
Autore: Antonella Vitali
Genere: Narrativa
Casa editrice: Le trame di Circe
Pagine: 136
Prezzo: Euro 12,oo
ISBN: 979-1280683069
Illustrazione di copertina di Valeria Panzironi

Autore: Antonella Vitali
Genere: Narrativa
Casa editrice: Le trame di Circe
Pagine: 136
Prezzo: Euro 12,oo
ISBN: 979-1280683069
Illustrazione di copertina di Valeria Panzironi
Titolo: Pianoforte. Frammenti di una psicoterapia
Autrice: Agnese Pianarosa
Genere: saggio
Collana: Psiconauti
Pagine: 152
Prezzo: € 18,00
Curare ed essere curati può diventare un paradigma psicoanalitico all’interno del percorso di individuazione, laddove l’idea stessa di cura implica un ri-trovarsi, così come afferma James Hillman ne “Le storie che curano”, ovvero con l’analisi più che conoscere se stessi si cerca se stessi là “dove gli dei e gli uomini si incontrano”
Cosa succede a uno psicoanalista che ascolta, analizza (o ci prova a farlo) e cerca di ricomporre i pezzi della storia dei suoi pazienti, utilizzando come principale terreno di ricerca quello onirico?
Nel suo saggio psicologico pubblicato dalla casa editrice Golem dal titolo Pianoforte. Frammenti di una psicoterapia la Dottoressa Agnese Pianarosa conduce i lettori in un viaggio suggestivo e alchemico, quale si rivela, per paziente e psicoanalista, il percorso di individuazione.
La stessa autrice, psicologa, psicoterapeuta di formazione junghiana, psicodrammatista, dichiara: “Penso che il mio saggio sia ideale per chi ha effettuato un percorso analitico e ne riconosce gli aspetti di ricerca, ma anche per chi è interessato più genericamente ai temi analitici e voglia leggere il percorso di un giovane uomo visto attraverso i suoi sogni.”
Ed è proprio da un elevato numero di sogni che parte la sua idea, per la precisione da “più di duemila, portato dal paziente nelle sedute, tale da richiedere approfondimenti”, proprio perché:
“Non capita spesso di avere a disposizione un numero di sogni così ampio che urge di essere rivelato, portato alla luce, e in questa urgenza appare la necessità dell’esposizione e il senso di questo lavoro: dare particolare valore a una storia di vita che si presenta inizialmente in modo ermetico e poi si snoda con il linguaggio del sogno mostrando frammenti consistenti della realtà.”
“Voglio colorare i brutti ricordi della guerra e se coloro questi brutti ricordi allora cancello anche la guerra dalla mente delle persone. Voglio rendere l’Afghanistan famoso per la sua arte, non per la sua guerra.”
Testimonianza di una ricerca dalla valenza più universale, le opere di Shamsia Hassani rappresentano l’arduo cammino delle donne per trovare un posto nel mondo, una dimensione che appartiene al loro animo solido e sognante, nell’intento di comunicare l’immagine di una donna afghana nuova, che ha voglia di ricominciare.
Le sue opere appaiono sui muri delle strade in macerie di Kabul sin dal 2010, dando vita a un’arte povera ma visibile a tutti. Con coraggio ha continuato a dipingere, in 15 minuti per non rischiare molestie da parte degli oppressori.
Nei dipinti, i sogni delle donne sono racchiusi in vasi neri dove sopravvive un fiore, un soffione, candido e luminoso.
Le opere presentano un tratto leggero e delicato, e un messaggio di grande forza: le protagoniste, dal volto caratterizzato dagli occhi chiusi e privo di bocca, sono donne avvolte nei loro hijab, con i burqua trasparenti, che sembrano fluttuare grazie alla potenza dell’arte. Ritratte mentre fanno arte, appunto, simboleggiano la forza creatrice e il coraggio che le contraddistingue.
Diverse le collezioni presenti nella Sala Pagano di Voghera, accompagnate dalle frasi dell’artista: da “Once Upon a Time” a “Dreaming Graffiti”, per citarne un paio, e nelle quali non mancano opere di denuncia, come il dipinto struggente che ritrae una donna in ginocchio, all’interno di un’aula universitaria di Kabul distrutta dagli attacchi dei Talebani. Dal suo cuore si innalza un vortice di fumo nero, simbolo del dolore per le severe e incomprensibili limitazioni del diritto all’istruzione e alla libera espressione.

Ancora una volta il Centro Antiviolenza C.H.I.A.R.A. Onlus di Voghera esprime la sua mission umanitaria nei confronti delle donne vittime di violenza, attraverso la potenza dell’arte, come era accaduto nel novembre 2021 con la mostra itinerante ospitata presso il Castello Sforzesco, dal titolo Punti di luce. Donne della Shoa, dove le diverse sezioni tematiche testimoniano la resilienza femminile attraverso la fantasia e la creatività in una realtà inaccettabile, perché come ha affermato James Hillman: “Senso, immaginazione, piacere e bellezza: è questo che l’anima desidera ardentemente, nell’innata consapevolezza che questa sarebbe la cura.”
“essere madre per me non significava trasmettere i miei ricci, il mio vizio di mordere il labbro inferiore o i miei piedi egizi; essere madre per me significava e significa, prendersi cura di un esserino puro come un diamante grezzo e donargli ali e radici per renderlo una persona libera e felice. Non mi è mai interessato lasciare mie tracce somatiche in qualcun altro, non i miei capelli ma il piacere di sentirli strofinati dal vento; non la mia pelle ma i brividi che la percorrono quando mi emoziono; non i miei occhi ma la curiosità del mio sguardo quando sbircio la Vita. Questo per me era diventare madre di qualcuno: regalargli, regalarle la mia Anima attraverso il semplice esistere.”

“Quando cominci a ritrovarti, a scoprire quanto sei sacra e bella e completa e perfettamente imperfetta così come sei, cominci a vibrare a nuove frequenze che non si armonizzano più con quelle vecchie e disarmoniche di chi da sempre ti vorrebbe diversa e inadeguata.”
Rinasce ancora, Chicca, riemerge dall’acqua che prima l’ha inondata e poi l’ha trascinata verso una nuova riva, che è finalmente la sua Vita.“Certo non è diventare pazzi conoscere se stessi, scandagliare il nostro profondo e realizzare cosa ci fa bene e cosa ci fa male e questo, inevitabilmente, porta ad allontanare le persone che non sono più in sintonia con le nuove frequenze emesse.”
Il percorso che porta alla sua evoluzione non viene però raccontato in maniera dettagliata e forse questo è un aspetto che spiazza un po’ il lettore, che si ritrova catapultato da un evento all’altro in maniera un po’ troppo affrettata, ma la storia di Chicca che parlava con lo zucchero in bocca è comunque il cammino di vita di una donna e, in fondo, di tutte le donne, che devono scoprire che il vero amore non è fuori, ma dentro di sé. Non va cercato o elemosinato, il vero amore va ritrovato dentro di noi. È questo il tesoro più prezioso, il gioiello che potremo indossare con orgoglio al collo e far risplendere sul cuore. È questo il segreto per scoprire la magia dell’universo che ci parla e ci conduce lontano, dentro e fuori di noi, dal centro all’infinito. Scheda del libro
Autore: Martina Caffo
Genere: Narrativa
Casa editrice: Letteratura Alternativa Edizioni
Pagine: 88
Prezzo: Euro 14,90
ISBN: 978-88-31468-10-7 Raccontata con una notevole padronanza stilistica, un intreccio cinematografico e una matura coerenza narrativa, la storia de L’educazione sentimentale dell’autore, designer e artista Leandro Conti Celestini, classe 1978, laureato in Storia dell’Arte, è un’iniziazione alla vita attraverso la scoperta di pulsioni sconosciute, brutali e al contempo necessarie. Mi libro in volo ha intervistato l’autore per approfondire le tematiche trattate nel suo secondo romanzo. Ciao Leandro, e benvenuto nello spazio dedicato alle interviste di Mi libro in volo. Ho letto con piacere il tuo romanzo e devo ammettere che offre una serie di spunti di riflessioni. Vorrei, innanzitutto, sottolineare l’audacia dimostrata sia nella selezione delle tematiche affrontate, di cui parleremo a breve, sia della tecnica adottata, ovvero la narrazione in seconda persona per buona parte della storia. Come mai hai optato per questa scelta stilistica? «Ciao, grazie a te per lo spazio, è un piacere fare due chiacchiere! La scelta della seconda persona risale a un paio d’anni prima, quando iniziai a scrivere il mio primo romanzo “Alle corde”. In entrambi ho messo esperienze personali e nello sperimentare a scrivere (non mi ero mai approcciato alla scrittura, sono sempre stato intorno alle arti visive) mi rendevo conto che né la prima né la terza persona, le classiche usate, riuscivano a rendere quello che volevo. La terza “staccava” troppo il personaggio dalle mie esperienze, la prima risultava un po’ troppo presuntuosa e forzata… la seconda invece mi ha dato la possibilità di rivolgermi quasi ad un alter ego in un modo che ho trovato sorprendentemente poetico, fluido e cinematografico. Da lì è diventato un po’ il mio marchio di fabbrica.»“La fama è una gara, certo, e il traguardo è così lontano che a volte sembra non esistere davvero, ma per ora non c’è fretta di raggiungerlo, ed è più bello viaggiare insieme… basta non avere paura di andare avanti, aggrappandosi al proprio talento e prendendo la mano dei tuoi compagni di viaggio.”
“Tu sei sereno, luminoso… così… bello… non ci sono ombre sul tuo viso.”
Passiamo adesso a parlare del tuo protagonista, Andreas, giovane milanese disorientato per la sua identità sessuale e per il suo futuro da modello, difficile da realizzare. Da subito si intuisce che, nonostante il suo aspetto naïve, nasconde una forte personalità: è ambizioso, curioso e disposto a tutto. Quando gli viene chiesto il perché del suo sogno, lui risponde così: “Non saprei bene il perché, vivo in un piccolo paese dove non succede mai niente, non ho molti amici e mi sembra di sprecare i miei giorni. Non so cosa fare, dove andare, e tutto è così… (…) tutto così fermo. Io voglio vivere, o almeno sapere cosa si provi a esserlo!” È come se con queste parole segnasse il suo destino. Appassionato di Flaubert, hai tu stesso confessato che per Andreas ti sei ispirato a Frédéric Moreau de L’educazione sentimentale. In cosa sono simili, e in cosa invece il tuo Andreas si distingue da Moreau?
«Sinceramente io li trovo molto simili, a parte che Andreas è gay! Mi ha sempre affascinato la figura del protagonista francese, da molti giudicato come “debole” ma che io invece considero semplicemente “dolce” nelle sue espressioni, nel suo modo di fare e anche nelle sue paure. Frédéric, inoltre, ha moltissime qualità positive: è altruista, rispettoso, onesto e, soprattutto, sa amare sinceramente… Spero che Andreas susciti la stessa empatia.»
Da Milano alla California, questi i luoghi in cui ambienti la tua storia, e negli anni ’90, trent’anni prima dell’epilogo, quando la capitale lombarda, come specifichi nel romanzo, non è ancora l’attuale città multietnica, mentre Los Angeles, che descrivi piena di “una moltitudine di stili che si accozzano in risultati variopinti e sorprendentemente belli da guardare” e che “dove se vuoi una cosa, te la prendi senza chiederne il permesso” rappresenta la libertà di espressione per Andreas, nonostante la durezza a cui bisogna sottoporsi per emergere. Si tratta di una città che conosci bene poiché ci abiti. Come mai hai scelto di trasferirti a Los Angeles e quanto di finzione ci hai messo, invece, nel romanzo? «I miei romanzi hanno sempre elementi autobiografici, alla fine si parla sempre di quello che si conosce! In questo libro ho scelto di parlare di alcuni avvenimenti che ho passato come Andreas quando ero ragazzo, mentre nel primo romanzo rifletto sulla mia adolescenza e su come la vedo adesso attraverso i due personaggi principali. Ho scelto Los Angeles proprio per il senso di libertà che il Sogno Americano (dove appunto lì è fortissimo) ti permette di ottenere! Almeno così è successo per me, dopo che ho capito il meccanismo. Anche lo scrivere e molte altre esperienze che non mi sarei mai immaginato di incominciare sono state rese possibili proprio dall’atmosfera creativa che si respira: qui tutti fanno tutto, aprire un business è semplicissimo, anzi sei ispirato a farlo proprio vedendo i tuoi amici o semplicemente scambiando idee con altri creativi.»“La città ti cattura sin dal primo momento: una distesa piatta di strade a scacchiera, edifici, case e palme a perdita d’occhio fino all’orizzonte, contro un cielo sempre azzurro e senza nuvole. Ti colpisce il suo stile veramente eclettico, a tratti vagamente latino, a tratti antico o americano: edifici dai colori vivaci, murales che occupano l’intera facciata dei palazzi, grattacieli di vetro, marciapiedi larghi e affollati, affiancati da strade ancora più larghe e battute da macchine moderne, d’epoca o stravaganti.”
“Sono stati gli anni peggiori della tua vita: non visto, non cercato, assetato di amicizie, amori o qualsiasi cosa pur di non restare solo.”
Ed è proprio nella selvaggia America di cui parli che Andreas vive il suo passaggio da ragazzo ingenuo e sognatore a uomo deciso e sicuro di sé, non senza essere passato per un inferno fatto di dure prove con se stesso che lo segnano profondamente. Quello hollywoodiano, è risaputo, è un sogno perverso da vivere, ma in molti ne sono attratti, consapevoli, il più delle volte, di dover accettare difficili compromessi. Andreas questo lo impara. Nella storia hai voluto focalizzare l’attenzione proprio su questa sua scelta. Il tuo protagonista è l’eroe che va dritto incontro al suo destino come quelli greci, cosciente di quello che fa, sacrificandosi in nome di ideali più grandi. Nonostante i suoi azzardi, mantiene intatta un’aurea di candore. Quali sono gli ideali che lo tengono in vita?
«Direi che più che ideali sono la sua essenza e personalità a tenerlo in vita: la sua caratteristica principale è il non mollare mai, neanche quando tutto sembra perduto. Forse è per questo che lui viene sottovalutato e in qualche modo ne esce vincitore. Alla sua età tutti noi siamo pieni di ideali (a volte anche un po’ semplicistici e scontati) ma con il raggiungimento della maturazione essi diventano più profondi e più veri. Non avendo davvero “vissuto” fino al suo arrivo a Los Angeles, il suo ideale più forte è il desiderio di amore, anche più del successo di cui ha solo un’idea vaga, senza sapere cosa davvero comporti.»
Andreas, dunque, matura attraversando momenti di euforia giovanile, delusioni cocenti, fino a reazioni di rabbia e grinta. La violenza rappresenta per lui una nuova forza propulsiva che lo mette di fronte alle sue ombre nascoste, proprio come afferma Freud a proposito di Thanatos “trassi la conclusione che, oltre alla pulsione a conservare la sostanza vivente e a legarla in unità sempre più vaste, dovesse esistere un’altra pulsione a essa opposta, che mirava a dissolvere queste unità e a ricondurle allo stato primordiale inorganico. Dunque, oltre a Eros, una pulsione di morte; la loro azione comune o contrastante avrebbe permesso di spiegare i fenomeni della vita”. Quella del ring che racconti vuole essere una metafora di questa duplice pulsione? «Nei momenti sul ring Andreas (e chiunque altro) è come se entrasse in un altro mondo, dove l’inizio è il segnale del gong e la fine è la vittoria o la sconfitta. Non esiste nient’altro, solo buio attorno, quindi le uniche sensazioni sono la ricerca della “conservazione della sostanza vivente” ma anche una sorta di anestesia, dove tutto perde di importanza. Quindi potrebbe decisamente essere una buona metafora!»“Anche tu hai fatto così? Forse non sei sicuro di quale sia il tuo talento ma inizi a non avere più paura di come sarà il tuo futuro; nel presente di adesso hai iniziato qualcosa che ti sembra giusto.”
“Tu sapevi di paura selvaggia, di sogni, di ragazzo affamato, di solitudine e di strade perdute.”
Il tema della conoscenza di sé attraverso il sesso nella letteratura erotica ha portato a diverse interpretazioni psicoanalitiche, a seconda degli orientamenti, dalla regressione infantile a un processo di completamento fra le due sfere, maschile e femminile, che tendono a compenetrarsi fra loro per compiere il percorso di individuazione/maturazione della coscienza individuale, fino a quella collettiva. In quale dei due ascriveresti il percorso del tuo protagonista?
«Non ho mai pensato a queste due alternative, forse dovrei fare un po’ di psicoanalisi per scoprirlo! Elementi femminili in Andreas… non ne vedo troppi mentre elementi infantili decisamente di più (il pianto ma anche l’ingenuità e l’onestà) anche se non lo abbandoneranno mai. Forse invecchiare senza diventare adulti è proprio il mio augurio nei confronti della vita.»


E se gli alberi fossero esseri speciali, scesi sulla terra per nutrire, dare stabilità e, allo stesso tempo, insegnare a guardare in alto? All’interno, ogni albero brulica e freme di vita: scorre linfa che va dalle foglie alle radici, quelle che ondeggiano al vento e quelle che penetrano la terra. Gli alberi sono microcosmi nel macrocosmo che abitiamo. Ogni albero sta e osserva, resta e resiste, cresce e sfiora il cielo. Siamo abituati a osservare gli alberi lungo i viali di città, nelle stagioni più fredde, come braccia che ci proteggono il capo dalla pioggia, ci sollevano dal basso sul tappeto di strato di foglie. Ma è in montagna, nei boschi, che sentiamo gli alberi abitare il loro posto e sussurrare alla natura le loro storie. Scheda del libro“Tra i rami dei grandi alberi mi sono arrampicato per guardare il cielo… con la loro frutta mi sono sfamato, con il loro legno mi sono riscaldato: a loro devo la mia vita…” (Mario Rigoni Stern)
Autore: Lorenzo Marone
Genere: Narrativa
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 224
Prezzo: Euro 16,00
EAN: 9788807034145
Lorenzo Marone, nel suo ultimo romanzo edito da Feltrinelli nel 2020, La donna degli alberi, si ferma e ascolta queste storie. Prende un lungo respiro e raccoglie tutto l’ossigeno possibile da un contesto che impone una pausa, una sosta dai luoghi e dalle troppe parole.
L’incipit è difatti una lettera della protagonista ai lettori e, come albero che perde le sue foglie, pian piano si alleggerisce. È un invito a svuotarsi, a lasciarsi andare prima di accingersi a una lettura che conduce nel mondo di una protagonista che non ha nome, non ha tratti fisici delineati, ma che vive attraverso i suoi pensieri, i passi, il lavoro manuale, gli incontri del bosco.
Attorno a questa donna si animano presenze, giunte a lei come per magia, sembra quasi sia lei stessa a invocarle: la volpe selvatica, che da diffidente si fa sempre più vicina, il gufo che ammonisce durante la notte, la ghiandaia che saluta il giorno, la Guaritrice che lenisce, la Rossa che nutre, la Benefattrice che sostiene, lo Straniero che ridona fiducia e coraggio, e che al contempo insegna perdita e dolore.
Dall’incipit:
“Sono stata donna in fuga. In me c’era l’inquietudine della partenza, la vulnerabilità del sopravvissuto, camminavo con il passo spezzato. Mi costruivo le ritirate che non ho preso, ho accettato gli allontanamenti che non ho scelto, ho accolto chi è entrato nella mia vita per evadere dalla sua, sono stata fuggiasca e non vincitrice, rincorsa ma perdente. Ora inseguo l’amor proprio, coltivo il piccolo ambizioso progetto di non restare dove non c’è amore. Mi ritaglio lo spazio per ripassare le mie mancanze, e mi affanno a farmi trovare preparata spettatrice del minuscolo che accade. Mi propongo di mantenere inviolata la fame di vivere pienamente. In armonia con quello che c’è, con chi c’è. Cerco la fede senza fede. Lascio la mia vita, per costruire un nuovo pezzetto di terra da abitare, da seminare e far fiorire. Imparo a stare, senza rimpianti, senza voler essere continuamente altrove. Questo è il mio onesto patto da onorare. Il mio piccolo contributo.”
La donna è in fuga dai rumori e dalla frenesia della città, per trasferirsi nell’isolamento montano, nella baita in cui un tempo ha trascorso la sua infanzia con i genitori, dove trascorrerà un lungo anno, dall’autunno alla fine dell’estate. E nella solitudine con cui impara a convivere, le figure genitoriali le appaiono come fantasmi benevoli che le sussurrano ricordi, immagini e sensazioni che nel presente per lei si caricano di nuove consapevolezze.
“È un dolore strano il ricordo, è abbraccio che toglie l’aria, carezza che graffia, è immaginazione senza via di fuga, c’è anche quando sembra non esserci.”
Nel lungo anno trascorso in montagna, la donna mette radici in quella terra impervia, fondendosi, stagione dopo stagione, alla natura stessa, scoprendo il miracolo della vita che la natura contiene e che l’uomo ha eclissato, schiacciato da dolori e miserie.“Penso alla farfalla, che si posa sul fiore e agita piano le ali per prendersi il calore del sole che l’aiuterà a volare per il resto del giorno, fra boschi e sopra i ruscelli, in cerca dell’unico atto d’amore prima della scomparsa silenziosa in un ciuffo d’erba, dentro un campo fiorito che canta incessante. (…) Stolti come falene, attendiamo la notte e teniamo chiuse le ali, perdendoci tutto il cielo che c’è.”
La donna degli alberi di Lorenzo Marone è un ritirarsi per ritrovarsi, è una storia la cui trama si nutre di silenzi e di pause. Racconta di uno sguardo stanco e di un cuore vuoto che imparano a illuminarsi e a riempirsi, di passi stanchi che riempiono vuoti, di braccia asciutte che accolgono sorgenti di vita.“Un piccolo fiore a dirmi che viviamo tutti senza futuro, e che il nostro compito primario è attendere il sole che verrà, per aprire ancora un giorno la corolla.”
Come nelle fiabe I personaggi che circondano la protagonista della storia sembrano uscire dalle fiabe. Presenze silenziose, appaiono all’improvviso, elargendo doni inaspettati alla protagonista. Dalle sembianze di strega, la Guaritrice in realtà ha movenze di fata. Con discrezione, ricurva e muta, la donna ricuce le ferite e rianima dal dolore con sguardi, abbracci e pozioni. La Rossa invece è la mano benefica che la sostiene, con gesti sicuri, la Benefattrice dona i frutti della terra e sfama il vuoto di vita. Lo Straniero, invece, turba con il rosso della sua giacca il paesaggio candido e innocente, l’angolo di cuore che la donna protegge e nasconde. L’uomo sogna di piantare abeti sul versante nord della montagna nell’intento di sostenere la terra e ridarle vita, si fa madre che con forti braccia vuole proteggerla e darle forza, affidando a lei tutto il suo coraggio. E fa lo stesso con la donna che si rifugia lassù in montagna, che lui cerca con lo sguardo, che le mette “a posto un ciuffo di capelli in burrasca col gesto posato di chi sa dosare la forza, dell’artigiano che si prende cura dei dettagli della sua opera.” La protagonista si muove tra i monti e le valli, circondata sempre dagli alberi, intorno a lei e lungo i fianchi scoscesi della montagna. Si addentra nei boschi, la zona d’ombra da affrontare, il luogo in cui gli eroi incontrano nemici e creature magiche, il posto solitario dove essi si misurano con se stessi.“Da quando c’è il Cane, la Volpe viene molto di rado.”
Anche le presenze animali si caricano di una forte valenza simbolica, sono compagni immaginali. La volpe, selvatica e non addomesticata, si avvicina lentamente alla baita della protagonista e ogni volta si fa messaggera di nuove prese di coscienza. Secondo alcune tradizioni orientali, la volpe ha il potere di tramutarsi, specialmente in donna, per altre tradizioni occidentali si fa messaggera fra il mondo dei vivi e dei morti, e soprattutto non dimentichiamo che è una volpe che funge da maestra di vita per Il Piccolo Principe, insegnandogli che “l’essenziale è invisibile agli occhi.” Oltre alla flora, dunque, anche la fauna si fa veicolo di consapevolezza per la donna. Osservando con il cuore, scopre la potenza delle immagini che la circondano: “Dalle vacche ho imparato la compostezza nello stare al mondo (…) In loro rivedo ancora oggi mia nonna, o quelle come lei, anime timide che sapevano attendere e che però si sono consumate lentamente nell’ignavia, divorate da dentro dalla paura e da insegnamenti scorretti. (…) E mi chiedo quando davvero arriverà l’insurrezione delle donne, quando anche questi grandi bovini, e gli animali tutti, torneranno a prendersi le loro vite liberandosi dall’uomo.” L’Anima ne La donna degli alberi“Se ognuno di noi avesse il garbo del fiore, che regale sta a lasciarsi fecondare, se ci limitassimo a cospargere di bellezza il nostro pezzetto di mondo, se lasciassimo al vento la decisione delle cose e ci limitassimo a fiorire nella vita.”
Con il personaggio de La donna degli alberi, Lorenzo Marone esprime la sua parte Anima, l’energia archetipica del femminile. Attraverso la sua ultima protagonista, l’autore si lascia guidare nel suo mondo interiore vivificando l’immagine di Madre Natura. Tutto vibra di Anima nel romanzo, dalla madre terra che accoglie e sconvolge, dona e toglie la vita, alle comparse femminili e animali che accompagnano la protagonista nella sua ricerca di nuove leggi, nuovi ascolti, nuovi miracoli. E per questo non si poteva che scegliere un diario intimista, sostenuto da uno stile poetico che si fonde al flusso della narrazione come l’acqua fa con la terra.
Chi è Lorenzo Marone
Autore dei romanzi La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015), 18 edizioni in Italia, Premio Stresa 2015, Premio Scrivere per amore 2015, Premio Caffè Corretto – Città di Cave 2016, che ha ispirato un film, La tenerezza, con regia di Gianni Amelio, La tristezza ha il sonno leggero (Longanesi, 2016), Premio Città di Como 2016, Magari domani resto (Feltrinelli, 2017), 8 edizioni, Premio Selezione Bancarella 2017, Un ragazzo normale (Feltrinelli 2018), Premio Giancarlo Siani, la raccolta Cara Napoli (Feltrinelli, 2018), due edizioni, Tutto sarà perfetto (Feltrinelli 2019), il saggio per Einaudi Inventario di un cuore in allarme (2020), e La donna degli alberi (Feltrinelli 2020). Nel 2021 ha pubblicato il racconto Il bosco di là all’interno della collana “Il bosco degli scrittori” di Aboca Edizioni. Tradotto in 17 paesi, cura la rubrica domenicale (I Granelli) su ‘La Repubblica di Napoli’, collabora con TuttoLibri de La Stampa e Il Venerdì di Repubblica. Dal 2018 è direttore artistico della fiera del libro di Napoli “Ricomincio dai libri”. Dal 2021 dirige, inoltre, la collana di letteratura italiana di Marotta&Cafiero editori.
Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce, ma portando alla coscienza l’oscurità interiore.
(Carl Jung)
Con questa citazione del noto psichiatra svizzero, si apre il primo numero de La Nuova Decade, dedicata ad approfondimenti psicoanalitici e filosofici all’interno di opere letterarie e cinematografiche, e che si compone di cento pagine, in cui gli articoli sono corredati da immagini particolarmente evocative. Innanzitutto ringraziamo Manuela Bassetti e Edoardo Gagliardi per essersi resi disponibili a rispondere alle domande del blog. Con i dovuti ringraziamenti per la disponibilità ricevuta, apriamo l’intervista chiedendo subito loro … Come nasce il progetto de La Nuova Decade? «Il progetto de La Nuova Decade nasce nell’estate 2021, in un periodo storico che sappiamo essere molto complesso dal punto di vista sociale e psicologico. Il nostro desiderio, sin dall’inizio, è stato quello di creare una realtà culturale in cui rilanciare tematiche per noi importanti, che potessero contribuire alla salvaguardia e al rinnovamento della dimensione più profonda, essenziale diremmo, dell’essere umano. In particolare, aspetti per noi fondamentali, che ci auguriamo di trasmettere ai lettori attraverso la nostra rivista, sono la consapevolezza di sé e della realtà che ci circonda; la concezione dell’arte e della cultura non soltanto come esperienze estetiche e d’intrattenimento ma anche come forme d’introspezione e di crescita interiore; la possibilità di creare ponti tra le diverse discipline umanistiche al fine di realizzare una vera e propria rete culturale, in cui le persone possano immergersi per approfondire la propria visione del mondo, entrare in contatto con il proprio universo psichico ed emozionale, nonché stimolare la propria curiosità intellettuale, per noi sinonimo di energia vitale e di crescita personale. In una fase storica in cui i temi della morte, della sofferenza e del lutto hanno contraddistinto duramente la nostra società, noi abbiamo scelto di scommettere su un progetto che fosse insieme un omaggio e un inno alla Vita, alla Bellezza, alla speranza della Rinascita.»
Che significato ha per voi il titolo La Nuova Decade e in cosa si distingue dalle altre riviste online?
«Con il titolo La Nuova Decade intendiamo porre l’accento sulla decade che stiamo vivendo (2020-2030) e sul nuovo secolo appena iniziato. In particolare, è nostro desiderio mettere in evidenza gli aspetti peculiari di questo decennio così da contribuire a caratterizzarlo, esattamente come è avvenuto per le decadi precedenti, tanto che ancora oggi si fa riferimento agli anni Sessanta, Settanta, Ottanta e così via come veri e propri nuclei storici, culturali e sociali, ciascuno caratterizzato da elementi specifici e in un certo senso irriproducibili. Allo stesso tempo, occupandoci soprattutto di letteratura, psicoanalisi e filosofia, ci piace l’idea di realizzare un ponte tra passato, presente e futuro, attingendo a queste discipline, nate nei secoli precedenti, e rilanciandole nel nuovo Millennio, così da poterle utilizzare come lenti privilegiate sia per osservare la realtà attuale, sia per provare a immaginare la realtà futura.
Per quanto riguarda la nostra rivista, ciò che la contraddistingue maggiormente è il fatto di essere una rivista nel senso più classico del termine. Pur sfruttando una piattaforma online al fine della diffusione dei contenuti, La Nuova Decade si rifà alle grandi riviste che hanno fatto la storia del Novecento. Essa, infatti, è sfogliabile come una rivista cartacea e contiene articoli lunghi e approfonditi, ciascuno frutto sia del nostro background professionale, sia di continuo studio e aggiornamento. Per concludere, potremmo riassumere che La Nuova Decade è un prodotto online soltanto per quanto riguarda il sopporto informatico che ne consente la distribuzione, ma per tutto il resto, dallo stile di scrittura, all’impaginazione, alle scelte grafiche, si configura come una rivista tradizionale, in quanto il nostro desiderio era proprio quello di rilanciare questa forma editoriale e di lettura.»
Come sono suddivisi, invece, i vostri ruoli all’interno della redazione degli articoli, e come è strutturata la rivista?
«Un altro aspetto peculiare della nostra rivista è che la redazione è composta soltanto da due persone, le quali rappresentano le due anime del progetto. Benché ci relazioniamo con personalità terze, come gli ospiti delle nostre interviste o gli artisti che ci donano le loro illustrazioni, Manuela ed Edoardo restano, per scelta, gli unici autori degli articoli de La Nuova Decade, la quale diventa così lo specchio del nostro sguardo sul mondo e della nostra personale sensibilità. Per quanto concerne i nostri ruoli, Manuela è il Direttore Editoriale della rivista e, in quanto medico psicoterapeuta, si occupa soprattutto delle tematiche inerenti la letteratura e la psicoanalisi, mentre Edoardo, filosofo e giornalista, è il Direttore Responsabile della rivista e si dedica principalmente agli argomenti di natura filosofica.
Come si evince dalla suddivisione dei nostri ruoli, La Nuova Decade comprende due grandi aree, quella dedicata all’analisi di opere narrative, sia classiche che contemporanee, per investigare in chiave psicoanalitica ciò che contraddistingue l’essere umano (la sua interiorità, le sue relazioni interpersonali, il rapporto da conscio e inconscio), e quella dedicata alla filosofia, che attraverso articoli di saggistica e dialoghi filosofici a due voci, cerca di fare luce sulle tante sfaccettature che definiscono l’essenza dell’uomo, nonché la realtà in cui siamo immersi. Accanto a questa struttura di base, ci piace inserire nei vari numeri anche contenuti diversi, in grado di stimolare la nostra curiosità e quella dei lettori, per cui si possono trovare interviste a personaggi del mondo dell’arte, brevi excursus storici o cinematografici e altre novità che per il momento non sveliamo per non perdere l’effetto sorpresa.
Sebbene i nostri due ruoli possano sembrare distinti, in realtà lavoriamo insieme in modo creativo e collaborativo. Entrambi partecipiamo alla realizzazione della linea editoriale, entrambi portiamo idee e proposte per i numeri da realizzare, pertanto il nostro è un rapporto ideativo assolutamente alla pari e di continuo scambio. Infine, riteniamo interessante il fatto di rappresentare all’interno della rivista sia una voce femminile che una voce maschile, le quali, lungi dal voler apparire contrapposte, desiderano dialogare insieme, senza che nessuna delle due prevalga sull’altra, a testimonianza che maschile e femminile sono due dimensioni entrambe preziose, specialmente quando entrambe portano il proprio contributo, anche sul piano culturale, in modo dialogico e armonioso.»
Avete scelto di dare particolare risalto all’uso delle immagini, suggestive e d’autore, che per voi non hanno soltanto una funzione grafica. Potete approfondire questa decisione?
«Come redazione crediamo molto nell’interconnessione sia tra le diverse forme d’arte, sia tra le diverse forme di espressione. Per questo motivo, accanto al linguaggio delle parole, abbiamo deciso di dare ampio risalto al linguaggio delle immagini. Per noi la scelta delle illustrazioni non avviene soltanto su una base estetica, ma anche comunicativa, in quando cerchiamo immagini che possano amplificare il potere evocativo delle parole e mettere in evidenza le tematiche più significative presenti negli articoli.
La ricerca delle immagini è un lavoro lungo e laborioso: esse devono creare armonia grafica, essere in equilibrio tra loro e con i contenuti della rivista e allo stesso tempo possedere quel potere suggestivo, a tratti onirico o surreale, che permetta al lettore di addentrarsi anche nel proprio mondo psichico.
Per scelta, inoltre, abbiamo voluto inserire non illustrazioni qualsiasi, ma opere d’arte e d’autore, che possano impreziosire la rivista e renderla, da un certo punto di vista, un prodotto anche da collezione.»
Vi avvalete di una piattaforma, issuu.com, dove è possibile scaricare gratuitamente la rivista, per consentire una divulgazione più ampia e immediata. Come conciliate l’aspetto divulgativo con quello dell’approfondimento?
«Per noi l’aspetto divulgativo e quello dell’approfondimento sono strettamente intrecciati. Da un lato ci piace l’idea di divulgare i temi che ci appassionano e che ci interessano, temi che siamo noi stessi ad approfondire prima ancora di trasformarli in articoli per la rivista. Allo stesso tempo, come ama dire Edoardo, siamo stati coraggiosi, nel senso che abbiamo voluto scommettere sull’esistenza, ancora oggi, di un pubblico di lettori capace di approcciarsi a un modello di fruizione di contenuti che non è quello tipico del web (spesso caratterizzato da contenuti brevi e “virali”) bensì a quello più tradizionale, caratterizzato da contenuti di più ampio respiro, che richiedono tempo e concentrazione per essere letti e assaporati.
Se dunque una piattaforma online, come quella che usiamo noi per diffondere la rivista, resta una scelta privilegiata per una realtà appena nata e gratuita come la nostra, nondimeno la volontà d’inserire tra le nostre pagine articoli ben approfonditi rispecchia anche quello che noi crediamo essere un bisogno delle persone: tornare in contatto con un tempo più lento, più “interiore”, che faccia da contrappeso al tempo della modernità, dove tutto scorre talmente veloce da non permettere più un vero contatto con il proprio mondo interiore e con proprie capacità riflessive.»
La vostra è una fusione delle arti (filosofia, psicoanalisi e letteratura) che riconducono tutte a un’esplorazione di se stessi, proprio come accade in tutte le storie che leggiamo, in cui l’eroe si mette in cammino per tornare, prima o poi, a casa. Gli articoli proposti sono infatti veri e propri focus su tematiche esistenziali, pertanto esaustivi e approfonditi. Proponete, insomma, una lettura introspettiva che prevede un tipo diverso di fruizione dell’informazione da quello a cui siamo abituati ormai da alcuni anni. Ci spiegate, ricorrendo ad alcuni riferimenti del primo numero della rivista, in cosa consistono i vostri articoli?
«Il primo numero della rivista si è molto concentrato su tematiche riguardanti il Sé e il rapporto tra luce ed ombra all’interno della psiche umana (rapporto luce-ombra che è stato ripreso anche in un ampio articolo riguardante le connessioni tra cinema horror in bianco e nero e inconscio dello spettatore). Dal punto di vista letterario (attraverso la disamina di romanzi come Delitto e Castigo, Il ballo o L’età incerta) abbiamo scandagliato tematiche psicologiche complesse, tra cui la triade colpa-perdono-redenzione e il rapporto tra adolescenza ed età adulta. D’altro canto, nei numeri successivi, è nostra intenzione ampliare il panorama investigativo, portando sotto la nostra personale lente d’ingrandimento nuovi argomenti e nuovi nuclei tematici, tra cui la filosofia orientale e il legame sia tra l’Io e l’altro, sia tra l’Io e la società.
Per quanto riguarda il modo di lavorare di Edoardo, egli parte da un’idea filosofica, idea che lo porta ad approfondire quel particolare tema, così da offrire ai lettori un articolo che sia il più completo e il più comprensibile possibile. A seconda degli argomenti, naturalmente, alcuni focus saranno più ampi, come nel caso del concetto di Ombra in chiave filosofica, altri saranno più ristretti e mirati, come nel caso del concetto di non-azione secondo il Taoismo. Per quanto riguarda l’approccio di Manuela invece, ella parte da una storia che per qualche ragione l’ha affascinata o colpita, e al cui interno risiedono aspetti per lei interessanti sul piano psicoanalitico. A quel punto, addentrandosi nello studio dei personaggi, delle ambientazioni e dei dialoghi, cerca di mettere nero su bianco una serie di riflessioni che possano stimolare nel lettore una maggiore presa di consapevolezza del proprio universo psichico e dei molteplici modi con cui gli esseri umani si relazionano con se stessi, con gli altri e con la realtà che li circonda.»
La Nuova Decade è rivolta a un ampio pubblico, senza distinzioni di credo in particolare, in un’ottica maieutica, socratica, della conoscenza. Siamo curiosi di sapere, a questo punto, come vi piacerebbe fosse risucchiato il lettore nei vostri articoli e come ne dovrebbe uscire, a fine lettura?
«Trattandosi di una rivista, il primo aspetto che ci auguriamo di trasmettere è la piacevolezza della lettura. Siamo lieti, infatti, all’idea di fare compagnia ai lettori attraverso i nostri articoli e, perché no, anche attraverso il fascino, a tratti gotico e un po’ inquietante, delle illustrazioni d’autore. Oltre a ciò, è nostro desiderio che ciascun lettore venga stimolato a riflettere sui contenuti della rivista. Il nostro scopo non è quello di fornire verità pre-confezionate o chiavi di lettura assolute della realtà. Al contrario, speriamo di contribuire a sviluppare nuovi interrogativi, nuove prospettive, nuovi spunti di riflessione, sicché ciascun lettore possa incrementare la propria crescita personale e interpersonale. Come ponte ideale tra passato, presente e futuro, per noi La Nuova Decade vuole essere un laboratorio culturale, attraverso cui rilanciare un dibattito intellettuale e artistico, senza pregiudizi e senza distinzioni di natura politica, religiosa o sociosanitaria. Allo stesso tempo, ci fa molto piacere quando i lettori stessi, incuriositi dalle tematiche presentate nei nostri articoli, si sentono invogliati ad approfondire ulteriormente gli argomenti, attraverso una ricerca personale che va oltre quanto proposto nelle nostre pagine. Questo andare “oltre” rappresenta per noi la costruzione di quella rete culturale che ci auspichiamo possa portare alla nascita di ponti ideali non soltanto tra i saperi, ma anche tra le menti delle persone.»
Potete anticiparci quale sarà il focus del prossimo numero de La Nuova Decade e qualche altra curiosità?
«I nuclei tematici principali su cui verterà il secondo numero della rivista sono essenzialmente tre.
In ambito letterario e psicoanalitico, ci concentreremo soprattutto sul concetto di follia. Partendo da romanzi classici, come il Doctor Faustus di Thomas Mann, e da romanzi moderni dai contorni allucinati alla Philip Dick, cercheremo di esaminare il sottile confine tra realtà e incubo, sanità e pazzia, nel singolo come nella società. In ambito filosofico, invece, ci concentreremo da un lato sulla filosofia orientale taoista, prendendo in esame (l’apparentemente) paradossale concetto dell’agire non-agendo, dall’altro lato ci addentreremo in un dialogo filosofico a due voci in cui proveremo a rispondere alla domanda se siamo davvero entrati nel ventunesimo secolo o se per molti aspetti siamo ancora immersi nel ventesimo secolo. Analizzando le relazioni tra Tempo e Società, cercheremo anche di mettere in risalto alcune delle caratteristiche di questo nuovo millennio, senza perdere di vista ciò che lo unisce e ciò che lo distingue dalle epoche passate, in particolare dal Novecento da cui tutti noi proveniamo.
Come redazione non ci resta dunque che ringraziare Mi libro in volo per quest’interessante intervista e invitare le persone che lo vorranno a sfogliare La Nuova Decade. Amiamo anche ricevere i feedback e i commenti dei lettori, quindi non esitate a scriverci sui nostri canali ufficiali!»
Edoardo Gagliardi (Ph.D.), filosofo e giornalista. Ha studiato filosofia all’estero e si occupa principalmente di metapolitica, filosofia della storia, filosofie orientali, metaetica ed estetica. Resta tuttavia interessato anche ad altri ambiti filosofici. Ha ideato il canale Youtube “Metapolitics”. Parallelamente svolge attività di giornalista e conduttore televisivo.
Manuela Bassetti, medico e psicoterapeuta. Dopo la laurea in medicina e chirurgia, presso l’Università Vita Salute San Raffaele di Milano, si è specializzata in psicoterapia a indirizzo psicoanalitico. Ha lavorato come libera professionista nel campo della psicotraumatologia, dei disturbi d’ansia e dei disturbi del comportamento alimentare. Nel tempo libero si dedica alla scrittura di romanzi per ragazzi.
Le immagini inserite nell'articolo sono tratte dal primo numero de La Nuova Decade
“Natale non è Natale senza regali”, si lamentò Jo, sdraiata sulla coperta. “È così spiacevole essere poveri!” sospirò Meg, abbassando lo sguardo sul suo vecchio vestito. “Non è giusto che alcune bambine possano avere tutto ciò che desiderano e altre non abbiano niente”, aggiunse la piccola Amy, tirando su con il naso con aria offesa. “Ma abbiamo il papà e la mamma, e la compagnia una dell’altra”, disse Beth compiaciuta dal suo angolo. A queste parole la luce del caminetto sembrò come ravvivare i quattro giovani visi, che però si rabbuiarono subito quando Jo disse tristemente: “Ma papà non c’è, e non lo vedremo ancora per molto.” Non disse “forse mai”, ma ciascuna di loro aggiunse in silenzio queste parole, pensando al padre lontano, sul campo di battaglia.
(Piccole donne, Louisa May Alcott)
Quello che avete appena letto è fra gli incipit più noti della letteratura mondiale che ci ricorda l’arrivo della festa più attesa dell’anno e lo spirito con cui la accogliamo. Dal latino natus, nato e dal suffisso alem, appartenenza, il Natale è augurio di nascita, nuovo inizio, ricco di speranza. Quello che stiamo vivendo è davvero così? Sentiamo ancora viva in noi la speranza di giorni a venire più sereni e meno incerti? In fondo, nell’era della società capitalista occidentale non ci mancano mai i regali, qualcosa che desideriamo avere o ricevere è sempre sotto l’albero, al caldo, in casa. Ma gli affetti? Molti ci sono stati portati via negli ultimi due anni in maniera brusca e inaspettata. Abbiamo perso da un giorno all’altro parenti e amici con i quali eravamo certi di poter trascorrere più tempo assieme. E invece non siamo riusciti neanche a salutarli per un’ultima volta. E fra questi, molte figure paterne.
(Il complesso di Telemaco, Massimo Recalcati)
Nei libri, di papà ce ne sono tanti e con caratteristiche diverse. Buoni, cattivi, presenti, assenti. Soprattutto assenti. Se ci pensiamo, l’eroe e l’eroina sono quasi sempre orfani di padri. Come mai? Sempre il già citato Recalcati, nel suo saggio Cosa resta del padre afferma che il padre donatore compensa la “rinuncia al godimento più immediato con l’offerta di un’identificazione idealizzata, con la trasmissione, più precisamente, del diritto di desiderare un proprio desiderio.” Babbo Natale soddisfa i nostri desideri, i regali a cui pensiamo da mesi. Chiediamo sempre ai bambini. “Cosa ti porterà, quest’anno, Babbo Natale?” per essere certi di non sbagliare regalo e renderli felici. Ci aspettiamo sempre il sorriso sui visi dei piccoli il giorno di Natale, sotto l’albero, mentre scartano i regali. Ma se Babbo Natale non arrivasse, cosa accadrebbe? I bambini scoppierebbero in lacrime e il nostro cuore si stringerebbe in una morsa terribile. In molte storie questo accade. Non sempre c’è una mano amorevole che sorregge e si allarga in donazioni. L’eroe impara a stare al mondo da solo, attraversando il bosco e affrontando prove inaudite. Sconfigge draghi e mostri, si inabissa in caverne oscure e arriva ai confini del mondo. E ce la fa, senza un padre accanto, trovando la Legge dentro di sé. In altri romanzi del ventesimo secolo annoverati fra i classici per ragazzi, i giovani protagonisti devono fare i conti con figure paterne scomparse o misteriose. È il caso de La piccola principessa dell’autrice britannica Frances Hodgson Burnett e di Papà Gambalunga della scrittrice statunitense Jean Webster. Sia Sara Crewe che Judy Abbot vivono il peso della solitudine degli orfani abbandonati e incompresi. La prima passa da una fase idilliaca della sua infanzia a una condizione di povertà, la seconda da sempre deve fronteggiare momenti di privazioni affettive. Fino a quando arriva un benefattore sconosciuto, sempre uomo, che si occupa del loro sostentamento.“Sarebbe facile essere una principessa se avessi vestiti eleganti e costosi, ma esserlo sempre dentro di me, all’insaputa di tutti, è un trionfo ancora più grande.”
(La piccola principessa, Frances Hodgson Burnett)
“Credo che la qualità più importante in una persona sia l’immaginazione. Rende la gente capace di mettersi nei panni degli altri. Li rende più gentili, comprensivi e sensibili. ”
(Papà Gambalunga, Jean Webster)
Entrambe le protagoniste capiscono che la vera assenza vive dentro loro, che la forza deriva dalla consapevolezza che anche senza un padre rassicurante accanto si può imparare a lottare da sole. Il coraggio più grande, ci insegnano queste giovani eroine, è proprio quello di sopravvivere all’assenza di quella figura che più di tutti rappresenta la Legge, il limite al desiderio. Ma prive di desiderio esse non restano. La vita da avversa si trasforma in opportunità, perché forse quel padre non si è sottratto per crudeltà, la sua assenza, paradossalmente, non è crudele, non è il disfacimento della giustizia e dell’amore, ma proprio il recupero dell’alterità perché neanche il padre può assurgere alla funzione di assoluta e sicura verità della nostra esistenza. Un padre può sparire, può nascondersi, può morire, ma noi artefici della nostra vita possiamo continuare a desiderare, con le nostre rinnovate forze, riconoscendo che un padre (la Legge, la certezza) può mancare all’appuntamento con l’amore ma non per questo renderci meno innamorati di noi e della vita. Forse quest’anno Babbo Natale non entrerà nelle nostre case, ma possiamo provare a sentirci meno soli con noi stessi, nonostante lo smarrimento che ci circonda, affidandoci all’immaginazione, come ci insegnano molti eroi dei libri, per arrivare a credere che il nostro papà, dal campo di battaglia, tornerà vittorioso e con braccia più forti per riabbracciarci.“Qui, nel cerchio labile di fuoco,
lo senti, sempre più distintamente,
farsi gorgo, mutare in vortice
il suo fondo, dov’è?
Tu colmalo se puoi,
scrutane il buio.”
La silloge poetica dell’autore romano Flavio Ferraro, Il Silenzio degli oracoli edito da Edizioni L’Arcolaio, si apre con un invito al lettore a farsi rapire da una sorta di rito: attraversare il cerchio di fuoco per uscirne, forse, fenice perché, per dirla con un altro suo verso: “attraversare non è nulla”. Ma al contempo è pericoloso l’incoraggiamento a colmare il fondo di un vortice nel quale sarà immerso, perché trovarlo sarà difficile. Eppure, nonostante il prologo epico, il poeta cerca la fissità, la forma necessaria, tende a cristallizzare il brivido che l’onda dei suoi versi provoca nel lettore. “tu custodisci una parola straziata./Uno spazio aperto ai vènti.” O ancora: “la tua ombra, quieta, che si staglia,/a dire il vuoto d’ogni pietra:” Arriva sempre, nei versi di Ferraro, una immagine statica. Qui è la pietra, che però si contraddice con il suo vuoto. Una estetica del vago contenuto nella forma, un ammonimento all’impossibilità di cristallizzare l’emozione:“Non puoi chiudere gli occhi. /Ci sono stelle, alberi curvi in ascolto,” oppure “parola che perdura,/ svanendo”. In alcune strofe le sinestesie richiamano immagini vivide, come l’albero neve che affonda le sue radici nella terra per sollevarlo, in altre, più sibilline, il tono si fa più travolgente, come nei versi che esondano in atmosfere acquatiche, talvolta putride come stagno, altre limpide come un fiume, chiare come la luce che nasce dal fondo.“Che il mondo è mondo,
la terra è terra,
e noi destino.”
L’uomo è l’essere cha la calpesta, la terra, vagando nel mondo e facendo il suo cammino (destino). La vita dell’uomo sembra uno strappo dall’infinito sopra di lui. L’uomo cammina sotto la volta celeste, gettato nel mondo alla ricerca della sua luce. Perché l’uomo è chiamato dall’Uno, non può chiamarlo da sè, non commette gesti titanici, ma sembra subire quelli di una dimensione altra, prima di poter ricongiungersi all’Uno. “Non fondare né distruggere,/ ma dirigersi, sempre.”“Questo buio spazio di terra
già cade verso l’alto
rompere
un vaso e poi indovinarne
la forma – sarà questo,
scendere nel buio.”
Il buio sembra aprire un varco, quasi permettesse di comprendere.“Se molto deve scendere
nel buio, affinché
molto accada”
Il buio è misterioso, è come una rivelazione, ma il poeta non svela, sembra che nasconda una verità di cui aver paura, il buio nei suoi versi provoca terrore. È una dimensione ben lontana dal cerchio di fuoco che coraggiosamente invitava ad attraversare.“Chiudi gli occhi,
e dimmi se resistono
i colori.”
Più si procede nella lettura e più si fa nitida la paura di smarrirsi, di perdere l’equilibrio e il contatto con la realtà, di finire nel buio, senza colori. Il poeta vorrebbe smarrirsi nei sogni, ma sa che non è più possibile, essi sono prigionieri in un recinto. Quello raccontato da Flavio Ferraro è un presente di sfacelo, di costante smarrimento senza approdo, di un il dolore che non finisce, e se non finisce, non c’è amore, non lo si può donare: “nel mio sangue ti specchi,/e non sai dove svernano le rose.” Non c’è incoraggiamento a stare nel buio e a farsi penetrare da esso, per conoscerlo e infine vincerlo, o meglio assimilarlo al proprio sé. Il silenzio degli oracoli è una silloge pervasa da una poetica del dualismo, dove luce e buio sembra non possano incontrarsi. Paralizza questo dualismo, lo stesso poeta, che usa parole e immagini immobili, fredde, statiche. L’oscuro resta inconoscibile. “Ti lascio questa fede paziente, /questa pietra amorosa /nell’accogliere il fondo, (…) Ti lascio parole /A cui non credo.” O ancora: “Sai, non c’è desiderio/che ci colmi, né precipizio/che al vuoto ci conduca.” È proprio come se fossimo già nel vuoto e vivessimo in esso, il precipizio non è occasione.“Non sperare nell’abisso.”
Anche il potere della parola è debole: “Siamo lontani da qui (…) il prodigio che sognavi,/ quell’urna che dicevano,/ traboccante brezza.” Non più ode all’immaginazione, dunque, alla stregua della poetica romantica di Keats. Così come, sempre attingendo dai poeti romantici inglesi, l’uomo è destinato a non potersi elevare, perché “Tigre immemorabile, sei qui nel cuore di ognuno, assorta in ampiezze.” La tigre di William Blake è la creatura che abita la notte, incarna il lato oscuro dell’uomo che Ferraro rifugge e denuncia, e che quasi teme, perché lontano dall’esperienza del divino in termini cristiani. Ma se il poeta inglese auspicava la possibilità umana di vedere oltre la realtà fisica attraverso il potere immaginativo, ne Il silenzio degli oracoli la parola non ha valore catartico. “Si dicono parole per placare/ la distanza (…) ma c’è una parola/ che non colma non adorna/ sue figure, sola perdura/ e in sé raccoglie/ ogni suprema sapienza/ – ecco, ascoltala,/ colei che non chiama.” Perché la parola, per il poeta, rasenta il disadorno e crede a ciò che appare, non può riempire un senso che sfugge nel buio, che non è un chiaroscuro, una dimensione medianica. L’umanità non è più in grado (o degna) di gesti titanici o sacrificali, perché “non sono gli Dei ad oscurarsi, ma i vostri occhi indegni della Luce.” O ancora: “io so che la notte è l’ultima tentazione/, e come l’orizzonte resta indietro.” L’uomo è dunque cieco, incapace di cogliere i messaggi nascosti, di leggere gli oracoli, così come si afferma nel componimento che ricorda la parabola kafkiana “Davanti alla legge”: “C’è una Porta, nel centro/ del Sole, oltre la quale/ il tempo non è più./ Ma se tu, giungendo fino/ ad essa, dicessi “sono io”:/ non entreresti, fossi anche/ l’angelo più alto./ Non perché tu abbia/ un nome, sia chiaro;/ ma poiché il tuo nome/ non è ancora il Suo.” Ma se nella prima parte della silloge l’umanità è destinata a vivere perennemente nel vuoto, il precipizio non è contemplato come occasione di confronto con la tigre che alberga in ogni individuo, nella seconda i versi assumono un ritmo più incalzante, si animano di nuovo ardore, un ardore che si traduce in oracolo, come se la Verità, prima nascosta e irraggiungibile, adesso trovasse un approdo. Se prima il precipizio non donava possibilità, adesso è necessità, perdersi diventa il mezzo per raggiungere la meta. Il poeta sembra quasi ammetterlo, affermando che “Il Mito è sempre vero (…) la Porta stretta,/ l’Albero dai frutti d’oro,/ il Ponte periglioso/ non furono mai,/ ma sono sempre.” Scheda del libro
Autore: Flavio Ferraro
Genere: Poesia
Casa editrice: L’Arcolaio
Pagine: 200
Prezzo: Euro 15,00
EAN: 9788899322830
Chi è Flavio Ferraro
Flavio Ferraro è nato a Roma nel 1984. Poeta, saggista, studioso di dottrine metafisiche e conferenziere, scrive articoli per varie riviste e giornali online, tra cui Il Primato Nazionale, Il Pensiero Forte, Axis Mundi e L’Intellettuale Dissidente. Tra le sue ultime pubblicazioni: La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione (Irfan, San Demetrio Corone 2019); la traduzione delle Odi di John Keats (Delta 3, Grottaminarda 2021); e il libro che raccoglie tutte le sue poesie, Il silenzio degli oracoli (L’Arcolaio, Forlimpopoli 2021).