaltri speculatori del gruppo per il Meeting annuale e molti dei manager più facoltosi erano accompagnati dalle loro consorti o amanti. La donna vestita di bianco si stava versando dello champagne nel flute di cristallo. Un uomo dal viso abbronzato e la barba argentea finemente rasata, la afferrò per le spalle, facendola sobbalzare dallo spavento. Lo sguardo della donna, fino a pochi minuti prima acceso e vispo, si incupì, e subito lasciò il calice sul tavolo, seguendo obbediente l’uomo. James osservò la scena spegnendo nervosamente il Montecristo nell’ultimo goccio di porto sul fondo del bicchiere.

Erano le tre del pomeriggio, quando la vide imboccare Piazza Tasso. Era un punto di luce candido che si affannava, con passo deciso, a raggiungere l’angolo della piazza in cui si ergeva la statua di Sant’Antonio, protettore della città, che l’aveva difesa in passato ora dagli attacchi saraceni, ora da epidemie e possessioni demoniache, fino a praticare il miracolo della liberazione di un fanciullo dal ventre di una minacciosa balena, di cui si custodiva ancora un osso nell’ingresso ad arco della Basilica dedicata all’antico frate. Ma lei da cosa voleva proteggersi, mentre si piegava in un inchino devoto davanti alla lapide marmorea, sulla quale era posta la statua? Si guardò intorno con sospetto mentre faceva un rapido segno della croce e subito riprese il suo cammino. Mentre la donna avanzava decisa, James lanciò uno sguardo furtivo allo sfondo della piazza, dove si intravedeva uno scorcio del famoso Vallone dei Mulini, in cui un tempo le colline erano attraversate dalle acque sorgive che avevano portato alla costruzione di un mulino per la macinazione del grano con annessi segheria e lavatoio, dove le donne si affaccendavano con il bucato. Adesso una selvatica vegetazione, composta prevalentemente da felci giganti, nascondeva i resti dell’antico rudere, isolato a partire dal XIX secolo con la realizzazione della piazza. James affrettò il passo, seguendo la donna attraverso l’intricato dedalo di viuzze che si snodavano lungo il centro storico. Dal ritmo veloce con cui incedeva, l’uomo capì che la donna sapeva dove andare. Aveva tolto i tacchi alti e ora portava un paio di calzature più comode. Al collo scintillava il filo d’oro della collana di perle, mentre un ampio foulard colorato le avvolgeva il capo e un paio di occhiali da sole nascondeva il suo sguardo vivace. Se lo immaginava, James, mentre si posava sfuggente sulle chincaglierie delle bancarelle e poteva vedere, ai metri di distanza a cui si teneva, il gesto nervoso della mano con cui scansava gli ambulanti impudenti che provavano ad avvicinarsi a lei. Aveva un portamento raffinato e i suoi movimenti erano decisi e disinvolti. Di tanto in tanto alzava il capo per osservare i fregi dei portali sfarzosi delle antiche dimore nobiliari di Via Giuliani e Via Tasso e le leziose decorazioni arabo-bizantine dei palazzi storici che si ergevano lungo Via Pietà. Dalla pietra lavorata, lo sguardo si posò infine sul legno finemente intarsiato della Cattedrale dalla facciata neogotica per un tratto in cui sembrò smarrirsi ma poi, instancabilmente, la donna tornò indietro e proseguì verso la Basilica romanica di Sant’Antonino. Saliti rapidamente i quattro gradini, si intrufolò nel piccolo portico, per poi avanzare lungo il lato meridionale della basilica, dove osservò, indugiando ammirata, la serie di colonne in marmo giallo culminanti nei capitelli in stile corinzio. Poi, finalmente, entrò nel maestoso edificio.

Poco dopo anche James faceva il suo ingresso nel luogo sacro, in tempo per osservare l’incedere più calmo e rassicurane della donna davanti a lui. La navata centrale, già illuminata dai riverberi dorati delle decorazioni dei rosoni sul soffitto, sembrò accendersi al passaggio sinuoso dell’ignara pedinata. Anche James avanzò di alcuni passi, sostando, di tanto in tanto, sotto una delle navate laterali. Le scene affrescate della vita e delle imprese del santo gli scorrevano davanti, rapendo i suoi pensieri: ‘Quanto coraggio, devozione e abnegazione. Si nasce per aiutare, la mano tesa a sorreggere, a proteggere e salvare le anime perse nei loro tormenti.’ La donna nel frattempo si era genuflessa tra i primi banchi, raccolta in preghiera. Allora James la raggiunse e si sedette alle sue spalle. Quando ebbe finito di pregare, la donna si tolse gli occhiali e soffocò un singhiozzo, poi prese a rovistare nella minuscola borsa che portava a tracolla, ma non fu necessario spazientirsi oltre, qualcuno dietro di lei le porgeva un fazzoletto inamidato, finemente ricamato. Alzò lo sguardo per ringraziare timidamente, mentre accettava quell’offerta generosa. Si tamponò leggermente gli occhi, poi tese il fazzoletto al suo soccorritore, che prontamente esclamò: “Può tenerlo, è suo.”

“Non potrei mai, è un pezzo artigianale di valore, si vede, non vorrei privarla di un ricordo prezioso.” “Proprio per il suo valore, lo dono a lei.” Questa volta la donna restò senza parole. Stemperò l’imbarazzo con un lieve sorriso, lasciò il fazzoletto all’uomo e si rialzò con prudenza, facendo attenzione a non inciampare tra i banchi, ma il mocassino, forse per il piede sudato dopo il troppo camminare, le si sfilò impigliandosi nell’inginocchiatoio e scoprì il piede arrossato e indolenzito. James raccolse prontamente la calzatura e la infilò al piede della donna, che spazientita esclamò: “Lasci stare, non si preoccupi, ci penso io!” Ma James non colse l’irritazione nella voce, perso in quei due occhi smarriti e lucidi come smeraldi che sotto la luce della navata avevano assunto sfumature di un intenso verde indefinibile.

 “Si tratta di un regalo di mia madre…” Poi, dinanzi all’espressione interrogatoria e stupita della donna, aggiunse: “Il fazzoletto, intendo, lo ha ricamato lei, se guarda con attenzione ci sono le mie iniziali: J. G., James Green.”

“Capisco, ma adesso devo proprio andare.” “La aiuto, Signora …” “… Grace … mi chiami Grace … ma adesso devo proprio andare” e così dicendo si liberò dalla presa dell’uomo e si allontanò da lui, frettolosamente. L’eco dei passi di Grace si diffuse per tutta la navata. James  la guardò andare via, in silenzio.

La mattina successiva, sul terrazzo dell’Excelsior Vittoria, i partecipanti al meeting erano intenti a consumare la loro colazione, frastornati dal brusio dei rumorosi commensali locali. Impettiti, nei loro smoking di pregiata fattura, celavano l’imbarazzo per quell’intrusione inaspettata. I turisti si erano imbucati per ammirare il panorama che dal piano in cui avevano prenotato non suscitava la stessa suggestione. Quando il maȋtre, imbarazzato, li aveva intimati ad abbandonare la sala, avevano reagito con fare scontroso e, irremovibili, avevano preteso di condividere la colazione con gli affaristi americani. Al tavolo delle bevande, la calca dei commensali facevano scontrare fra loro i bicchieri provocando un incessante tintinnio. James Green si teneva alla larga da quella confusione, sorseggiando un caffè in disparte dalla folla. Improvvisamente la vide sbucare in difficoltà da quella ressa e nell’allontanarsi, il tovagliolo che teneva sul piatto a coprire la sua colazione, precipitò sul pavimento del terrazzo. Si piegò a raccoglierlo e lo porse a Grace, che lanciando lo sguardo all’uomo apparso all’improvviso al suo fianco, emanò in un sussurro un timido: “Grazie.” “Sono destinato a porgerle sempre qualcosa, in un modo o nell’altro.” Il grigio impenetrabile di quegli occhi su di lei, turbarono Grace come il giorno precedente nella basilica. “Mi auguro, questa volta, che il tovagliolo non le serva per asciugarsi gli occhi, non permetterei una seconda volta che una donna sia triste dinanzi allo splendore di un luogo simile” e così dicendo allargò il braccio verso la terrazza e inavvertitamente colpì il gomito di uno dei tronfi affaristi al suo fianco. Lo sguardo che ricevette non inquietò minimamente James, che corrugando la fronte e alzando le spalle, si allontanò da lui senza voltargli le spalle e, sfacciatamente, lanciò l’occhiolino a Grace che non riuscì a trattenere un sorriso.

Al termine della prima parte del congresso, la sala si svuotò lentamente. Qualcuno si attardò a contemplare la lavagna luminosa dove era rimasta impressa l’ultima diapositiva di torte e istogrammi multicolori. James, seduto in ultima fila, aspettava paziente che anche Grace lasciasse la sala e, quando la donna fu a pochi passi da lui, sentì il fruscio dell’ampia gonna cremisi di taffetà a pieghe, che indossava quel giorno. “Permetta che le offra un caffè, Grace.” La donna si guardò spaesata in giro, ma oltre a James Green, ormai nella sala non c’erano più partecipanti. Lo guardò allora dritto negli occhi e annuì col capo. Inaspettatamente, James la prese per mano e iniziò a correre, imboccando la scala antincendio. Grace si tenne il tupet che a fatica era riuscita a sistemarsi quella mattina con la mano libera e, affannata, chiese preoccupata: “Ma dove stiamo andando?” “Vuoi vedere un vero spettacolo, Grace?” Gli occhi di James avevano assunto un’espressione nuova, da bambino divertito, assalito da un improvviso entusiasmo che la contagiò, inebriandola come non accadeva da tempo. “Siii!” esclamò d’istinto. James allora le lanciò un sorriso genuino che la fece arrossire inaspettatamente. Dopo aver sceso in fretta due piani di scale, James si fermò dinanzi a una porticina di legno, che aprì lentamente verso l’esterno. Grace restò ammutolita dinanzi alla scena: un balconcino si affacciava su una scogliera da cui si innalzavano lapilli di schiuma di mare. Fu invasa da una vertigine che le fece sobbalzare lo stomaco. Il blu intenso del mare si perdeva nell’azzurro terso del cielo. In lontananza, alcuni gabbiani in volo sfioravano a picco le onde agitate. “Sembra un quadro vivente!” disse commuovendosi. “Sapevo che avresti apprezzato, Grace. Perché non scappiamo da qui, il meeting è così noioso e questo posto così meraviglioso da ignorarne il richiamo.” Una smorfia turbata incrinò l’espressione serena di Grace. “È per lui?” chiese James severamente. “Lui? … No, lui …” “L’ho visto Grace come ti tratta, non è gentile e tu non dovresti stare con lui!” La donna indietreggiò di alcuni passi e lasciò la presa della mano dell’uomo, ma questi la afferrò tempestivamente per un braccio attirandola a sé. La donna non lo respinse questa volta e indugiò nei suoi occhi, mentre l’uomo avvicinava sempre più il viso al suo. Gli schiamazzi degli affaristi dal piano di sopra distolsero James dal gesto che stava per fare e fece cenno a Grace di scendere ancora di un piano. La donna obbedì. Giunti al pianerottolo, entrarono in una piccola sala dove, come fuori dal balconcino, predominava l’azzurro. Le pareti erano finemente tappezzate con pregiati tessuti damascati, gli stessi che ricoprivano le poltrone al centro della stanza. Le ampie vetrate ad arco erano aperte verso l’interno, ma in quel momento sembrava che il vento si fosse d’un tratto fermato. L’aria era immobile nella sala, come l’argenteria sui tavolini rotondi dinanzi alle poltrone e la luce fioca delle applique sulle pareti. Grace si guardò intorno intontita, circondata dagli enormi specchi incastonati alle pareti tra un finestrone e l’altro. Improvvisamente notò James accasciarsi su una delle poltrone al centro. Stringeva la testa fra le mani e si scompigliava i capelli. Grace gli si avvicinò lentamente, ma James inaspettatamente si rialzò e prese a muoversi su e giù per la stanza.

“Quand’è il suo compleanno?” chiese all’improvviso guardandola dritto negli occhi.

“Il … 19 Lu-glio” rispose Grace spaventata a monosillabi.

“Il 19 Luglio?” ripeté James, facendo un pausa. Poi diede le spalle alla donna e avvicinandosi alla finestra aspirò una nuova boccata d’aria, poi si voltò nuovamente e continuò:

“Conosco molte persone nate il 19 Luglio, sa?”

“Ah sì?” fece di rimando Grace. Il colletto della camicetta, color champagne, mostrava piccoli aloni di sudore che andavano allargandosi dietro la schiena. Allora sbottonò i primi bottoni della camicia lasciando intravvedere il pizzo del candido reggiseno. La voce dell’interlocutore la fece tornare alla realtà e subito richiuse uno dei due bottoni.

“Sì – continuò James con tono caldo e suadente – alcuni vecchi amici, si fa per dire, sono nati il 19 Luglio e uno di questi è un noto uomo d’affari. Comincio a credere che il 19 Luglio sia una data che sforni talenti.”

“E così lei crede che mia moglie abbia del talento” una voce alle loro spalle irruppe nella stanza. La porta spalancata fece gonfiare le tende della finestra che diffusero nella stanza un refolo d’aria nuova.

“Sei tornato Aaron, ti stavo aspettando, andiamo via di qui” e così dicendo Grace afferrò la borsa e infilò il suo braccio sotto quello del marito. Spaventata, tese timidamente la mano al suo interlocutore, dicendo “È stato un piacere Signor Green, ma ora dobbiamo tornare al Congresso.”

L’uomo di fronte a lei non la degnò più di uno sguardo, i suoi occhi, vitrei e severi, erano puntati su suo marito.

“Sì, penso proprio che sua moglie abbia talento” sentenziò boriosamente.

“Ma davvero?” chiese sarcastico, a quel punto Aaron, sfilandosi il braccio della moglie. Poi, fece alcuni passi verso l’uomo che gli stava davanti.

La moglie lo afferrò con decisione per la manica della giacca, ma lui bruscamente si divincolò e a un palmo di naso dall’uomo che restava impassibile al centro della stanza, esclamò canzonatorio: “E mi dica, caro Signor Green, che talento pensa abbia mia moglie?”

“Il talento di scegliere uomini vili come lei!” e così dicendo gli sferzò un pugno sul naso.

La donna urlò spaventata, il pugile improvvisato abbandonò lungo la gamba il braccio della mano che aveva appena lanciato il colpo, come se la cosa non lo riguardasse. Il marito della donna si pulì il mento dal rivolo del sangue che scivolava lungo la sua guancia e cercò di avventarsi sull’avversario, ma questi schivò il colpo e, roteandogli attorno con movimento felino, afferrò Grace per le spalle, alitandole sul collo. La donna restò immobile, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime.

“La guardi, sua moglie. Ha occhi verdi e chiari come il mare, sguardo docile e labbra suadenti. Chiunque vorrebbe una donna così, pronta a piegarsi al volere di uomini vigliacchi come lei, che desiderano solo ammaestrare al proprio volere gli altri. E si circondano di persone deboli per sentirsi più forti.”

“Lasci stare mia moglie!” urlò infuriandosi Aaron. Poi di colpo si zittì.

James, tenendo stretta a sé Grace, aveva puntato una pistola contro di lui. La presa con cui l’uomo stringeva l’arma era decisa, lo sguardo irremovibile. Aaron capì che se avesse provato a reagire, le cose si sarebbero messe male per tutti. Cercò di rallentare il respiro e prendere tempo. I due uomini erano in piedi, immobili, l’uno specchiandosi negli occhi dell’altro, la fronte di Grace imperlata di sudore e l’espressione sempre più spaventata. Lentamente James cominciò a indietreggiare e Grace a imitarlo. La presa dell’uomo sul suo collo le impediva di respirare, ma non osava proferire parola. James uscì sempre indietreggiando dalla stanza, poi con un piede chiuse la porta e trascinò Grace giù per le scale. Aaron prese a inseguirli urlando aiuto, ma in quel momento, nel sottoscala, non c’erano inservienti e dai piani superiori proveniva il frastuono del Meeting e dei camerieri indaffarati nella preparazione dei tavoli per il pranzo. James correva tenendo forte il polso di Grace, con l’intento di raggiungere il garage e infilarsi nell’auto. Libera finalmente di respirare regolarmente, Grace provò a rivolgersi con calma a James: “È tutto finito, James, lui ora non c’è, ci siamo solo io e te.” Ma l’uomo sembrava non ascoltare le sue parole, intento a cercare le chiavi dell’auto. Giunti dinanzi alla cadillac bianca di James, Grace fu scaraventata sul sedile posteriore. L’uomo si precipitò al volante e con una stridente sgommata uscì dal garage. La luce accecò lo sguardo di James che parve ridestarsi dal torpore che lo aveva avvolto pocanzi. “Grace vedrai, saremo finalmente liberi. Tu da quell’uomo impostore e tiranno e io da quegli affaristi avvoltoi e degenerati.” La donna dietro di lui si sistemò sul sedile, sporgendosi verso il guidatore “Jam…” In quel momento la gonna si sollevò lasciando scoperte le gambe e d’improvviso le note di un brano jazz proveniente da un grammofono d’epoca si diffusero nell’abitacolo del veicolo. Ilari risatine provenivano dalla porta socchiusa oltre il corridoio. Il bambino, incuriosito, attraversava il lungo corridoio dalla moquette sbiadita, dove le suole pesanti delle sue scarpe di vernice lasciavano ampi solchi. Più si avvicinava alla porta, più la risata di sua madre echeggiava per il corridoio. Giunto accanto alla porta, osservò un uomo di spalle che accarezzava le gambe di sua madre che, notatolo, lasciò cadere il calice di champagne sul divano, precipitandosi verso di lui. “Copriti le gambe!” urlò James irato. Grace si lanciò sullo schienale e cominciò a piangere. “Non fare così, cazzo!” sbraitò l’uomo al volante, picchiando sul cruscotto con pugni violenti. L’auto aveva imboccato una stradina che da Piazza Tasso portava al centro, da dove James si sarebbe precipitato fuori dal paese, diretto verso il promontorio sul mare. La cadillac prese a sbandare lungo i brevi tornanti e Grace, preoccupata, chiese: “Dove andiamo? James, cosa vuoi fare? Così ci ammazziamo!” James non rispondeva, lo sguardo perso nel vuoto. D’improvviso, oltre l’insenatura rocciosa che avevano appena raggiunto, alla vista di Grace apparvero antichi ruderi. Di lì a pochi minuti James parcheggiò. Grace tentò immediatamente di aprire lo sportello, ma James lo bloccò. “Non puoi lasciarmi così, Grace, ti ho salvata. Adesso tu starai sempre con me.” Il tono con cui pronunciò quelle parole suonava assente. Alzò il braccio verso il rudere: “La vedi quella villa, è lì che vivremo d’ora in avanti. Benvenuta a casa, Lillian.”

Era il giorno di Natale e sua madre lo spingeva a varcare la soglia di una piccola casa di campagna dove l’attendeva un uomo in vestaglia, seduto su una poltrona dal tessuto logoro. Aveva una pesante coperta sulle gambe e gli faceva cenno di avvicinarsi con la mano esile, che presto si portò alla bocca per soffocare acuti colpi di tosse. James strinse più forte che poté la mano a sua madre, la quale inginocchiandosi verso di lui, gli sussurrò all’orecchio: ”Va’ da tuo padre, oggi starai con lui.” “No, mamma! Io non conosco quest’uomo, io voglio restare con te.” Ma in quel momento la donna allentò la presa e si precipitò fuori dalla porta, chiudendola pesantemente alle sue spalle. James corse verso di lei, ma fu afferrato da due robuste braccia. Si voltò spaventato e vide su di lui il volto bucherellato di un donnone in grembiule. Era Susan, la donna che si sarebbe occupata di lui da quel giorno fino alla morte di suo padre, nella casa in cui sua madre lo aveva lasciato per sempre, dopo che il suo amante era sparito e lei era rimasta senza un soldo. “Dov’è la mia mamma?!” urlava James dimenandosi fra le braccia di Susan. “Tornerà, James, vedrai, è andata alla ricerca di una nuova casa” diceva suo padre fra un colpo di tosse a l’altro.

 

“L’ho trovata prima io, mamma, la casa, vedi?”

Grace rabbrividì.

“Un tempo ci viveva un’antica famiglia romana e di notte le ninfe marine si affacciavano agli scogli per rubare i grappoli dei vigneti. C’erano anche le terme al suo interno, dove si ergeva un tempietto dedicato a Ercole, che con la sua forza proteggeva l’abitazione dalle impetuose onde del mare. A te è sempre piaciuto il mare, vero mamma?” e così dicendo porse la mano verso la donna seduta dietro di lui. A quel punto Grace capì che James non sarebbe tornato sui suoi passi e fece scivolare la sua mano tremolante in quella dell’uomo, che subito aprì lo sportello. Grace scavalcò il sedile e si ritrovò fuori dall’auto. La brezza marina le schiaffeggiò le guance, scompigliandole la capigliatura. Una pioggia di ciocche ondulate e dorate cadde sul suo volto pallido. James le sistemò un ricciolo ribelle dietro l’orecchio, baciandole delicatamente la fronte.

“Seguimi” sussurrò e subito la trascinò con sé su per gli scogli. Grace faticava ad arrampicarsi con i tacchi, e la gonna si impigliava tra i bassi arbusti e nei gesti che faceva per liberarla, annaspando mentre James la tirava per un braccio, si lacerava le ginocchia. Un forte rombo di auto li distolse dalla scalata. Grace riconobbe l’auto di Aaron e, liberatasi violentemente dalla presa di James, sollevando le braccia cominciò a urlare a squarciagola il nome del marito. James si spazientì e cercò di riafferrarla, ma Grace trovò il coraggio di cominciare a scendere disperatamente giù per la scogliera inginocchiandosi, strappandosi le unghie.

“Non lasciarmi ancora, Lillian!” La voce di James, incrinata dal pianto, dissuase Grace dalla sua furia e allora gli lanciò uno sguardo docile, dicendogli: “Non sono Lillian, James, Lillian non tornerà più, lasciala andare! Torna giù con me e sistemeremo tutto.”

L‘uomo al di sopra di lei, sulla scogliera, si afferrò la testa fra le mani, scompigliandosi nervosamente i capelli. Poi la osservò preoccupato, vide gli uomini sotto di lui che si arrampicavano con foga sul promontorio e volse lo sguardo verso il mare. Grace allora lo chiamò ancora, insistentemente: ”James, afferra la mia mano e torniamo giù.” James le sorrise come aveva fatto poche ore prima sul balconcino e, continuando a guardarla, si lanciò, precipitando a picco sul mare, come un gabbiano, finalmente libero.

Grace continuava a urlare il suo nome, mentre il marito la scuoteva per le spalle. La donna, incapace di alzarsi, restò inginocchiata a osservare un fazzoletto volare su per la scogliera. Tese un braccio e lo afferrò, poi prese ad asciugarsi le lacrime, baciando le iniziali finemente ricamate.

 

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